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    Giovani, giornalismo e politica

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    Si sente spesso dire che i giovani siano lontani dalla politica, ma è davvero così? Impossibile generalizzare, ma andiamo con ordine. Occorre valutare ciò che si cela dietro questo luogo comune, oggi piuttosto ridondante. 

    La risposta al quesito, anzitutto, dipende dalla definizione adottata di politica, pratica che contraddistingue l’umanità nell’accezione meramente governativa e istituzionale, tanto quanto in quella più ampia e flessibile. In quest’ultimo caso, politica significa prestare servizi utili alla collettività, ma anche fare divulgazione e trasmettere passione per la res publica. 

    Come attestato dall’indagine dell’Osservatorio Censis – ItalCommunications, una fetta piuttosto consistente della popolazione è disinteressata alla gestione pubblica, nonché all’evolversi della sfera politica, locale, nazionale ed europea: si parla, infatti, di consumo occasionale, per lo più limitato ai social

    Rispetto a questo specifico targetquasi un quarto dei giovani di età compresa tra i 13 e i 26 anni è molto informato; la criticità subentra con il fatto che la politica, intesa come macro ambito, viene sempre più subordinata a sport, cultura e spettacolo. Nel 54% dei casi, infatti, ci si definisce abbastanza informati pur non cercando spontaneamente notizie di stampo politico

    Si tratta però di un fenomeno che non conosce confini generazionali, dunque non ascrivibile soltanto al passaggio alla Seconda Repubblica. Ripercorrendo la storia politica italiana, infatti, già nel massimo periodo di sviluppo del medium televisivo si possono riscontrare due parabole in opposizione tra loro: quella ascendente del sistema dei media e quella discendente degli apparati politici. Questi ultimi, in crisi e progressivamente più lontani dall’ideologia intesa come collante nel legame con l’elettorato. 

    Astensionismo e impegno politico

    Negare la crescente sfiducia e apatia politica – elettorale, in termini particolari e quindi limitandosi alle nuove generazioni, risulterebbe per ovvie ragioni controproducente e fuorviante; i numeri dei sondaggi lasciano pochi dubbi, il tasso di astensionismo alle urne non accenna ad arrestarsi. Difatti, per la prima volta nella storia repubblicana, alle elezioni politiche del 2022 l’affluenza è scesa sotto il 70%. 

    Ma questo non significa che, come diretta conseguenza, si possa allora parlare di rinuncia all’azione politica: difatti, numerosi comportamenti attuati nell’ambito della comunità hanno un risvolto politico, poiché appunto incidono sul contesto di riferimento. 

    A dispetto di quanto si possa immaginare, sempre più spesso cittadini di ogni età si riuniscono tra loro dando vita a veri e propri movimenti sociali,unica e valida alternativa alle istituzioni politiche tradizionalmente intese, non più attrattive poiché incapaci di concretizzare le istanze popolari. 

    Il ruolo dei media

    Il problema nasce quando si apprende della loro scarsa capacità di ottenere copertura da parte dei media tradizionali, volti a soddisfare le esigenze di quei segmenti di elettorato maggiormente dotati di capitale economico, nonché peso politico. Da qui derivano due tipi di distorsioni mediali, frequentemente attuate: ignorare le manifestazioni e le rispettive istanze, così come indirizzare la descrizione offerta su canoni negativi e fortemente critici. Il risultato? Una narrazione faziosa, scarsamente attrattiva e d’ostacolo per le nuove generazioni

    Secondo una ricerca de L’Eco della Stampa, i media negli ultimi 15 anni hanno accostato la parola “astensionismo” a giovani ben 630 volte; da qui il legame indissolubile tra influenza politica – o meglio partitica – e copertura informativa, la stessa che cristallizzandosi nella quotidianità non tiene conto del peso esercitato dalle parole. Quelle che possono marchiare a fuoco intere generazioni, derise semplicemente perché reputate inesperte.

