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    Ammanettati in tribunale: da Carra a Salis

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    Strumento noto quanto temuto, le manette sono oggi, di nuovo, al centro del dibattito pubblico.

    Ecco perché ci sembra opportuno fare chiarezza sul loro utilizzo, individuando una domanda molto semplice: in un’aula di Tribunale, perché alcuni imputati, innocenti fino a prova contraria, sono ammanettati? In uno Stato di Diritto è normale vedere persone trattate in tale maniera?

    Ad aiutarci nell’interrogazione del quesito abbiamo due scene e due Stati. Momenti distanti nel tempo e luoghi lontani nello spazio, che però si congiungono nel pensiero per l’irrefrenabile senso di giustizia che ci anima. Parliamo delle vicende di Enzo Carra e di Ilaria Salis.

    Il caso Carra e il caso Salis

    La cronaca, con la sua grande memoria, nel vedere le immagini di una donna ammanettata in un’aula di Tribunale ungherese, ci ha ricordato che, non molto tempo fa, proprio in Italia, proprio a Milano, un dirigente politico democristiano viveva lo stesso copione.

    Correva l’anno 1993 e l’Italia stava attraversando una delle pagine più significative, drammatiche e importanti della sua Storia. L’inchiesta Mani Pulite, dopo aver scoperto Tangentopoli, si espandeva a macchia d’olio e aumentava il numero e il prestigio dei suoi imputati. Infatti, il 4 marzo, Carra, portavoce di Arnaldo Forlani, veniva tradotto dal carcere al Tribunale per essere ascoltato come persona informata dei fatti dal PM. Particolare non proprio secondario furono gli schiavettoni che abbracciavano crudelmente i polsi e le caviglie del giornalista. La foto, naturalmente, toccò gli occhi e la sensibilità di tutti. Ma perché? Era davvero necessario? La risposta che ci suggerisce il buonsenso è un chiaro “no”. Ci sembra eccessivo. Ma come mai i carabinieri le usarono?

    Dopo i primi tragici suicidi dell’inchiesta, ad essi, che si occupavano del trasporto, fu chiesta una grande sorveglianza. Evidentemente mal interpretata.

    Corre l’anno 2024 e, in Ungheria, Ilaria Salis viene immortalata con le manette in un’aula di giustizia. È vero che l’ordinamento ungherese non è il nostro, però vi sono dei princìpi comunitari sulla dignità umana che dovrebbero essere rispettati anche da Orban.

    Tornando al quesito

    Ma torniamo alla domanda. Le manette in Aula vanno bene? Bisogna distinguere due momenti: la traduzione e l’udienza.

    La prima pone, certamente, più problemi in termini di pericolo. Immaginiamo un grande capo mafioso che dal carcere deve essere traportato in tribunale. È probabile che, con le sofisticate tecniche della criminalità organizzata, esista un piano per liberarlo. Dunque, un trattamento che leda la libertà personale, di cui all’art. 13 della Costituzione, risulta giustificato. Meno per un comune rapinatore che non ha alle spalle una associazione di cui all’art. 416 del Codice penale. Ma occorre corroborare le nostre considerazioni con alcuni dati normativi.

    Citiamo, quindi, la Legge sull’ordinamento penitenziario e il suo art. 42-bis, comma 5:

    Nelle traduzioni individuali l’uso delle manette ai polsi è obbligatorio quando lo richiedono la pericolosità del soggetto o il pericolo di fuga o circostanze di ambiente che rendono difficile la traduzione. In tutti gli altri casi l’uso delle manette ai polsi o di qualsiasi altro mezzo di coercizione fisica è vietato. Nel caso di traduzioni individuali di detenuti o internati la valutazione della pericolosità del soggetto o del pericolo di fuga è compiuta, all’atto di disporre la traduzione, dall’autorità giudiziaria o dalla direzione penitenziaria competente, le quali dettano le conseguenti prescrizioni.


    In Aula, poi, il rischio di pericolosità è certamente minore per entrambi, tanto da non richiedere schiavettoni o altre misure altamente limitative dell’habeas corpus e della dignità.

    Infatti l’art 474 c.p.p:

    L’imputato assiste all’udienza libero nella persona, anche se detenuto, salvo che in questo caso siano necessarie cautele per prevenire il pericolo di fuga o di violenza.

    Occorre, dunque, in entrambi i casi, valutare la concreta pericolosità.

    Pubblicità

    Altro fattore da considerare è la pubblicità. Lesivo dell’onore non è solo il fatto in sé, ma anche la sua diffusione pubblica. La diffusione di immagini di persone ammanettate si pone nel punto in cui il diritto di cronaca ex art. 21 della Costituzione si scontra con la dignitàUn giornalista può raccontare che un capo mafioso o l’autore di un reato che ha scosso la sensibilità pubblica è stato in Udienza, ma non è legittimato a diffondere immagini lesive nel limite in cui, nel raccontare un fatto, deve attenersi non solo alla veridicità e all’interesse pubblico, ma anche alla continenza. Va bene raccontare, ma in modo dignitoso.

    Conclusione

    È chiaro, quindi, che le manette o altre misure, purché necessarie da un giudizio di pericolo concreto, possono essere utilizzate nella traduzione e in udienza, tenendo a mente la diversa incidenza della pericolosità. È qui che la sicurezza deve temperarsi con la dignità. Ma è altrettanto chiaro che, ove necessario, c’è un altro temperamento da compiere. Quello tra la dignità e il diritto di cronaca.

    Non esistono principi tiranni. L’equilibrio costituzionale del nostro Stato e dell’UE si regge su un sistema di pesi e contrappesi tanto importante quanto delicato. A noi, operatori del diritto e membri della comunità, il compito di attuare questo bilanciamento e di farne scudo contro l’ingiustizia.

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