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    Crisi dei partiti: puntare sui giovani per rinnovarsi

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    Per ragionare sulla crisi dei partiti politici e della rappresentanza democratica prendiamo spunto da Henry Louis Mencken, giornalista e saggista statunitense che, ancora prima di conoscere gli sviluppi del ventunesimo secolo, tuonava così: “In democrazia, un partito dedica sempre il grosso delle proprie energie a cercare di dimostrare che l’altro partito è inadatto a governare; e in genere tutti e due ci riescono, e hanno ragione”. Da qui l’impressione che i partiti abbiano smarrito il loro senso ultimo: interpretare ed aggregare volontà, scelte, singoli cittadini. Ciò che resta loro – la mobilitazione sotto forma di protesta, come accennato poc’anzi – appare peraltro insoddisfacente. Tanti i problemi, pochi per ora i tentativi di soluzione. Certo, invece, il fatto che serve un rinnovamento. Un profondo cambio di rotta, ma non nella cittadinanza – questa ha già saputo mutare il proprio profilo – bensì nel modo di intendere la partitica. Come suggerisce l’etimologia, la parte di un tutto; una parte probabilmente inevitabile e necessaria, ma che sempre più persone stanno portando sul banco degli imputati. 
     


    I partiti sono ancora funzionali?

    Il fatto che i partiti abbiano perso vigore, nonché pregnanza, nella nostra quotidianità è indubbio. Così come che il numero degli iscritti e dei militanti si è fatto sempre più esiguo; cifre, queste, incomparabili con quelle della desueta golden age della politica. 
    Ancora molto viva, però, la voglia di incidere sullo stato delle cose, attuale e futuro. In molti casi senza netti ancoraggi ideologici. Viene allora implicito chiedersi se i partiti siano ancora necessari. Un interrogativo, questo, denso di insidie e che, con buone ragioni, conosce non pochi interlocutori. La risposta, invece, paradossalmente semplice: sì, ne abbiamo tutt’oggi bisogno. E di questo possono dirsi consapevoli tutti, anche le nuove generazioni, quelle che vengono raggiunte puntualmente tramite sondaggi e inchieste istituzionali capaci di denunciarne il presunto scollamento dalla realtà. D’altronde, siamo esseri sociali, viviamo inseriti volenti o nolenti in una comunità dove, peraltro, incanaliamo nella rappresentanza di interessi due componenti imprescindibili: il dialogo e il confronto

    Trovano qui riscontro le parole di Gianfranco Pasquino, uno dei più importanti politologici italiani: “Se vi hanno raccontato che i partiti sono partiti, vi posso assicurare che non sono partiti. Sono ancora qui con noi, seppure molto malandati […], io temo che una democrazia senza partiti sarebbe esposta al potere di coloro che hanno risorse, e che certamente sono meno democratici dei non tanto democratici partiti italiani”. Una democrazia senza partiti, difatti, non si è ancora vista. E anche oggi che le loro funzioni cardini – la raccolta dei consensi e l’organizzazione della partecipazione – sono in parte uscite di scena, attenuate oppure ridondanti, non può dirsi certamente finita la politica. Questa, infatti, continua a prosperare attraverso forme non convenzionali di mobilitazione, ma soprattutto via social.

    Il declino dei partiti in Italia

    Tanti ne parlano, pochi aderiscono, ancora più rari coloro che possono definirsi affiliati; questa la realtà italiana, ma non solo, inquadrabile nel più generale malessere democratico. Quello che, visibile già con gli anni novanta, è andato peggiorando è stato quando essi, nel bel mezzo della crisi, hanno iniziato a cedere le proprie armi, consentendo la formazione di governi cosiddetti tecnici. Eppure, nonostante i cambiamenti intercorsi nel rapporto tra cittadini e istituzioni, con le elezioni alle porte puntualmente l’attenzione nei confronti dei diretti protagonisti torna a toccare livelli piuttosto importanti. Poi, il vuoto: dilaga l’idea che la partitica non porti a nulla di concreto.

    Ma, allora, che cosa non funziona? In un certo senso, potremmo rispondere l’apporto umano alla partitica, la mancanza di chiarezza circa la strada e i passi da percorrere. Segue il nostro essere tremendamente binari. Un modus operandi che, se applicato al confronto politico, porta inevitabilmente ad individuare una negatività nella controparte, anche laddove non è presente. 
    Se poi, a questo, aggiungiamo anche la spettacolarizzazione subita dall’odierna classe politica, pare proprio che il declino dei partiti sia davvero dietro l’angolo. Stiamo parlando di tutte quelle occasioni in cui si rende la forma partito una vetrina strategica, un oggetto pronto all’uso ma non riutilizzabile. Sufficientemente luccicante ed accattivante da essere, persino, scelto e votato. È qui che si crea una concorrenza, quasi come quella agguerrita nei supermercati per trovare il posizionamento migliore sullo scaffale: ad ogni partito smentito dall’opinione pubblica per l’incapacità di andare incontro ai cittadini, ve ne succedono altri, che a loro volta promettono di fare quello che dicono, senza inganni e manipolazioni. Anche se in realtà, come sappiamo, il nostro panorama è ben lontano dal potersi definire limpido circa la gestione dell’agenda pubblica.

    Proprio questa consapevolezza, amara ma pur sempre da smaltire, suggerisce un certo senso di frustrazione a causa del quale, quotidianamente, ci si rassegna a delle messe in scena dove ciò che conta è apparire; progettualità con evidenti secondi fini – più personali che politici – celati nella speranza che l’intero copione non traspaia. Quando, invece, è immediatamente visibile. 
     


    Quali strade per il futuro?

    E quali sono, infine, le conseguenze? Pochi o tanti i voti effettivamente racimolati, in ogni caso tutto ciò impoverisce l’intera politica. Quella fatta di proposte concrete, che rinnega l’opportunismo e i cambi di casacca, del fare per migliorare quanto giunto in nostro possesso. Non a caso, portata avanti dai più giovani. Nostro malgrado, quanto menzionato fino a questo momento compie vittime ad ampio raggio e a ciclo continuo, ormai da troppo tempo. Parallelamente, della pericolosità di una forma partito statica e frivola non abbiamo ancora raggiunto un livello adeguato di contezza; sono ancora molto frequenti le occasioni in cui ci si vuole imporre nella mappa cognitiva dell’elettore – quella usata per orientarsi nel mare magnum delle singole offerte politiche – portando disordine, anziché ordine. Una profonda confusione tra appartenenze, schieramenti e alleanze; il tutto, per di più, pro tempore. 

    L’effetto boomerang – urne vuote, calo dei grandi partiti e piazze in protesta piene, per intenderci – date queste condizioni è quasi inevitabile. A meno che non si interverga drasticamente attraverso un netto ricambio generazionale. Servono altri stimoli, visioni solide ma alternative, capaci di ripartire dal territorio e dalla comunità. Esattamente lì, dove, i grandi partiti di massa un tempo erano rigogliosi.

     
    Ascolto e rappresentazione: questo quanto richiesto dalle nuove generazioni per tornare a credere nei partiti, di qualsiasi colore politico, oggi esistenti. Perché, come detto, dei partiti e della buona politica abbiamo e avremo sempre bisogno. 
    D’altro canto, di quei partiti apparsi con gli anni dieci del duemila – eccessivamente personali, frutto di visioni di breve periodo, amanti dei riflettori ma privi di quella funzione cosiddetta megafono circa la quotidianità – non sentiamo affatto la necessità, né tantomeno ne reclamiamo la presenza nei momenti di rara assenza.

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