Correva l’anno 1989 quando il sociologo americano Ray Oldenburg teorizzava il concetto di terzo luogo, ossia un luogo che non fosse né ‘primo’ (la casa) né ‘secondo’ (il lavoro) ma che si collocasse in mezzo tra questi due e fosse sede della vita sociale del cittadino.
Nello stesso anno a Berlino cadeva il muro ed il mondo, forse senza accorgersene, si avviava verso la post-modernità. Non è detto che Oldenburg, essendo in quel momento immerso negli eventi, sapesse quanto questi due eventi sarebbero stati connessi, ma guardando la storia a posteriori è impossibile non notare la correlazione.
La natura dei luoghi
La post-modernità porterà infatti con sé diversi cambiamenti che influenzeranno diversi aspetti della vita sociale e della natura dei luoghi dove questa si svolge: solo tre anni dopo, nel 1992, il sociologo Augé avrebbe infatti formulato il concetto di non-luogo, che sarebbe poi diventato lo spazio sociale per eccellenza di questa nuova epoca.
Il non-luogo di contro si può definire come il contrario del terzo luogo: è quasi sempre un esercizio commerciale all’interno del quale i cittadini-consumatori, come avrebbe detto Zygmunt Bauman, riescono a coesistere a distanza estremamente ravvicinata senza mai socializzare.
Se può esservi d’aiuto per visualizzare che cosa sia concretamente il non-luogo pensate ad un qualsiasi pomeriggio in un centro commerciale: vi renderete conto di come, nonostante siate vicini a centinaia di altre persone, quel determinato tipo di luogo renda in qualche modo possibile che voi e ‘gli altri’ non interagiate mai.
Le città di ‘desocializzano’
L’ascesa dei non luoghi ha quindi influito pesantemente sulla vita dei cittadini: gli adolescenti che una volta avrebbero passato i pomeriggi all’oratorio del quartiere a giocare a pallone o al parco a rincorrersi preferiscono ora andare al centro commerciale, oppure nella grande via dello shopping in centro e così via.
Un’altra particolarità dei non luoghi è che questi funzionano in un’ottica di scala e che quindi abbiano tanto più successo quante più saranno le persone che possono raggiungerli: questo li spingerà progressivamente sempre più verso il centro delle città o tutt’al più ai margini delle grandi strade statali. Inutile dire che i quartieri al di fuori del centro non sono contemplati.
Il risultato che si ottiene è chiaro: l’abbrutimento del cittadino, il quale vive la sua vita rimbalzando tra la casa ed il lavoro senza mai aver modo di ritagliare un momento dalla sua quotidianità che non sia destinato al profitto (che sia suo o di terzi).
Se non riuscite a credere a quello che leggete vi sarà sufficiente guardarvi attorno per vedere come l’assenza di interazioni spontanee con estranei abbia avuto (e continua ad avere) effetti devastanti sulla società in cui viviamo; le persone sono più ostili verso gli altri, più intolleranti verso le loro opinioni e soprattutto sempre più isolate. Viviamo nel primo momento della storia umana in cui alla vicinanza fisica non corrisponde una vicinanza sociale o alcun altro tipo di solidarietà.
Cosa possiamo fare?
È chiaro che se non si cambierà direzione questo tipo di situazione non farà altro che continuare ad esasperarsi… ma non tutto è perduto! Da tempo infatti in Europa, soprattutto in Francia, è nata quella che i giornali definiscono la “battaglia per i terzi luoghi”, figlia di un movimento cittadino e trasversale che ovunque prenda piede fa pressione sulle amministrazioni locali per rivendicare i propri spazi.
Se vogliamo fare un esempio italiano non si può non pensare all’esperienza della Fondazione Piccolo America, nata per salvare l’omonimo cinema, che grazie all’intesa con Roma Capitale gestisce oggi il Cinema Troisi (molto noto tra gli universitari romani), ovvero un terzo luogo che coniuga cinema e spazio di coworking/aula studio aperti 24/7.
Sempre su questo modello di cinema e coworking, è nato ormai un anno fa il Comitato Progetto Ambassade che si è posto l’obiettivo di riqualificare il cinema Ambassade, situato nel cuore dell’Ottavo Municipio e chiuso nel 2020, col fine di creare un terzo luogo che possa ridare vitalità ai quartieri Montagnola e Tor Marancia.
In generale è evidente che la strada da fare sia molta, ma è altrettanto chiaro che la voglia da parte dei cittadini di riappropriarsi dei propri momenti di socialità quotidiana non manchi.
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