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    Destra e sinistra

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    Nell’ambito dei molti avvenimenti che, giorno dopo giorno, sconvolgono la quotidianità economica, politica e sociale ha ancora senso parlare di destra e sinistra, nell’accezione di fazioni politiche nettamente distinte? Si tratta di un quesito la cui risoluzione è tutt’altro che facile e immediata, tant’è vero che da almeno un ventennio molti storici e studiosi di scienza politica stanno indagando i suoi stessi caratteri, non senza poche difficoltà; c’è chi crede nella validità eterna della dicotomia destra – sinistra, e chi invece, a partire dall’1989 e dall’ascesa della globalizzazione, postula un lento, ma irreversibile, declino di questa logica binaria

    Più che trovare una risposta netta e ben definita entro parametri logici, appare molto utile, alla luce dei recenti avvenimenti nazionali tanto quanto internazionali, adottare un approccio decisamente più olistico, nel quale far rientrare variabili contingenti di diversa natura: non a caso, nell’ambito di quella che il noto sociologo Zygmunt Bauman ha definito ‘società liquida’, si attesta l’esistenza di uno scenario decisamente eterogeneo, fatto di risvolti, oltre che strettamente politici, anche sociali, civili e culturali che, se considerati univocamente, possono orientare anche questo tipo di riflessione. Un’ultima precisazione prima di continuare: l’approfondimento che segue rappresenta un umile tentativo di risposta che, per forza di cose, è da considerarsi tutt’ora in itinere, nella consapevolezza che soltanto il tempo potrà indicare al meglio una risposta al quesito. 

    Dal passato al presente

    Come in tutte le disamine accuratamente formulate, oltre allo sforzo atto ad intendere il presente, è qui necessario mobilitare anche un’accurata valutazione del passato, perché è proprio in esso che risiedono, implicitamente, le radici di uno dei più grandi mutamenti politici e partitici tutt’oggi in atto. È quindi necessario risalire al momento esatto in cui l’umanità, pressoché universalmente, ha iniziato a intendere la gestione della cosa pubblica come campo di gioco in cui gli sfidanti sono divisi in ‘destra’ e ‘sinistra’, così come noi tutti le conosciamo. Ciò è avvenuto, come noto, in occasione della Rivoluzione Francese, quando alcuni gruppi politici, consapevoli del fatto che la propria voce potesse essere presa in considerazione soltanto se collettiva, hanno cominciato a prendere posto nell’emiciclo parlamentare alla destra o alla sinistra del Presidente. Da lì in poi, in misura del tutto ideale, la partita politica è stata assimilata al dorso di un volatile in volo: a ciascun segmento politico è stata fatta corrispondere non solo una delle due ali del volatile, bensì un settore molto circoscritto; così facendo, nel tempo, si sono delineate ben sei fazioni distinte, dall’estrema sinistra all’estrema destra, passando per il centro. Ciascuna di esse, almeno fino al 1989, si faceva portavoce non solo di uno specifico substrato sociale ed economico del Paese, ma anche di una certa ideologia e visione del mondo per la quale si lottava. È peròil centro ad avere giocato un ruolo centrale nella politica italiana: inteso come ago della bilancia in molte sfide elettorali, ha cercato di abbracciare alternativamente sia la destra che la sinistra, mantenendo fede alla propria natura non tradizionalmente schierata. Non bisogna poi dimenticare che in Italia, complici i grandi scandali politici, economici e sociali correlati a Tangentopoli, si sono profondamente attenuate le posizioni ideologiche dell’elettorato e sono subentrate forme che potremmo definire di “ribellione”: precisamente gli elettorati mobili, in cui si hanno comportamenti elettorali fluttuanti e basati su piccoli interessi privati. È proprio in questa fase che alla sfera politica ha cominciato ad essere additata una precarietà senza precedenti. 

    Ed è questo il motivo per cui il voto di appartenenza – determinato dall’identificazione partitica, intesa sia emotivamente sia psicologicamente e prevalente durante la Prima Repubblica – si è quasi esaurito, mentre è affermato il voto di opinione, ossia quello ideologico ma privo di legami di appartenenza. Ancora oggi, in effetti, è possibile ritrovare fisicamente l’originaria suddivisione tra i vari parlamentari che siedono a Palazzo Montecitorio. Viene, però, da chiedersi se questa stessa bipartizione esatta e puntuale possa valere anche nei fatti, nel fare politica a livello locale e, per di più, tra la gente. Muovendo dal presupposto secondo cui in Italia esiste un clima di disaffezione per la politica che non accenna ad arrestarsi, risulta difficile quantificare quanto un elettore medio possa avvertire uno stacco netto tra destra e sinistra; questo ultimo passaggio, peraltro, è soltanto la punta di un iceberg – alimentato dalla stessa politica – fatto di incertezze e mancanza di solide narrazioni condivise. 

