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    Family Tree: le origini della Lega

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    La Lega affonda le sue radici nella nebulosa dei movimenti autonomisti e indipendentisti che nacquero in Italia intorno agli anni Ottanta. La prima fu la Łiga Veneta, nata nel 1979, che alle elezioni politiche del 1983 prese il 4,2% dei voti nella roccaforte democristiana del Veneto. Da quel momento altre leghe inizieranno a emergere nelle regioni del Nord: la Lega Lombarda alle politiche del 1987 raccolse il 2,9% e mandò in Senato il leader del partito Umberto Bossi. Bossi aveva un controllo carismatico e ferreo sulla Lega Lombarda: tramite l’uso di un linguaggio popolare (spesso teneva i discorsi in dialetto), del folklore e di riferimenti mitici all’identità lombarda, riuscì in breve tempo a creare una tradizione di partito che superava l’ideologia. Il “popolo lombardo”, operoso e onesto, era dipinto come una gallina dalle uova d’oro, spolpato dallo Stato italiano e da «Roma Ladrona», ossia i partiti corrotti che usavano le tasse riscosse al Nord per finanziare il Sud, abitato da parassiti. Alle europee del 1989 in Lombardia la Lega prese l’8%, l’anno successivo alle amministrative sfiorò il 20%, posizionandosi seconda dietro soltanto alla DC. Gran parte del consenso arrivò proprio da elettori ex-DC, poi comunisti e socialisti e infine da ex-elettori dei partiti laici: per la maggior parte maschi, di istruzione medio-bassa, di mezz’età e occupati come commercianti e impiegati. Nel 1991 Umberto Bossi federò le varie leghe nella Lega Nord. Tutti i partiti diedero un contributo in termini di elettori e di personale politico: si identificava come un partito né di destra e né di sinistra. Post-ideologico dunque, ma con posizioni economiche liberiste, anti-establishment e populiste – sono gli anni di Tangentopoli e Mani Pulite, e la Lega denuncia i partiti, corrotti e lottizzatori -, autonomiste fino alla xenofobia. Alle elezioni del 1994 la Lega Nord, alleata con Forza Italia di Silvio Berlusconi e con l’MSI di Gianfranco Fini – definito da Bossi, in passato militante comunista, “porcilaia fascista” – vincerà guadagnando l’8%

    La Lega secessionista

    La Lega Nord “di governo” si trovò stretta dall’abbraccio mortale di Forza Italia, in grande crescita. Bossi decise di cambiare strategia: aderì alla mozione di sfiducia presentata dal Partito Democratico della Sinistra e dal Partito Popolare Italiano, costringendo Berlusconi alle dimissioni. Il Cavaliere era colpevole di aver tradito la causa del Nord e di essere in combutta coi “poteri forti” e col “grande capitale”. Questo spostamento a sinistra diede inizio ad una breve fase di corteggiamento col PDS, che culminò col sostegno al governo tecnico di Lamberto Dini. Il brusco risveglio arrivò alle elezioni regionali del 1996: la Lega calò in Lombardia, ma triplicò i suoi voti in Veneto. Ciò favorì un riassetto degli equilibri di potere interni, dando la preminenza alla componente veneta che mal sopportava l’alleanza con la sinistra. L’intesa fu rotta, con una Lega Nord contrapposta sia al centro-sinistra che al centro-destra: alle elezioni politiche del 1996 la scelta di correre al “centro” portò il partito a più del 10%. È la strategia del Fortino assediato, del «noi» contro «loro». Il 15 settembre 1996 i leghisti marciarono lungo il Po e, giunti a Venezia, dichiararono l’indipendenza della Padania. Successivamente Bossi annunciò le elezioni per il “Parlamento del Nord” – scontro fittizio che vedrà contrapposte le diverse anime leghiste, dai Comunisti Padani del giovane Matteo Salvini ai Democratici Europei di Roberto Maroni – e la costituzione di un Governo del Nord, sorta di governo ombra a quello centrale. Ma la Lega, sempre più isolata, non avrebbe avuto vita semplice: Bossi optò per un nuovo cambio di strategia. Dismise la retorica della secessione e abbracciò quella della devolution, la creazione di due parlamenti – uno al Sud e uno al Nord – in cui fossero devoluti i poteri accentrati su Roma. Durante la crisi del Kosovo Bossi abbracciò un atteggiamento filo-serbo, scagliandosi contro la NATO e gli USA, la globalizzazione, il neo-liberismo. Il partito, allo sbando ideologico, fu colpito da una emorragia di parlamentari. Ma Bossi cambiò idea per l’ennesima volta: a inizio 2000 ricostruì l’intesa con Berlusconi, tornando al governo. L’alleanza col PDL berlusconiano, fu l’occasione per posizionare la Lega sempre più a destra: la richiesta d’ordine risultò attraente per quell’elettorato popolare che, in un contesto di incertezza come quello provocato dalla Crisi del 2008, era facilmente sedotto da slogan forti in grado di instillare paura. Ancora la strategia del Fortino assediato. Nel 2012 la Lega Nord, coerentemente anti-europeista, si rifiutò di appoggiare il governo Monti e andò all’opposizione, rompendo col PDL di Berlusconi. Fu in questo momento che si consumò il disastro: uno scandalo investì i vertici del partito, accusati (in primis lo stesso Bossi) di aver utilizzato 49 milioni di euro di fondi pubblici per finanziare ingenti spese personali.

    La Lega di Salvini

    Nel 2012 Umberto Bossi rassegnò le dimissioni. L’anno successivo, al Congresso Federale della Lega Nord, Matteo Salvini fu eletto nuovo segretario. Salvini rinnovò il partito lungo quattro direttrici: asfissiato dalla nascita del Movimento Cinque Stelle, la “novità” politica decise di rafforzare la retorica contro gli immigrati. Tutt’ora l’arma del Fortino assediato, unica vera grande costante ideologica del partito, rimane la preferita di Salvini. La seconda direttrice è l’abbandono della polemica autonomista: lo slogan non è più «prima il Nord», ma «prima gli Italiani». Quella di Salvini è una Lega nazionale, tanto che nel 2017 abbandonò il suffisso “Nord”, per abbracciare la nuova denominazione: Lega – Noi con Salvini. La terza direttrice è la fine della sudditanza rispetto a Berlusconi: alle elezioni regionali del 2015 la Lega diede a Forza Italia un 3% di scarto. La quarta direttrice è la sostituzione del nemico: non più Roma e i partiti, contesto nel quale la Lega si è inserita perfettamente, ma l’Europa, colpevole di voler violare la sovranità nazionale. Ad oggi la Lega non è più la forza trainante del centro-destra. Fratelli d’Italia l’ha battuta su tutti i suoi temi portanti, Giorgia Meloni si è sostituita a Berlusconi riuscendo a vampirizzare l’elettorato leghista. La Lega sconta l’esuberanza del suo leader, che si comporta come un animale braccato: è diviso tra il rispetto dello standing che ci si aspetterebbe da un vice-primo ministro e la necessità di superare a destra FDI per mezzo dell’opposizione interna. Ma per quest’ultima opzione, quella di una ennesima e più forte virata a destra – non in ultimo suggerita dalla disponibilità a candidare il generale Vannacci e dalla rinnovata vicinanza col Rassemblement National di Marine Le Pen – serve premere ancor di più l’acceleratore sul populismo. Sarebbero d’accordo i moderati Giorgetti, Zaia e Fedriga, potenti e radicati nel natìo Nord? Il fortino verde è sotto assedio. Resisteranno i barbari?

    A cura di

    Edoardo Arcidiacono

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