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    Family Tree: le origini di Fratelli d’Italia

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    Fratelli d’Italia, pur essendo nato nel 2013 da una scissione dal Popolo della Libertà – il partitone unico del centrodestra berlusconiano – delle componenti capitanate da Ignazio La Russa e Guido Crosetto, affonda le sue radici nella storia. La provenienza della classe dirigente del partito, Giorgia Meloni compresa, era Alleanza Nazionale. A nessuno sarà sfuggita la fiamma tricolore presente nel logo di Fratelli d’Italia: il simbolo si lega direttamente al Movimento Sociale Italiano e poi ad AN, rispettivamente “nonno” e “papà” di Fratelli d’Italia. Le speculazioni sul significato della fiamma sono molte, alcuni l’hanno identificata con l’icona presente nel distintivo degli Arditi, corpo speciale che combatté durante la Prima Guerra Mondiale, mentre altri riconoscono in essa la fiaccola ardente sulla tomba di Benito Mussolini a Predappio. 

    Il Movimento Sociale

    Ma cosa fu il Movimento Sociale Italiano? Il MSI fu un partito fondato nel 1946 da un gruppo di giovani ed ex-gerarchi che avevano partecipato alla Repubblica di Salò. Il MSI non aderì all’Assemblea Costituente e scelse di rifarsi all’anticapitalismo, all’antiborghesia e ai principi della destra sociale. Si oppose alla creazione delle regioni e rifiutò il libero mercato a favore della pianificazione statale e del corporativismo. Alle elezioni del 1948, le prime della Repubblica, il Msi guadagnò il 2% dei voti – prevalentemente al Sud – e crebbe a quelle del 1953 passando al 5,8%. La crescita fu realizzata grazie all’alleanza coi monarchici e all’abbandono dell’opposizione al sistema repubblicano, privilegiando la strategia dell’inserimento nelle istituzioni. Strategia che premiò durante la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, quando il MSI appoggiò diversi esecutivi democristiani e sostenne il governo della Dc presieduto da Ferdinando Tambroni: la prospettiva di un governo “clerico-fascista” scatenò violente proteste con morti e ne decretò la fine dopo soli quattro mesi. Da quel momento in poi il Movimento Sociale fu isolato dal panorama politico anche a causa del rifiuto dei valori antifascisti presenti nella Costituzione. La rivendicazione di estraneità e di non-compromissione con la politica italiana dei successivi quarant’anni sarà vincente, ed è fra le ragioni che hanno portato al successo Fratelli d’Italia, percepito come vera alternativa anti-sistema, quantomeno in una prima fase. 

    La Destra Nazionale

    Nel 1969 Giorgio Almirante – citato da Meloni tra i suoi riferimenti – giunse alla guida del MSI. Almirante, mutata la strategia con il progetto Destra Nazionale, mirava alla legittimazione del partito nell’Arco Costituzionale tramite la costruzione di una destra moderna, meno nostalgica e in grado di accogliere tra le sue fila esponenti liberali e democristiani. Durante gli anni Settanta il MSI non riuscì ad uscire dalla ghettizzazione: troppo superficiale e fittizia appariva la revisione ideologica del partito, troppi  compromessi con frange estremiste e violenti erano i suoi esponenti più giovani, tra i quali figurava Ignazio La Russa, leader del Fronte della Gioventù. In questa fase il partito si schierò contro il Referendum sul divorzio e a favore della repubblica presidenziale con elezione diretta del capo dello Stato. Attivissima e culturalmente vivace era la corrente di Pino Rauti (padre di Isabella Rauti, attuale senatrice e sottosegretaria alla Difesa del governo Meloni), futuro segretario del partito dal 1990 al 1991, anticapitalista, anticonsumista e fautore di uno “spiritualismo” vicino alle posizioni del filosofo Julius Evola. Nel 1987 Gianfranco Fini, padre politico di Giorgia Meloni, al XV congresso del partito ripropose l’adesione ai principi originari del missismo, scagliandosi contro i valori occidentali liberal-democratici («i principi del 1789 sono all’origine di ogni male») e contro gli Stati Uniti. Al congresso Fini fu sconfitto da Rauti, che decise di posizionare il MSI a sinistra e catalizzare i consensi degli elettori comunisti disorientati dal crollo del Muro di Berlino. Durante la breve segreteria rautiana si fece quindi ancor più leva sull’anti-atlantismo, sul terzomondismo, sull’anti-sionismo e sul rifiuto dei «pseudovalori della società americanizzata». 

    La svolta di Fiuggi e Alleanza Nazionale

    Nel 1991 Fini prese le redini del MSI, e dopo un iniziale ritorno alla retorica post-fascista – dichiarò di voler attuare un “Fascismo del 2000” e organizzò una commemorazione per i settant’anni dalla Marcia su Roma -, il partito cavalcò la protesta antisistema durante Tangentopoli per «chiamare a raccolta tutte quelle categorie, quegli spazi della società che oggi sono liberi perché non hanno più dei referenti». Fini è l’artefice nel 1995 della Svolta di Fiuggi, che porta alla trasformazione in Alleanza Nazionale. AN mirava a configurarsi come destra europea moderna fautrice del nazionalismo conservatore, presentandosi con un’immagine nuova e scintillante, lontana da quella lugubre e minacciosa che connotava l’identità visiva del Msi. All’infuori dell’immagine, dominava la continuità ideologica: il 90% dei componenti dell’assemblea nazionale proveniva dal partito della fiamma, su 100 membri della direzione 83 erano missini. Fini sostenne la causa del libero mercato e del laissez-faire, prese le distanze da tutti i totalitarismi e denunciò gli orrori del Fascismo e della Repubblica di Salò, ma la maggior parte degli aderenti non si dissociò drasticamente dal passato. Nel nuovo manifesto programmatico, tra i patres ideologico-politici – nonostante l’inserimento di Dante, Machiavelli, Gioberti e Mazzini -, figuravano ancora figure come Julius Evola e Giovanni Gentile. A seguito di sondaggi e rilevamenti tra i partecipanti al congresso di Fiuggi, emersero però posizionamenti contrastanti: il 61,5% riteneva quello fascista “un buon regime” e l’82% inseriva Benito Mussolini tra i pensatori necessari alla formazione di un giovane. Fini negli anni successivi divenne tra i leader più popolari del centrodestra e tra i leader più apprezzati del panorama politico: quando, noncurante della reazione del partito, dipinse il fascismo come «l’origine di tutti i mali del XX secolo», il 70% dell’elettorato di AN si schierò in accordo con lui. All’interno del partito sorsero diverse correnti e linee di pensiero: i conservatori liberisti di Adolfo Urso, la destra sociale-identitaria di Gianni Alemanno e Francesco Storace, i finiani Ignazio La Russa, Maurizio Gasparri e Giorgia Meloni. Fu proprio quest’ultima componente a uscire dal Popolo della Libertà -raggruppamento del centro-destra creato nel 2009 da Silvio Berlusconi – e a fondare Fratelli d’Italia. Ad oggi la linea politica di FdI riprende molte posizioni del MSI, in particolare su presidenzialismo, securitarismo ed euroscetticismo, mentre si avvicina ad AN sul conservatorismo sociale, sull’immigrazione, sui diritti civili, sull’economia e sull’atlantismo: una destra che tenta di essere moderna, variegata nelle posizioni al suo interno – considerando il 30% dei consensi -, con singoli esponenti sicuramente nostalgici, che tenta di proporsi come governista ed ecumenica. Sparirà mai la fiamma dal simbolo?

    A cura di

    Edoardo Arcidiacono

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