    Oggi infatti quelle che noi tutti credevamo fazioni contrapposte, almeno sulla carta, perseguono battaglie valide indipendentemente dal limitante schieramento, talvolta anche “invadendo” la zona tradizionalmente occupata dalla controparte; così facendo, la necessità di fare appello ad un presunto ago della bilancia è venuta meno, difatti il centro è andato pressoché esaurendosi oppure, nel migliore dei casi, ha conosciuto nuova vita attraverso formazioni politiche inedite, a loro volta esuli della distinzione tra destra e sinistra. Proprio a partire da questa fusione di programmi e fini politici, non è più importante puntare su aspetti ideologici, i quali hanno perso rilevanza e sono diventati pressoché simili; destra e sinistra, in questa prospettiva, hanno quindi senso soltanto se intese come categorie mentali – prive di un riscontro pratico – cui fare appello ai fini della semplificazione e bipartizione cui, peraltro, è abituato il cervello umano. Se a questo si aggiunge anche il fatto che le fasce economiche – sociali, a lungo intese come bacino elettorale per entrambi gli schieramenti, oggi sono messe in discussione, mescolate e tremendamente mutate nel loro specifico assetto, tutto ciò induce a far pensare che la dicotomia destra – sinistra non solo sia propria del passato, bensì sia addirittura arrivata al capolinea, non riuscendo più a dare conto della contemporaneità eterogenea.  

    Per capire ancora meglio l’inadeguatezza della suddivisione tra destra – sinistra basta poi pensare al fatto che tutte le principali categorie politiche che, noi oggi, siamo soliti pensare come di destra o di sinistra, in realtà a seconda dei momenti storici sono state inquadrate in modo del tutto opposto; questo dunque è sufficiente a rimarcare l’impossibilità di una destra e di una sinistra valide in assoluto. 

    Il punto di vista delle nuove generazioni

    A questo punto verrebbe da rispondere negativamente all’interrogativo iniziale, ma la questione è in realtà più complessa di come possa apparire superficialmente; va infatti considerato il ruolo delle nuove generazioni, paladine di un cambiamento che tutt’oggi fatica a trovare spazio e riscontro.

    Queste infatti, piuttosto che afferire alle grandi confederazioni partitiche come accadeva in passato, intese come veicolo di facilitazione popolare nell’esprimere la propria intenzione di voto, oggi mostrano un attivismo “ad intermittenza” e svincolato da poteri forti, valido se calato nelle singole aree d’interesse, ovvero quelle che secondo la Generazione Z sono le più urgenti su cui dibattere e le più vicine alla loro contemporaneità. 

    Peraltro, nonostante dilaghi il disincanto rispetto alla politica, non è possibile parlare effettivamente di disinteresse, poiché la Generazione Z è una delle poche in cui l’attivismo sociale e politico raggiunge livelli molto alti; non a caso, sostenibilità, inclusione e parità di genere sono i trending topic su cui da più parti ci si confronta, ma senza un riscontro da parte dei partiti. 

    L’opinione comune secondo cui i più giovani vivrebbero in una “bolla” distante dalla contemporaneità è dunque altamente infondata: dal loro punto di vista le urgenze per cui battersi nel presente e nel futuro sfuggono alla distinzione tra destra e sinistra; è necessario dunque andare oltre trovando basi su cui lavorare univocamente, mettendo al bando le singoli adesioni partitiche e le rispettive lotte interne, fini a se stesse e capaci di mettere in sordina la problematicità realmente importante. 

    Insomma, per i giovani non conta chi o con chi, non contano le appartenenze, né tantomeno i retaggi di stampo campanilistico: l’importante è mobilitarsi, prendere posizione per raggiungere risultati concreti, dare voce a chi, tutt’ora, crede di non averne. 

    Si tratta di un approccio molto pragmatico frutto di un pensiero globalizzato, che non conosce distinzioni né confini poiché mira all’interesse comune, ma che fatica ad attecchire, soprattutto in Italia; tutto ciò la dice lunga sui decenni di disinteresse e di estraneità mostrata dalla classe politica alle nuove generazioni, che tutt’ora persiste. 

    L’immobilismo politico 

    Ponendosi sul versante prettamente politico, l’impressione generale è che si cerchi in ogni modo, nel contesto di campagna elettorale ormai diventata permanente, di riesumare la logica binaria in maniera del tutto strumentale, andando di volta in volta a cercare voti nella parte opposta e appellandosi così ai tanti delusi della rispettiva controparte. In realtà, è proprio operando in maniera opportunistica che si dimentica quanto il mondo, negli ultimi anni, sia profondamente cambiato: si stanno sempre più facendo strada istanze valide universalmente che sfuggono alla distinzione esatta e che, per di più, si basano sulla convinzione si debba intervenire avendo a mente la concretezza della vita quotidiana; di tutto questo la classe politica – soprattutto in Italia dove l’età media è decisamente elevata – sembra però voler rimanere all’oscuro, barricata sulle proprie posizioni, per nulla incline ad attuare un programma di lungo respiro

    Il problema nasce quando chi viene chiamato alle urne, avendo bene a mente una stagione soprattutto partitica oggi tramontata, ammette di non trovare riscontro nelle neonate formazioni; è questo il motivo per cui, sempre più spesso, si sceglie di far passare in sordina – senza nemmeno prendere in considerazione ciò che di buono viene proposto – qualsiasi tentativo politico si presenti alle sfide elettorali dicendo di essere “né di destra, né di sinistra”. 

    Alla fine, quindi, si ottiene una situazione paradossale: nonostante destra e sinistra siano, come detto, categorie essenzialmente decadute, in realtà per larghe fasce del nostro elettorato ha ancora senso schierarsi ma soprattutto differenziarsi; tutto ciò sarebbe positivo, nonché doveroso, soltanto se avvenisse a seguito di un’attenta valutazione capace di sfuggire alle logiche conformiste e di branco che tanto ci contraddistinguono – non solo in politica, ma in qualsiasi ambito della vita sociale. 

    A cura di

    Fiammetta Freggiaro

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