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    HomeItaliaArchiviato il referendum, c’è ancora tanto su cui lavorare 

    Archiviato il referendum, c’è ancora tanto su cui lavorare 

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    Metaforicamente, il 24 marzo rappresenta l’inizio di una stagione politica non preventivata, una pagina intatta tutta da scrivere. Mentre nelle piazze si accoglie benevolmente l’arrivo di una nuova “primavera” – citando la parola usata da Giuseppe Conte e Maurizio Landini per commentare i risultati delle urne – non mancano le considerazioni, non tanto sul verdetto, quanto sul percorso politico e sulle narrazioni mediatiche che l’hanno concretizzato. 

    “Noi” contro “loro”

    Indipendentemente dalle posizioni di ciascuno, esiste un fattore che ha unito – e continuerà a unire – gli italiani: l’incapacità, parziale o totale, di considerare la bontà delle argomentazioni altrui, soprattutto se sollevate da avversari politici. Anche volendo reiterare la retorica del “merito”, la sfida dell’obiettività fallisce miserabilmente.

    Gli esempi sono numerosi e privi di “colore” politico, dall’invito ad “andare al mare” espresso da Bettino Craxi nel 1991 al caso Garlasco, passando per la richiesta di dimissioni di Meloni, espressa da alcuni esponenti del centrosinistra. Imputare ad una parte l’accusa di aver politicizzato il quesito referendario sarebbe, dunque, ipocrita

    Armandosi di onestà intellettuale, bisognerebbe invece essere concordi su un aspetto: a dispetto di quanto voluto dai padri costituenti, i referendum – abrogativi o confermativi che siano – vengono indetti appositamente per essere politicizzati. Questo perché la dialettica politica ha necessità di individuare un “nemico” da contrastare. Non c’è quindi da stupirsi se la campagna referendaria si tramuti in una campagna pro o contro l’esecutivo in carica. 

    L’impressione di essere spettatori di una partita costruita secondo lo schema “noi” contro “loro” non nasce certamente con il referendum costituzionale sulla giustizia, ma è intrinseca addirittura alla natura umana. Ogniqualvolta che, per via delle condizioni contestuali, diventa difficile parlare di sé e delle proprie responsabilità, si guarda all’”altro” di turno, salvo poi accorgersi che il proprio interlocutore soffre spesso delle stesse debolezze. 

    Il diritto di voto fuorisede

    Sulla scorta di questo, intestarsi – in qualità di forza d’opposizione – l’intenzione di perseguire la causa del diritto di voto per gli studenti e lavoratori fuorisede potrebbe essere potenzialmente pericoloso.

    In uno Stato di diritto, occorrerebbe impegnarsi congiuntamente affinché un diritto fondamentale quale il voto possa essere esercitato da tutti, senza necessariamente inserire quest’ultimo all’interno di un programma elettorale, citandolo all’occorrenza e dimenticandolo quando “superfluo” e non “interessante”. 

    Il (mancato) confronto diretto

    Quanto agli strumenti utilizzati come “rinforzo” alle argomentazioni a favore del Sì e del No, lo scenario che si è profilato nel corso delle settimane è stato inevitabilmente diverso.  Da un lato, chi ha criticato l’elenco  cartaceo – mostrato in più occasioni durante le dirette televisive – dei Paesi il cui ordinamento giuridico prevede la separazione delle carriere della magistratura, dall’altro chi ha intravisto nel podcast di Fedez e Mr. Marra una leva potenzialmente rivoluzionaria della comunicazione politica italiana, ancora molto legata alla presenza fisica nelle piazze e orientata, in alcuni casi, a sminuire il mezzo attraverso cui raggiungere l’elettorato. 

    In attesa di vedere che la classe politica prenda contezza dell’importanza della lungimiranza – una componente spendibile non solo sul fronte comunicativo, ma anche su quello legislativo e infrastrutturale – nel breve periodo la sfida diventa quella di concretizzare un confronto diretto tra forze di maggioranza e di opposizione, anche e soprattutto a ridosso di un appuntamento elettorale.  

    C’è ancora tanto da fare

    Tra le tante crepe, l’unico fattore di cui gioire è l’affluenza alle urne, più alta di qualunque previsione sondaggistica, seppur ancora con molte zone d’ombra, specie al Sud e nelle isole. Per il resto, la domanda da porre alla classe politica diventa: siamo sicuri di trovarci all’alba di una nuova “primavera” politica? O meglio, è quello che volete davvero?

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