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    Finanziamenti ai partiti politici: storia e modalità

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    Amati, odiati e criticati, i finanziamenti ai partiti sono sicuramente uno dei temi più caldi della politica italiana. In una fase di grande mobilitazione elettorale, come quella che stiamo vivendo per le imminenti elezioni europee, ci sembra opportuno sviluppare una riflessione intorno ad essi. L’obiettivo che ci proponiamo è di affrontare una domanda tanto semplice nella formulazione quanto complessa nella risposta: quale tipo di finanziamento è migliore? Pubblico, privato o misto?

    Ripassando la Storia

    Per avviare il nostro discorso è opportuno richiamare alcuni dati fondamentali. Ci sono tre tappe, tre interventi legislativi che segnano il nostro itinerario nelle diramazioni della storia.

    La prima che incontriamo è la Legge Piccoli, n. 195 del 1974. Nota per essere stata approvata in pochissimi giorni, essa introduceva il finanziamento pubblico ai partiti politici sia tramite i gruppi parlamentari, obbligati a versare agli stessi il 95% di quanto ricevevano dallo Stato per l’esercizio delle loro funzioni, sia tramite un vero e proprio finanziamento per la loro attività elettorale. Il testo normativo, inoltre, permetteva anche il finanziamento da parte dei privati, che, però, doveva essere reso noto al pubblico.

    Facendo un altro, lungo passo, ci troviamo dinnanzi al famoso Referendum del 1993, quasi spontanea conseguenza dello scandalo di Tangentopoli. Dopo l’emersione del marcio che macchiava le mani degli esponenti di un’intera classe politica, l’opinione pubblica fu quasi unanime nel votare “” ad una proposta referendaria di rimozione del finanziamento pubblico ai partiti. Fu a quel punto che il Legislatore, sempre solerte quando si tratta di questa materia, novellò la disciplina della Legge Piccoli con la Legge n. 515 del 1993. Questa, insieme con altre leggi che seguirono, variamente modificative, trasformò il finanziamento in un rimborso elettorale. Nel 1997, poi, venne introdotto anche il 4 per 1000 nella dichiarazione dei redditi.

    L’ultimo passaggio di tempo ci porta al 2014 e al Governo Letta. La Legge n. 13 del 2014 abolisce definitivamente qualsiasi forma di finanziamento pubblico ai partiti, trasforma il 4 per 1000 in 2 per 1000 e lascia in piedi il finanziamento dai privati, che però non può superare i 100.000 euro annui per donazione. 

    Rationes

    Nella prima fase sopra riportata, dunque, troviamo una forma mista. La ratio è chiara e certamente condivisibile. Si trattava di garantire che il “liberamente” dell’art. 49 della Costituzione non fosse offuscato dalla sudditanza del sistema partitico al mondo economico e agli interessi dei suoi potenti. D’altra parte, non precludeva a questi ultimi di poter sostenere l’uno o l’altro, senza sopprimere, quindi, la completa partecipazione della società, in tutte le sue forme, a determinare la politica nazionale.

    Il successivo intervento, per mantenere salva la suddetta impostazione, cambiò il nomen, ma lasciò invariate le dazioni di pubblico danaro ai partiti. L’opinione pubblica, infatti, chiedeva che i politici, scoperti come ladri, non toccassero più i loro soldi. Vi era, però, la necessità di mantenere in piedi le nuove strutture politiche e di garantire che il temuto appiattimento alla volontà di chi, privato, la sosteneva, non si inverasse.

    Da ultimo, con la Riforma del Governo Letta, siamo arrivati ad un sistema a trazione privata che certamente pone molti interrogativi. Sicuramente c’è da ragionare sul fatto che, in una fase post-ideologica quale quella che, dopo la caduta del Muro di Berlino e la crisi delle grandi ideologie novecentesche, si è affermata, i partiti sono, prevalentemente, scatole vuote. Contenitori con un’etichetta attrattiva, sulla quale è scritto il nome del carismatico leader, che possono adattarsi a qualsiasi contenuto, purché sia vantaggioso per la loro affermazione. Ciò porta, indubbiamente, ad avere perplessità. I finanziatori possono determinare quel contenuto e spingere una macchina-partito a muoversi in direzioni imposte, come se l’autista avesse le mani sul volante di un’auto a guida automatica.

    C’è, però, da dire che i partiti, ai sensi del diritto privato, altro non sono che delle associazioni non riconosciute e che, nel rispetto della norma che traiamo dall’art. 36 del Codice civile, possono darsi internamente l’organizzazione che vogliono. Essa, dunque, può essere tanto democratica e trasparente, quanto autoritativa e oscura. Dare soldi pubblici ad enti di questo tipo è opportuno?

    Conclusioni

    Quindi, tornando alla domanda, quale forma è migliore? Una forma privata come la attuale, che ci mette al riparo dall’arbitrio della gestione di denaro pubblico, pur esponendoci ad una più accentuata sottomissione agli interessi economici?

    Una forma completamente pubblica, dove avremmo la certezza che i partiti hanno armi simili e non sono espressione di gruppi di potere, ma dove si limiterebbe la partecipazione della società alla politica come afferma l’art. 49?

    O una forma mista? E, se mista, di che tipo? Con limiti, obblighi di registrazione, rendicontazioni?

    Nella permanente convinzione che non sia nostro compito dare soluzioni, ma stimolare pensieri, lasciamo al nostro lettore la risposta. Nessuna è sbagliata, se ben argomentata.

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