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    Cercasi meritocrazia: una piaga italiana

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    Il culto del merito, in Italia, ha radici piuttosto profonde e rientra tra i principi fondanti la Costituzione: l’articolo 34 recita infatti che “i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Leggendo queste parole, viene implicito pensare al merito come una risorsa da custodire, valorizzare e far crescere rigogliosamente in un terreno fertile, in vista di una società più giusta. 

    A prescindere da quanto accentuato sia il suo peso, la realtà è che non ne possiamo fare a meno. Nell’odierna società capitalista, quella in cui qualunque traguardo viene valutato in termini economici e di realizzazione personale o materiale, il merito – talvolta correlato alla responsabilità – rappresenta uno dei criteri più importanti attraverso cui è possibile concretizzare il successo individuale

    È questo il motivo per cui, chi non vede i propri sforzi adeguatamente valorizzati, prova un senso di profonda frustrazione e di inferiorità. Condizioni, queste, nel medio – lungo periodo profondamente dannose per il singolo, ma anche per l’intera comunità. Le stesse che possono accentuare pericolosamente il disagio sociale, uno degli indici più pregnanti per le nuove generazioni ma rispetto a cui la classe politica, nel suo complesso, risulta piuttosto balbettante. 

    Il malfunzionamento della meritocrazia 

    Seguendo il pensiero di alcuni studiosi liberali, ad ogni persona, all’interno di una comunità, dovrebbero essere garantite le stesse condizioni di partenza per poi, in ottica prettamente individualista, dare spazio al libero arbitrio del singolo; è infatti quest’ultimo che compierà le scelte che riterrà, di volta in volta, più significative. 

    Questa dinamica assume ancora più rilevanza se calata nel mercato del lavoro dove, sempre idealmente, si suppone che il merito corrisponda al fatto che, chi esercita una certa professione, si impegni al massimo in essa e che, dimostrando le proprie capacità, riesca a raggiungere i gradi più alti di un’organizzazione, nonché maggiore riconoscimento sociale. 

    Ciò da cui parte questo presupposto è l’esistenza di alcuni talenti, ossia capacità innate proprie del singolo individuo, su cui peraltro molti giovani cercano di investire – in termini di tempo, corsi di formazione ma soprattutto denaro – nella speranza di lavorare su di essi al punto tale da realizzare la migliore versione di se stessi e, perché no, ottenere meritatamente successo. 

    Tuttavia, in Italia il talento sta diventando sempre più sinonimo di privilegio, ed è così che da più parti ci si trova costretti a fare di necessità virtù, accettando impieghi non in linea con le proprie inclinazioni. Difatti, con profonda amarezza, sono tantissimi i giovani italiani che ogni anno mettono nel cassetto sogni e ambizioni nella consapevolezza che le rinunce e i sacrifici fatti andranno totalmente vani oppure, nel migliore dei casi, verranno ricompensati soltanto presso realtà innovative e all’avanguardia. 

    Come rilevato dall’Istat, nonostante il raggiungimento della laurea aumenti notevolmente le possibilità di ingresso nel mondo del lavoro – l’83% dei laureati lavora entro un anno dalla fine degli studi – la richiesta rimane comunque maggiormente pendente per il campo scientifico e tecnico. Questo spiega perché, spesso, a trovare difficoltà nel far collimare studi e lavoro sono coloro i quali hanno scelto facoltà umanistiche, magari proprio assecondando le proprie passioni e i propri talenti. 

    Tutto questo ha portato, nel tempo, ad una situazione paradossale, quella che conosciamo con l’etichetta di overqualification: i pochi laureati, soprattutto nelle materie STEM, risultano fin troppo formati e qualificati per le imprese italiane, le stesse che frequentemente cercano di sfruttare fino all’osso le risorse esistenti senza alcun tipo di rinforzo positivo, costringendo così i lavoratori a cercare fortuna all’estero. Dove, invece, la produttività è decisamente più appetibile. 

    Quest’ultimo passaggio fa intendere quanto, per i giovani, sia importante il merito personale, effettivamente valorizzato e riconosciuto. E non soltanto in termini meramente economici. In un contesto di forte incertezza e di perdita di orizzonti comuni, esso può essere fonte di profonda motivazione – presente e futura – e progresso collettivo, permettendo inoltre di mantenere uno standard qualitativo mediamente elevato, in linea con le aspettative che puntualmente ricadono sul singolo.  

    Intuitivo, dunque, assimilare il merito ad una bussola capace di orientare il singolo – forte delle competenze accumulate e messe alla prova dei fatti – ad intuire su quali aspetti mobilitare un maggior capitale di energie, nonché a perseguire i propri obiettivi nonostante le incertezze e le difficoltà. Nella consapevolezza che ogni attimo speso, ogni compito positivamente assolto otterrà presto il valore che merita. Da qui la fame di conoscenza, la voglia di espandere i propri confini, tutti propositi che caratterizzano l’essere umano fin dalla nascita in virtù degli stimoli che, dalla famiglia prima e dal processo di socializzazione poi, vengono perpetuati. 

