Il ritorno dell’instabilità geopolitica in Medio Oriente, con l’escalation del conflitto intrapreso da Israele e dagli Stati Uniti contro l’Iran, ha avuto conseguenze importanti sul piano macroeconomico globale, in particolar modo con il prezzo del petrolio e dell’energia che ha registrato una tanto forte quanto prevedibile impennata.
In poche settimane, il petrolio ha superato la soglia dei 110 dollari al barile, con punte oltre i 112 dollari, alimentando un nuovo shock sui carburanti e riaprendo il dibattito sulle accise come leva di politica economica.
In questo contesto, il governo italiano è intervenuto con un decreto-legge approvato lo scorso 18 marzo che propone un taglio temporaneo delle accise su benzina e gasolio nel tentativo di arginare l’impennata dei prezzi del carburante minimizzandone l’effetto sull’inflazione.
Un nuovo shock energetico: i numeri
I dati più recenti certificano la rilevanza del fenomeno in atto: dall’inizio del conflitto, il prezzo del petrolio Brent è aumentato tra il 27% e il 48%, passando da circa 62-70 dollari al barile a oltre 100-110 dollari, con picchi vicini ai 120, indicando timori di ulteriori rialzi. L’impatto si è trasferito rapidamente sui carburanti: in Europa il diesel è aumentato fino al +29% e la benzina del +16% dall’inizio delle ostilità, mentre in Italia i prezzi hanno superato ampiamente la soglia psicologica dei 2 euro al litro.
Ancora più marcato il movimento del gas naturale: in Europa i prezzi sono cresciuti di circa +40% – +50%, con punte che, in scenari estremi, potrebbero superare il +100% in caso di blocco prolungato dello Stretto di Hormuz. In termini assoluti, il TTF europeo è passato da circa 30 ad oltre 60 euro/MWh nel giro di poche settimane, mantenendosi comunque lontano dai picchi dell’estate 2022, con valori che sfioravano i 250 euro al MWh.
Trasmissione all’economia reale: imprese e famiglie
Lo shock energetico in corso ha un effetto importante sull’inflazione, diretto – carburanti e bollette – ed indiretto sui costi di produzione e trasporto della merce. Secondo la CGIA di Mestre, l’impatto complessivo per le imprese italiane nel 2026 potrebbe raggiungere 10 miliardi di euro, di cui 7,2 miliardi legati all’elettricità e 2,6 miliardi al gas (+13,5% rispetto al 2025).
Secondo le stime macroeconomiche più diffuse, un aumento del 10% del prezzo del petrolio può tradursi in un incremento dell’inflazione tra 0,2 e 0,4 punti percentuali nel breve periodo, un aggravio fino a 540 euro annui, pari a circa +17% della spesa energetica complessiva. Un classico quadro di “shock di offerta”: la riduzione sul lato dell’offerta di un bene con una domanda costante che provoca un aumento dei costi trasmesso lungo tutta la filiera produttiva.
Accise e politica economica: tra emergenza e strutturalità
Con il decreto dello scorso 18 marzo, entrato in vigore sin dal giorno seguente e dal valore di circa mezzo miliardo di euro, il Governo ha messo a punto delle misure temporanee per mitigare l’aumento dei prezzi dei carburanti (e per la spirale inflazionistica che ne deriverebbe). Accanto al taglio delle accise, di circa 0,20 centesimi al litro, che diventano circa 0,25 con l’IVA, il governo ha introdotto crediti d’imposta per i settori più esposti, in particolare autotrasporto (100 milioni di crediti di imposta) e pesca (10 milioni).
Le accise sui carburanti rappresentano una componente strutturale del sistema fiscale italiano. Con un livello pari a circa 0,67 centesimi per litro, esse incidono in modo significativo sul prezzo finale e costituiscono una fonte rilevante di entrate per lo Stato (circa 47 miliardi di euro di gettito annuo).
Si tratta di una misura “a saldo zero” per i conti pubblici, in quanto la coperta per il finanziamento della misura è interna: non si fa ricorso ad ulteriore deficit ma a tagli ai ministeri, suscitando non poche polemiche da parte delle opposizioni; nello specifico sono previsti tagli per 130 milioni al ministro dell’economia e delle finanze, 96 milioni a quello dei trasporti e oltre 85 milioni al dicastero della salute.
Conclusione
Il decreto del 18 marzo rappresenta una classica misura “tampone” di politica economica: efficace forse solo nel brevissimo periodo, con un probabile picco di richiesta negli ultimi giorni di validità del decreto.
L’evoluzione della guerra nelle prossime settimane sarà cruciale: se i bombardamenti alle infrastrutture energetiche nel medio-oriente continueranno, se il transito per lo stretto di Hormuz continuerà ad essere inibito, la scelta non sarà più tra intervenire o meno, ma quanto a lungo sostenere il costo fiscale delle accise ridotte e quanto lasciare che l’inflazione si trasmetta all’economia reale, con tutto ciò che ne consegue.
Una decisione che, ancora una volta, pone al centro il delicato equilibrio tra stabilità dei prezzi, crescita economica e sostenibilità dei conti pubblici.
20260111