    È per questo che i giovani hanno spostato la propria dieta informativa online e sui social. Piattaforme, queste ultime, in cui la creatività e l’imprenditorialità giovanile possono finalmente spiccare il volo, nonché concretizzarsi mediante innovativi progetti editoriali, la cui agenda fa breccia nel cuore di tutti coloro che cercano, incessantemente, un’informazione critica e costruttiva

    L’erosione del capitale di fiducia

    La progressiva erosione del capitale di fiducia – base del rapporto tra politica ed elettori – non fa più scalpore: parte da molto lontano e, seguendo una direttiva lineare almeno da trent’anni a questa parte, si alimenta soprattutto in concomitanza degli episodi elettorali. Qui, infatti, il disincanto trova la sua massima sublimazione

    La discutibile gestione delle campagne elettorali non sembra conoscere limiti, difatti dissemina vittime ad ampio raggio e a ciclo continuo; pochi i superstiti, nella maggior parte dei casi forze politiche di minor peso elettorale e rispetto a cui la visibilità – offerta dai media mainstream – è ridotta a nulla. Pochissimi secondi di ribalta a fronte di decenni di protagonismo. 

    Per di più, mentre ai leader ciò che spesso preme è infangare l’avversario e porre una contrapposizione binaria, in cui gli unici versanti ammessi sono l’estrema verità o falsità, gli elettori chiedono a gran voce risposte puntuali e concrete su disoccupazione, rincari e ambiente. Benzina gettata sul fuoco ardente, potremmo aggiungere. 

    Quella tra politica ed elettorato, d’altronde, è una relazione sociale come molte altre: bisognosa di terreno comune su cui attecchire, attenzioni, certezze e punti fermi. Ma anche, e soprattutto, rinforzi positivi, capaci di consolidare quanto già in essere. Niente di così innovativo, dunque. 

    Eppure le cose, da tempo, non funzionano e le due parti sono in eterno conflitto. Questo perché i rinforzi posti nella suddetta relazione, benché previsti, sono tutt’altro che positivi: diritto allo studio non garantito, impossibilità di voto per gli studenti fuorisede, costi in città esorbitanti, tagli alla ricerca scientifica, incolumità fisica, nonché psicologica, a rischio. A questo lungo, ma non esaustivo, elenco potremmo aggiungere – come costanti tutte italiane – giustizia e pubblica amministrazione a rilento nell’espletare le rispettive funzioni, servizi pubblici al collasso e forte differenziazione tra Nord e Sud del Paese. 

    Insomma, in nessun modo la politica appare capace di cambiare in meglio la vita delle nuove generazioni che, ancora una volta, esprimono scetticismo verso la classe dirigente decidendo in massa di espatriare

    Il grido dei giovani

    Tante crisi e poche certezze; tra queste il fatto che una via d’uscita è ancora possibile: sei giovani su dieci guardano con positività e speranza al futuro, presupponendo l’urgenza di un netto ricambio generazionale. 

    Difatti, ciò che i giovani, ripetutamente, imputano alla classe politica è la chiusural’essere per pochi. Anziché limitare questo perenne elitismo, non si fa nient’altro che dare man forte agli stessi stereotipi che da tempo accompagnano il fare politica, in qualsivoglia accezione

    A confermare l’assenza di misure di contrasto al crescente disinteresse accumulatosi attorno alla sfera politica è l’analisi fornita dal centro di ricerca Ipsos: sostenibilità, diritti e lavorosono i punti fermi su cui trasversalmente tra i giovani ci si confronta, ma senza alcun riscontro da parte dei partiti. Al contrario, questi appaiono particolarmente abili nel condividere slogan colorati, orecchiabili e dall’esistenza pressoché limitata alla giornata. 

    Considerando la scarsa lungimiranza della politica italiana, che tutt’ora persiste, non stupisce che il 60% dei giovani di età compresa tra i 16 e i 26 anni, raggiunti mediante un sondaggio realizzato dall’Istituto di ricerca Mg Researchabbia recentemente dichiarato di non sentirsi rappresentato dai partiti presenti in Parlamento. Il motivo? L’eccesiva distanza dai loro bisogni e dalle loro urgenze, svilite con puntuale paternalismo. Alimentato, quest’ultimo, dall’età media dei parlamentari – 49, 5 anni per la Camera e 56 anni per il Senato. 

