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    Alla scoperta delle fake news: un attacco all’opinione pubblica

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    Se, da un lato, l’amalgamazione tra mass media e social media ha superato alcuni limiti un tempo insormontabili – primo tra tutti, l’accezione di pubblico come massa amorfa e acritica – tutto ciò ha anche gettato basi fertili per l’avvento di uno dei più grandi problemi della nostra contemporaneità politica e socialela post – verità

    In un contesto iper – connesso e in cui tutto scorre velocemente, ciascuno di noi viene travolto dal vortice frenetico dell’esperienza mediale, totalizzante benché effimera e superficiale, volta a privilegiare nella “vetrina” del nostro smartphone i contenuti capaci di massimizzare le esigenze degli utenti. 

    È questo il motivo per cui oggi prosperano le fake newscontenuti subdoli nella forma così come nella definizione, ma che in realtà ben si prestano agli indici tristemente più diffusi nella nostra contemporaneità. Un’epoca dove la conoscenza appare del tutto subordinata alla credenza, presupponendo il fatto che quest’ultima, contrariamente alla prima, si fonda su principi d’economia e non su sforzi cognitivi.

    L’era della disinformazione 

    Il consumo di contenuti fuorvianti è sempre esistito: sbagliato quindi pensare che le fake news nascano come diretta conseguenza del passaggio dalla modernità alla post – modernità

    Fin dai tempi più remoti, quando per stringere relazioni ci si avvaleva esclusivamente del passaparola, l’umanità ha quindi sperimentato la creazione e distribuzione di contenuti falsi, specialmente se riferiti alla presentazione di sé, data la naturale tendenza dell’uomo alla mitizzazione degli aspetti positivi. 

    Svolgendo, poi, qualche ricerca più approfondita, emerge la consapevolezza che, in termini meramente quantitativi, le fake news diffuse per mezzo dei mass media non hanno granché da invidiare a quelle considerate di “ultima generazione”

    La differenza sta nel fatto che, nell’ecosistema mediale contemporaneo, è possibile contare su processi quali esposizione selettiva e selezione algoritmica che, influenzandosi reciprocamente, concorrono alla definizione del capitale di popolarità e visibilità. Gli stessi a garantire la viralità delle fake news.

    Il digitale, forte dell’istantaneità e dell’atemporalità poste alla base del suo stesso funzionamento, ha infatti contributo a incrementare esponenzialmente la quantità di informazione disponibile. 

    È diventato perciò impossibile chiedersi se un’informazione sia vera o falsa: porre una domanda di questo tipo determinerebbe un processo decisamente anti – economico che, in quanto tale, bloccherebbe ogni istanza comunicativa. 

    Questa la tesi avanzata da Byung – Chul Han, filosofo sud coreano che, analizzando le metamorfosi indotte socialmente dal digitale, dal canto suo postula la fine della verità

    Andando più nello specifico, uno degli aspetti che Han ribadisce è che l’accelerazione subita dalle informazioni è funzionale alla giustificazione dello status quo, dunque al mantenimento del sistema produttivo. Questo, oggi più che mai, produce stimoli informazionali, quelli che devono circolare il più velocemente possibile e senza incontrare ostacoli. 

    Dal suo punto di vista, non basta più essere precisi e accurati nella comunicazione poiché sono venute meno una serie di distinzioni fondanti l’era della comunicazione di massa – prima tra tutte, quella tra veridicità e mendacità – determinando pertanto un universo a sé, privo di quella seppur minima base fattuale e in cui è vero ciò che viene asserito come tale.  

    Appare allora pressoché immediato pensare al fatto che, se un contenuto sia effettivamente valido o meno, non abbia più alcuna rilevanza: ciò che conta è l’effetto indotto, in questo caso da contenuti deliberatamente falsi

    L’obiettivo, dunque, è quello di orientare, se non addirittura manipolare, l’opinione pubblica intesa come forza politica e sociale, nonché pilastro lungo cui qualsiasi processo deve transitare al fine di ottenere legittimazione sociale. 

    Declino dell’opinione pubblica critica e consapevole 

    Presupponendo la fiducia come caratteristica intrinseca dell’essere umano, possiamo allora intendere queste stessa come precondizione necessaria alla società e ai processi informativi: difatti, non riuscendo ad accertare autonomamente ogni questione posta al centro dell’agenda politica, gran parte della nostra conoscenza si basa sulla fiducia. 

    Nel momento in cui una data informazione, specialmente se di stampo politico, entra in contatto con la sfera della falsità, intesa nella sue varie accezioni – banalizzazione, distorsione o addirittura manipolazione – a diventare sanzionabile non è tanto la finalità persuasiva propria della comunicazione, quanto più il modo in cui questa stessa viene perseguita. In poche parole, il tentativo di eludere la capacità di riflessione dei destinatari, ostacolandone l’autonomia di pensiero. 