    Do ut des, ma non in Italia

    Nostro malgrado, la quotidianità italiana è lontana dal potersi definire pienamente meritocratica, se non per piccole e poco incisive parentesi. A fotografare la situazione è il Meritometro, il primo indicatore quantitativo di misurazione dello “stato del merito”, elaborato dal Forum della Meritocrazia in collaborazione con l’Università Cattolica; il risultato parla chiaro: ultimi per meritocrazia. Non a caso, l’Italia raggiunge il punteggio di 26,39/100, attestandosi a grande distanza da Paesi come Finlandia, Spagna e Germania

    Ancora più aberrante il fatto che la sfera politica, quella che per lungo tempo ha sorvolato sul nepotismo e che oggi sbandiera i principi costituzionali come feticcio cercando di ridisegnarne l’impalcatura, rimane perennemente sorda di fronte al grande frastuono delle proteste giovanili. Quelle che chiedono migliori condizioni contrattuali e soprattutto un radicale mutamento socio – culturale. 

    Nel nostro Paese, infatti, è soprattutto il settore privato, decisamente più allettante se inteso in quanto “ascensore sociale” rispetto a quello pubblico, a investire sulle potenzialità del capitale umano, andando così a creare una perfetta sincronia tra veterani e neoassunti. La stessa che ha sancito una logica di interdipendenza tra questi ultimi due poli, colonne portanti reciprocamente necessarie e da valorizzare, benché distinte per ragioni generazionali. 

    Quanto all’istruzione e alla ricerca, anche in questo caso al merito non sembrano corrispondere corposi riconoscimenti: le borse di studio, basi annuali di sostentamento messe a disposizione per costruire il futuro professionale, sono decisamente esigue, riservate a una fetta di pochissimi eletti o comunque subordinate ad altre variabili che, peraltro, le rendono ancora più inavvicinabili. Ancor più tragica la condizione di chi decide di intraprendere un dottorato universitario, percorso a tutti gli effetti lavorativo e di formazione accademica tutt’oggi non equiparato legalmente ad una qualunque altra professione. Privo, inoltre, di tutte le coperture che ne conseguono: malattia, indennità, congedi per la paternità e per la maternità. 

    Dinamica aggravante è, infine, quella legata alla forte disparità tra Nord e Sud del Paese – due binari paralleli, in termini di risorse valorizzabili, sebbene senza possibilità di confluenza e di contagio reciproco. La stessa che, come sostenuto da Nassim Taleb nel suo celebre saggio “Fooled by randomness”, impone, per mezzo della lotteria del caso, condizioni ostacolanti la valorizzazione del merito: il retroterra culturale, la condizione socio – economica della famiglia d’origine, le singole regioni di appartenenza. 

    Insomma, ancora prima dell’età adulta, il destino – più o meno vincente – di un giovane appare già scritto, mediamente irremovibile, soprattutto se si è residenti in zone periferiche e poco servite. Unica alternativa, la mobilità verso Paesi con un più alto PIL pro capite, aziende più floride ma, soprattutto, una più alta concezione dell’individuo. Visto, ora, come risorsa imprescindibile.

    Considerando la persistenza di questi indici negativi fin dai tempi della Prima Repubblica, di tutto ciò l’intera comunità sta, oggi, pagando un prezzo decisamente elevato. L’intero sistema democratico è infatti in crisi, ma non solo: il contrappeso tra dare ed avere vede quotidianamente svilire l’antica autorità che ne sta alla base. In aggiunta, la scuola sta perdendo il proprio valore intrinseco: fortificare l’individuo, dotarlo di consapevolezza circa il lungo cammino della vita fatto di insidie e bisognoso di spirito di abnegazione. 

    Una svolta per il bene comune 

    Cambiare è possibile? Certo che sì, serve però uno sforzo consistente e collettivo, anzitutto in termini culturali. In questo, la politica dovrebbe fornire il buon esempio, dando spazio ai molti giovani che cercano con grande fatica e senza particolari appoggi di farsi spazio nelle Istituzioni e, soprattutto, investendo sul rilancio territoriale. 

    In assenza di misure compensative, il bilancio resterà sempre negativo: i più meritevoli, al termine di una formazione rigorosamente di alto livello, preferiranno espatriare, data la mancanza di riscontri positivi da parte della giustizia, della sanità e della pubblica amministrazione. Comparti dove, annualmente, i rispettivi concorsi di ammissione registrano i più alti tassi di favoritismo. Quanti invece provenienti da contesti meno fortunati, non potranno usufruire delle stesse condizioni – accusate ora di essere elitarie – e automaticamente verranno disincentivati all’impegno e alla partecipazione civica. 

    Peraltro, la maggiore disponibilità di capitale economico, politico e sociale continuerà a pesare enormemente sul corso delle generazioni future. Persisterà, insomma, un circolo vizioso tra influenza, potere e successo.

    Una società che non investe sul merito, soprattutto giovanileè destinata al fallimento.

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