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    Conoscere il passato per comprendere il presente

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    Nel 1789 assistiamo a un cambio irreversibile nella storia dell’umanità: per la prima volta, il popolo emancipato diventa la chiave di volta del sistema; per la prima volta, vengono riconosciuti i diritti naturali dell’uomo, esplicitati in una dichiarazione e incisi indelebilmente nella storia. La Rivoluzione Francese ha portato con sé la concezione moderna di rapporto piazza-palazzo, è lo spartiacque tra una società feudale e una egualitaria, almeno nella teoria (il che è già tanto considerando quanto fosse difficile anche solo teorizzare un modello diverso da quello vigente). Per quanto tutto questo rappresentasse un’anomalia assoluta all’epoca, il mondo di fine XVIII secolo è, come ovvio, molto lontano dal nostro per usi e costumi: il settore agricolo è quello dominante, l’Europa tutta è governata da monarchi dispotici noncuranti dei bisogni della popolazione, la rivoluzione industriale è ancora nella sua fase embrionale, dilagano le carestie… insomma, nonostante tutti i bei propositi dei rivoluzionari francesi, ci sarebbe voluto del tempo affinché la sommossa popolare portasse a dei risultati stabili, senza compromessi di sorta. Se è dunque vero che la Rivoluzione Francese gettò le basi per il futuro, a raccoglierne i frutti e a plasmare la società del presente fu la realtà di fine Ottocento: tra cambiamenti epocali, contraddizioni e barbarie, è questo il periodo su cui è bene focalizzarsi.

    L’età degli imperi

    Individuiamo il periodo: lo storico inglese Eric J. Hobsbawm identifica “l’età degli imperi” – titolo del suo libro sul tema: lo citeremo spesso nel corso dell’articolo – nel periodo che va dal 1875 al 1914, quindi dalla grande depressione circa fino allo scoppio della Prima guerra mondiale. Hobsbawm stesso ci scrive dei “rivoluzionari progressi tecnologici già nascenti o in incubazione: i vari tipi di turbine e di motori a combustione interna, il telefono, il grammofono, la lampadina elettrica a incandescenza (tutte cose inventate in quegli anni), l’automobile, resa veicolo pratico da Daimler e Benz nel 1880-90, per non parlare della cinematografia, dell’aeronautica e della radiotelegrafia, prodotte o in corso di elaborazione nel decennio seguente”. La società per come la conosciamo oggi passa in gran parte da qui: si diffonde a macchia d’olio il capitalismo liberale, si sviluppa la sinistra dura e pura a fare da contrasto, si allargano le aree urbane, cresce la disponibilità di cibo, si alza l’aspettativa di vita, al tempo ancora bassa, ma la forte diminuzione della mortalità infantile trova qui inizio; in questo periodo storico diventano accessibili alle masse i giornali e i periodici così come li intendiamo oggi, tanto che nel 1880 negli Stati Uniti uscirono ogni mese 186 milioni di copie di giornali e periodici contro le 333.000 del 1788: parliamo di 1 giornale per ogni 4433 abitanti; di tutte le pubblicazioni, 971 erano giornaliere, e 8863, dunque la stragrande maggioranza, a tema politico, segno di un progressivo coinvolgimento della gente nel dibattito pubblico nazionale e non. Tutto ciò fu reso possibile anche da un tasso di analfabetismo in costante decrescita, tanto che, già nel 1850, tra la popolazione bianca degli USA esso era inferiore al 30%. Vi è, infine, un forte aumento demografico: l’Italia, ad esempio, passa dai 28,5 milioni di abitanti del 1880 ai 36 milioni del 1914; crescono vertiginosamente le Americhe e l’Europa e la disparità nella distribuzione della popolazione a livello globale va via via assottigliandosi, anche se il continente asiatico rimane saldamente al primo posto.

    Un mondo diviso a metà

    Per quanto illuminante, nel secolo forse più eurocentrico della storia non tutti se la passano bene: “Nel 1880 il reddito pro capite del mondo sviluppato era circa il doppio che nel Terzo Mondo; nel 1913 era oltre il triplo, e il divario continuava a crescere” [da “l’età degli imperi” di Hobsbawm]. Ed è proprio questo il punto: la disparità fra “Terzo Mondo” – o “Secondo Mondo” – e Paesi industrializzati è enorme e destinata a crescere sempre di più nel corso dei secoli; questa manifesta superiorità europea sfocerà poi nel cosiddetto “imperialismo”, termine che entrerà a far parte del lessico giornalistico a partire dal 1890, nello specifico con la conferenza di Berlino del 1894, tramite la quale le potenze europee si spartirono l’Africa tra di loro. Il quadro politico era piuttosto chiaro: c’era una serie di – pochi – dominatori e una serie interminabile di dominati (e domati). Il globo terraqueo, conosciuto ormai quasi nella sua interezza, era sotto completo dominio europeopiù Stati Uniti e Giappone – tra colonie, concessioni territoriali e zone di libero scambio, fatta salva qualche insignificante eccezione, quale ad esempio la Liberia o l’Etiopa, che mantenne la sua indipendenza scongiurando il tentativo di invasione italiana. 

    Le motivazioni di quanto sopra evidenziato sono molteplici, e non hanno nulla a che vedere con il DNA degli europei: il divario è tecnologico, talvolta accentuato da tradizioni religiose dure a morire. Detto ciò, anche le grandi potenze coloniali avevano i loro problemi: l’Italia era caratterizzata dalla pesante disparità tra Nord e Sud; nell’Impero austriaco esistevano forti differenze a seconda della regione: buon tasso di alfabetizzazione tra tedeschi, cechi, italiani e sloveni, meno buono tra romeni, ucraini e serbo croati; Spagna e Portogallo erano ormai a tutti gli effetti due potenze decadenti – o decadute, fate voi – con ben poca voce in capitolo, e con l’ultima delle due che riuscì a ottenere un discreto possedimento coloniale più per l’indecisione dei grandi che per merito vero e proprio.

    Fino ai giorni nostri

    Ci avviamo alla conclusione. Se ci pensate, per certi versi quello descritto nei paragrafi precedenti è un mondo piuttosto simile al nostro: anticipa la società dei consumi, crea e ispira le ideologie politiche protagoniste del XX secolo – e in parte anche del XXI secolo – sfidando l’impossibile, muta il tessuto economico-sociale; al tempo stesso è un mondo iniquo, dove le tensioni politiche la fanno da padrone: d’altronde parliamo del periodo immediatamente precedente allo scoppio della Grande Guerra. Il progresso avanzava per la prima volta virtualmente incontrastato: c’era, naturalmente, una schiera d’opposizione ai cambiamenti compatta e consistente, e, tuttavia, insufficiente, quasi impotente di fronte all’inimmaginabile. Il capitalismo liberale teorizzava un mondo senza frontiere e ha così avuto inizio la prima fase della globalizzazione; la bassa manovalanza, stanca delle tremende condizioni lavorative, si riorganizza e si ritaglia uno spazio nel dibattito pubblico; si sviluppa il concetto di nazione, e con esso le istanze nazionaliste dei primi del ‘900. 

    La nostra società, frutto di decisioni coraggiose, equilibri e compromessi, viene teorizzata in quegli anni, ed è quindi un bene conoscere a fondo il suddetto periodo: ciò al fine di poter giudicare con una maggiore consapevolezza il presente e lavorare per un futuro che sappia attingere dal meglio che il passato ha (ancora) da offrire.

    A cura di

    Pablo De Ciantis

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