    Da qui deriva, come diretta conseguenza della disinformazione, l’impossibilità di un’opinione pubblica consapevole e critica, capace di favorire la partecipazione al dibattito pubblico. 

    A questo si aggiunge quanto dimostrato da vari studi psicologici: le fake news vengono strutturate in modo tale da suscitare emozioni quali indignazione, disgusto, rabbia, stupore, ossia quelle che, esercitando una dinamica di call to action simile a quella propria della propaganda, spingono alla condivisione.

    In quest’ultimo passaggio risiede l’individuazione del target ideale di contenuti falsi e fuorvianti: il cittadino poco informato e scarsamente impegnato a livello politico che, più di ogni altro, cade vittima del meccanismo dell’information processing, prestando maggiormente attenzione ai contenuti, almeno all’apparenza, coerenti con il proprio orientamento ideologico, politico e valoriale. 

    Considerando queste istanze, la tendenza a credere alle notizie false e a condividerle, nonostante prove contrarie, trova ragione nel fatto che non sempre si è in possesso di strutture cognitive sufficientemente fondate e stabili per elaborare le nuove informazioni in ingresso. 

    Anche per evitare importanti dissonanze cognitive, si finisce dunque per ignorare quanto appare in collisione con le opinioni e le inclinazioni personali. Il risultato? Ci si auto segrega in spazi di discussione e informazione prettamente unilaterali

    Infine, si assiste ad un certo grado di polarizzazione, nel sistema prettamente informativo tanto quanto in quello politico, per mezzo della quale emerge persino una dinamica di super individualizzazione. Una situazione piuttosto allarmante tale per cui ogni individuo sviluppa una propria idea di verità. 

    La fake news come arma politica 

    La questione si complica quando si apprende che, sempre più spesso, fonti autorevoli come quelle politiche disinformano in ottica strategica, vale a dire per cercare di influenzare la vita politica di un dato Paese. 

    Quando ciò accade, l’intento è porre la disinformazione all’interno di una chiara strategia comunicativa che, veicolata con toni spesso umoristici e per mezzo di un frame spettacolare, concorre a ridisegnare l’odierno scenario della politica pop. Quella in cui la narrazione ha assunto la forma dello storytelling e si rimane del tutto indifferenti alla realtà dei fatti.

    Se intesa in questo contesto, la fake news si eleva allora a strumento politico di delegittimazione del sistema giornalistico; non a caso viene frequentemente adottata dalla comunicazione politica populista con l’obiettivo di alimentare la visione dei media mainstream come parte dell’èlite contro cui scagliarsi

    Varie ricerche hanno poi dimostrato che, se gli utenti iniziano ad abituarsi al fatto che negli ecosistemi mediali possano circolare notizie false prodotte da fonti autorevoli come quelle politiche, si riducono anche gli scrupoli che questi hanno nel farle circolare a loro volta

    Le conseguenze, in ogni caso, non possono che essere negative: a partire da un senso di profonda confusione, si giunge perfino a mettere a repentaglio quel substrato di fiducia posto dagli stessi utenti nell’informazione digitale. Ultimo, ma non per importanza, il fatto che la sfera politica nel suo complesso, da tempo in crisi, continua a perdere ancora più credibilità. 

    Dipende da noi 

    Fatte queste opportune premesse, sembrerebbero evidenti le ripercussioni della disinformazione sull’intero piano collettivo. In realtà, non è esattamente così: la confusione informativa, quella che mira a smontare la base fattuale per trasformarla sempre più in opinione, va comunque a vantaggio di un esiguo gruppo di utenti – elettori, quelli che orientano strumentalmente i flussi informativi e mettono così in crisi la tenuta delle istituzioni democratiche. 

    Come fare, allora, per arginare i danni? Il trucco sta nell’azione individuale: è infatti quest’ultima che dovrebbe strutturare ogni processo comunicativo e decisionale su almeno 3 fasi fondamentali – tesi, antitesi e sintesi – nella consapevolezza che, anche la fonte più attendibile, è sempre portatrice di una verità parziale e non esaustiva. 

    Quest’ultimo passaggio, tuttavia, è difficilmente perseguibile poiché calato sul funzionamento dei social media, dove la razionalità lenta e rigorosa cede definitivamente il passo all’impeto emotivo. Lo stesso che porta alla superficialità di ascolto, lettura e condivisione. 

    Sorprende il fatto che, anche questo assunto, non è nuovo alla sfera politica; l’aveva già anticipato in tempi non sospetti Tucidide: “La maggior parte della gente non si preoccupa di scoprire la verità, ma trova molto più facile accettare la prima storia che sente”. 

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