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    Da Washington a Budapest: il piano di Trump per fermare la guerra in Ucraina

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    Il 17 ottobre 2025, la Casa Bianca ha ospitato un incontro che potrebbe aver segnato una svolta nel conflitto russo-ucraino, Donald Trump e Volodymyr Zelensky, infatti, hanno discusso per oltre due ore nella Cabinet Room. 

    Questo faccia a faccia, è arrivato con l’inverno alle porte e con le truppe al fronte stabilizzate. Il presidente ucraino mirava ai missili Tomahawk per colpire la Russia, mentre Trump, dopo una telefonata con Vladimir Putin, puntava alla diplomazia e a un cessate il fuoco immediato, ribattezzato “dichiarare vittoria per entrambi”. L’incontro si è chiuso con Trump su Air Force One e Zelensky in conferenza stampa, aperto a nuovi formati di negoziato.

    Il muro sui Tomahawk: richieste respinte e tensioni palpabili

    Le richieste militari di Kiev hanno incontrato un muro invalicabile. Zelensky ha insistito molto sui missili: i Tomahawk, con un raggio di 2500 km potrebbero raggiungere Mosca in pochi minuti e forzare Putin verso il tavolo dei negoziati, grazie alla forte produzione americana e alla paura russa documentata in intercettazioni del GRU. Zelensky ha portato con sé mappe e dati, sostenendo che senza missili l’inverno li avrebbe schiacciati e annientati. 

    Trump ha respinto categoricamente la fornitura immediata dei missili, sostenendo che sia un grande affare per l’economia ma anche un rischio di escalation nucleare, insistendo che con l’inverno alle porte e perdite ucraine previste al 30%, le armi prolungherebbero solo il sanguinoso stallo. 

    Dopo due ore e mezza tese, il presidente americano ha tagliato corto, rimandando alla prossima settimana, in tono visibilmente irritato. Zelensky, deluso ma composto, ha replicato in privato: “La Russia vuole occupare tutto e negoziare territori prima di deporre le armi“, evitando dettagli pubblici. 

    Trump ha elogiato le virtù letali dei missili ma ha aggiunto con sarcasmo: “Speriamo di finirla senza doverci pensare“. Kyiv resta senza il suo premio reale, ma ottiene sostegno a difese aeree Patriot e HIMARS. Questo rifiuto segna un divario strategico: Kiev vuole deterrenza, Washington leva negoziale.

    La proposta di Trump: cessate il fuoco sulle linee attuali e dettagli operativi

    La proposta di Trump è un cessate il fuoco immediato lungo le linee attuali (da Kherson a Kharkiv), per fermarsi dove si è e reclamare una vittoria simbolica senza ulteriori perdite. Su Truth Social, post immediato: “È tempo di fermare le uccisioni e fare un ACCORDO! Lasciate che entrambi rivendichino la vittoria, che la storia decida! (oltre 2M like in un’ora).

    Zelensky, sorpreso ma concorde, ha risposto su X: “Il presidente ha ragione, dobbiamo fermarci dove siamo. Questo è importante, fermarsi e poi parlare, aprendo a formati bilaterali, trilaterali o multilaterali. Nelle prossime settimane Budapest sarà al centro della scena, con Trump impegnato in incontri separati e il team americano guidato da Marco Rubio atteso a Mosca il 25 ottobre per definire i protocolli preliminari. L’armistizio in discussione prevederebbe una verifica ONU tramite droni e la sospensione parziale delle sanzioni UE, ma senza garanzie territoriali concrete rischierebbe di congelare il 20% del territorio occupato (Donbass e Crimea), un punto particolarmente sensibile per Zelensky, che ha dichiarato: “La Russia ha paura dei Tomahawk, davvero paura usiamoli come leva.”

    Trump ha cercato di sdrammatizzare: “Putin mi odia, ma firmerà” , riferendosi alla chiamata del 16 ottobre. Emergono così divergenze strategiche: per Trump la priorità è una pace rapida, per Zelensky una pace armata..

    Il summit di Budapest: dettagli, agenda e sfide cruciali

    Il summit di Budapest, fissato per il 2 novembre 2025, è il fulcro del piano Trump per la guerra in Ucraina. Ospitato al Parlamento ungherese, in posizione dichiaratamente neutrale, vedrà Trump impegnato in due incontri bilaterali separati: alle 10:00 con Vladimir Putin per quindici minuti e alle 11:00 con Volodymyr Zelensky per venti, senza alcun faccia a faccia diretto tra i due per evitare scintille. 

    L’agenda è precisa: primo punto, un cessate il fuoco immediato dalla mezzanotte del 3 novembre; secondo, uno scambio massiccio di prigionieri; terzo, una moratoria sull’export di grano per sei mesi; infine, una roadmap sulla neutralità dell’Ucraina, con la garanzia di non adesione alla NATO per dieci anni sotto supervisione statunitense. 

    Prima del summit, il 25 ottobre, Marco Rubio guiderà a Mosca i negoziati preliminari, insieme a esperti di energia, per discutere la questione dei gasdotti. Budapest sarà blindata con truppe USA in missione di sicurezza NATO. Ma le sfide non mancano.

    Orbán, accusato di essere filorusso, è sospettato di favorire Mosca; Zelensky insiste su garanzie americane contro future violazioni, chiedendo una sorta di “Articolo 5 light”, mentre Putin pretende il riconoscimento della Crimea e la rimozione del 50% delle sanzioni. Trump, deciso a chiudere rapidamente, avrebbe avvertito: “Accordo rapido o niente”.

    Il rischio, secondo gli analisti, è che il vertice produca un congelamento dell’attuale occupazione, senza una vera deterrenza militare. Senza i missili Tomahawk come garanzia, Putin potrebbe riaprire il conflitto anche dopo la firma. Gli esperti parlano di una probabilità di successo del 50%, definendo l’incontro “storico ma incerto”.

    Un bivio epico per l’Ucraina

    Le reazioni al summit di Budapest spaccano il mondo. In Europa, Tusk ribadisce: “Solidarietà UE più importante che mai, nessuna concessione!. Starmer parla di “chiamata produttiva” e annuncia 2 miliardi di sterline in aiuti, mentre Macron prepara una “coalizione Tomahawk” alternativa. Sui social esplode il dibattito:c’è chi grida “Putin governa gli USA” e chi difende l’accordo come “ultima chance per Zelensky”. Dal Cremlino arrivano segnali misti: “preoccupazione per i Tomahawk, ma negoziati benvenuti”. 

    Negli USA, JD Vance elogia Trump per la “fine dello stallo”, mentre i democratici parlano di “resa a Mosca”. L’incontro migliora i rapporti rispetto al disastro di gennaio: Trump punta ora sulla velocità e sui risultati immediati. Ma resta l’incognita più grande: Budapest è un bivio epico per l’Ucraina, tra pace fragile e perdita del 20% del territorio. Zelensky rientra a Kyiv senza nuove armi ma con il dialogo ancora vivo e l’appoggio europeo da 50 miliardi di dollari. “Sono aperto a tutto ciò che ci avvicini alla pace”, scrive.

    Ora la storia deciderà: ponte verso la riconciliazione o ponte levatoio russo? I prossimi 14 giorni, con o senza Tomahawk, diranno tutto.

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