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    Giorgio Napolitano, l’uomo al servizio delle istituzioni

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    Ad andar via non è certo un uomo qualsiasi, eppure, dinanzi alla morte, c’è chi dice siamo tutti uguali. O forse no. E con questo che non si rinvenga la volontà di addentrarsi nell’indubbia intimità che caratterizza gli istanti che ne precedono la materializzazione. A dover esser posto in risalto è il contorno, che poi contorno non è. La devozione, il rispetto, la gratitudine; e poi l’odio, il disprezzo, l’invidia. Sicuramente presenti non in egual misura, ma comunque presenti. Tale editoriale non intende esprimere un giudizio su Napolitano politico, bensì rendere onore a un uomo delle istituzioni, che, indipendentemente dalle convinzioni che lo hanno mosso durante il suo percorso, ha dedicato l’intera esistenza al servizio del proprio Paese. Onde evitare sconfinate rassegne biografiche, è bene concentrarsi su ciò che ha effettivamente rappresentato per la Nazione e su quanto ci si dovrebbe sempre aspettare da un Presidente della Repubblica. 

    La sacralità istituzionale 

    È stato il primo PdR nella storia italiana a ricevere e accettare un secondo mandato. E questo, probabilmente, è il primo aspetto meritevole di approfondimento. Infatti, si considera spesso irrilevante l’elemento anagrafico alla base dell’impegno politico, quasi dimenticando l’essenza umana celata dietro al personaggio. Come se stanchezza, fatica e difficoltà di vario genere debbano essere eternamente estranee a chi si occupa della res publica. Eppure, il 20 aprile 2013, Napolitano, che di anni ne aveva 88, non si sottrasse – come avrebbe legittimamente e comprensibilmente potuto fare – alla richiesta postagli in un momento di totale instabilità per l’Italia intera. Dopo un incarico durato 7 anni, ebbe la forza, il coraggio e la determinazione di mantenere un ruolo estremamente complesso, per natura e specifica condizione. Il pieno rispetto di tale carica fu ulteriormente dimostrato in occasione delle dimissioni del 2015, in linea con l’assoluta consapevolezza che da sempre lo ha pervaso. Perché, indipendentemente dalle controversie che inevitabilmente accompagnano qualunque percorso politico di simile portata, Giorgio Napolitano si è sempre ricoperto di decoro, ponderatezza, devozione alla causa. Ha rappresentato, in un periodo fortemente buio per il Belpaese, un riferimento, una garanzia, un faro cui affidarsi dinanzi alle più imprevedibili intemperie. Ciò è avvenuto solo ed esclusivamente per la sacralità istituzionale da lui magistralmente mantenuta, protetta, quotidianamente riprodotta. In un mondo con sempre meno certezze e con un forte revisionismo costituzionale che attenta, in primis, alle istituzioni stesse, è proprio l’integrità di chi ricopre un ruolo cotanto apicale a contribuire maggiormente al mantenimento di equilibrio e solidità. Quest’ultima osservazione, come agevolmente intuibile e già affermato, esula da qualunque considerazione prettamente politica.

    Lo scadente dibattito odierno

    Il dibattitopolitico odierno ha due caratteristiche principali: adora turpiloquio e nefandezze varie; rende questione politica tutto ciò che non per forza dovrebbe essere in tale questione immesso. Con l’auspicio che non si rinvenga fare nichilistico entro le precedenti considerazioni, è opportuno approfondire il discorso. Sul primo punto non c’è di che sorprendersi e sulle ragioni alla base, come ripetutamente sostenuto, si potrebbe discutere anni senza giungere a conclusioni certe o quantomeno univoche. Per quanto concerne, invece, la politicizzazione di questioni non necessariamente politiche, si fa riferimento, nel caso specifico, a controverse decisioni e mancati (e per alcuni dovuti) rinvii alle Camere. Ma non solo. Nel corso della carriera politica, l’ex Presidente ha dovuto fronteggiare le critiche più disparate: da quella di “comunista inconcludente” a quella di “cinico portatore di bramosia di potere”. La realtà è che coraggio e solida coscienza politica non sempre corrispondono a corali riconoscimenti. Quel che è certo è che non dovrebbe mai trovar posto un degradante turpiloquio e un dibattito per natura banalizzante quando come oggetto è posto l’operato di uomini che hanno destinato alle istituzioni un sano, valido e duraturo impegno. Ma per far sì che ciò avvenga, a dar l’esempio dovrebbe essere la classe dirigente stessa, spesso troppo impegnata a escogitare strategie di scarso valore etico-morale e pronta a sacrificare la sopracitata sacralità istituzionale a vantaggio delle proprie esigenze elettorali.

    Un grande uomo lascia un Paese non sufficientemente rispettoso del suo nobile operato. 

    A cura di

    Valerio Antoniotti

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