    Questa tendenza viene confermata dal report redatto annualmente dall’ISTAT circa la partecipazione politica, le cui stime mostrano almeno da un decennio evidenti criticità, sanate soltanto dall’intervento del digitale. Apparato che, con i suoi forti presupposti, consente un rinnovato attivismo politico, capace quindi di rendere decisamente più concreta e visibile la pressione esercitata dal basso. 

    Ancora più grave è la consapevolezza che la stessa negatività, afferibile alla sfera politica, si ripercuote anche su altri pilastri – la Scuola e la Sanità – non direttamente identificabili con una certa forza politica, ma in qualche modo suddite al potere politico stesso, e soprattutto viste come cartina tornasole di un’autorità ancora riconducibile alla Prima Repubblica. Fatte queste premesse, la panoramica che emerge è fortemente asimmetrica: non ci si fida di chi si candida, e per logica conseguenza anche della politica di cui tutti possiamo dirci assuefatti, ma si stimano manifestazioni, dibattiti, incontri e confronti. Possibilità, tutte queste, straordinarie e attraverso cui definire un’agenda meno opportunistica e più volta al futuro del Paese. 

    Alla ricerca del cambiamento

    Siamo ancora in tempo per cambiare le cose? Molto probabilmente sì, difficile però dire come e su cosa è più conveniente puntare. Posto il fatto che la politica non è una scienza esatta, è complesso stabilire con nitidezza l’efficacia o la precarietà di un governo interamente composto da persone navigate in materia oppure alla prima esperienza. Di certo c’è il fatto che gli under 35 sono, perennemente, sotto rappresentati, e che la scarsa presenza dei giovani in politica può comportare gravi conseguenze rispetto alle decisioni prese dalle istituzioni. 

    Per risolvere lo scarto, bisognerebbe apportare modifiche nel meccanismo istituzionale: il Rosatellum, infatti, prevede una serie di regole per garantire la parità di genere tra le candidature dei partiti, nessuna però rispetto all’età dei candidati. Questo nodo potrebbe essere risolto non solo redicendo una normativa capace di bilanciare le diverse esigenze in termini d’esperienza e di prospettive, bensì abbassando l’età minima sufficiente all’elettorato passivo – con specifico riferimento al Senato, ramo parlamentare per cui, ad oggi, sono richiesti almeno 40 anni d’età. Come si può pensare di comprendere a fondo le problematicità quotidiane delle nuove generazioni se chi potrebbe essere in grado di farlo è tenuto fuori dal Parlamento?

    Con la stessa determinazione andrebbe garantito una volta per tutte il diritto il voto a studenti e lavoratori fuorisede, senza dover necessariamente sostenere onerosi esborsi, come del resto accade nella maggior parte dei Paesi europei; il mondo è cambiato e sta cambiando ulteriormente, con esso anche le regole della democrazia devono rinnovarsi. A questo proposito potrebbe essere istituita una tessera elettorale digitale, scaricata sul telefono oppure stampata, verificata in tempo reale ai seggi mediante un’apposita app; ciò permetterebbe sia il voto anticipato, che quello presso un altro seggio nel giorno delle elezioni. 

    Infine, si dovrebbe assolutamente tornare a finanziare la culturarilanciando il ruolo dell’istruzione. Per il momento, nell’attesa che tutto questo diventi effettivamente realtà, l’unica vera strada percorribile è provare a partecipare. Far sentire la propria voce e tornare a credere in ideali e valori che, a causa della società di oggi, vengono soffocati. 

    D’altronde, è bene ricordarlo, il futuro dipende da ciò che scegliamo oggi di fare. Parte dai piccoli gesti della vita quotidiana, dalla perseveranza che si ha nel raggiungere gli obiettivi singoli, ma anche e soprattutto collettivi.

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