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    L’effetto domino della guerra in Medio Oriente

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    L’attacco congiunto innescato da Stati Uniti ed Israele in Iran lo scorso 28 Febbraio rappresenta oggi non solo un rischio geopolitico di massima importanza, ma anche un potenziale shock per l’economia globale.

    Le prime conseguenze si stanno già traducendo in un aumento di volatilità sui mercati finanziari, pressioni sui prezzi dell’energia (gas e petrolio) con un timore sempre più crescente di una fiammata inflattiva generalizzata che potrebbe ridurre le aspettative di crescita globali, ove il conflitto perdurasse per settimane/ mesi.

    Il contesto attuale

    Nei giorni successivi all’escalation militare, i listini globali hanno mostrato segni evidenti di tensione. Gli indici europei sono quelli con i ribassi più rilevanti: le borse di Milano, Parigi, Francoforte e Madrid – subito in rosso di diversi punti percentuali – sono state interessate da vendite sui settori ciclici e maggiormente esposti (banche, assicurazioni, comparto lusso). Nei primi due giorni di contrattazioni i listini Europei hanno perso terreno con circa 800 miliardi di capitalizzazione in fumo.

    Alle prime dichiarazioni circa una rapida durata del conflitto da parte del Presidente Trump, sono seguite indicazioni più realistiche; Trump ha quindi prospettato un range temporale più ampio, di 4/5 settimane, per la risoluzione dello stesso. 

    Se l’operazione bellica dovesse continuare per settimane o mesi, l’effetto combinato di incertezza e ribassi prolungati potrebbe trasformarsi in maggiori flussi di risparmio verso asset rifugio: valute di riserva (dollaro e franco svizzero con conseguente apprezzamento di queste valute) storicamente percepite sicure e metalli preziosi.

    Energia e inflazione: la variabile chiave

    Il canale attraverso cui un conflitto prolungato impatta maggiormente sull’economia reale è quello dell’energia. La regione coinvolta nel conflitto rappresenta un hub strategico di produzione e transito di petrolio e gas. Il passaggio di circa il 20% del petrolio mondiale attraverso lo Stretto di Hormuz ne è la prova. Stretto che, sebbene si configuri come acque internazionali, viene controllato e gestito de facto dall’Iran. 

    Malgrado la riapertura parziale annunciata nelle scorse ore, la situazione rimane compromessa. Una limitazione prolungata dei suoi transiti rappresenterebbe un serio problema in primis per alcuni Paesi asiatici – Cina, India, Corea del sud e Giappone, che si approvvigionano del petrolio prodotto dai Paesi del Golfo – ma anche per l’Europa, che ha dovuto diversificare i suoi approvvigionamenti energetici in seguito alle sanzioni imposte alla Russia.

    La possibile interruzione di questi flussi ha già spinto i prezzi del Brent oltre gli 80$ al barile e i prezzi del gas naturale in Europa su livelli non visti da anni (+70% in una manciata di ore), con effetti immediati su inflazione e costi di produzione. 

    In previsione di una possibile interruzione prolungata del transito di navi, ergo di aumento dei prezzi, gli importatori aumentano la domanda per garantirsi scorte il più possibile durature inducendo, di fatto, rialzi come quelli riscontrati. Fenomeno che può essere acuito anche da manovre più marcatamente speculative da chi opera sui mercati.

    Shock energetici sul lato dell’offerta avvantaggiano Paesi esportatori – come Stati Uniti, Russia – che vedono lievitare i ricavi delle proprie compagnie; al contrario aggravano le economie dei Paesi importatori – Europa in primis – costretti ad importare inflazione.

    Cosa succede all’economia reale?

    La trasmissione dai mercati ai consumatori è pressoché istantanea: secondo la BCE, ogni rialzo del 15% nel petrolio può aggiungere circa mezzo punto percentuale all’inflazione annuale in molte economie avanzate. 

    Banche centrali come la Federal Reserve e la Banca Centrale Europea si troverebbero così costrette ad aumentare nuovamente i tassi di interessi per raffreddare l’inflazione, ma ciò comporterebbe un inevitabile rallentamento dell’economia.

    Nel breve periodo, invece, l’effetto sarebbe più contenuto ed influenzerebbe “solo” i rendimenti obbligazionari che verrebbero esposti ad una maggiore volatilità con pressioni al rialzo sui titoli di Stato dei Paesi più periferici dell’Eurozona (lo spread italiano ha superato i 70 pb).

    Se i combustibili ed il gas restano costosi, l’aumento dei costi di carburante e bollette domestiche riduce il potere d’acquisto e potrebbe deprimere i consumi.

    Per alcune industrie esposte globalmente, come quelle tecnologiche e dell’elettronica, i rischi di interruzioni nelle catene di approvvigionamento aggravano un quadro già complicato dalla riduzione della domanda. 

    Se alla riduzione dei consumi affiancassimo un aumento dei tassi di interesse con conseguente restringimento monetario si prefigurerebbe la stagflazione, che il mondo occidentale ha già affrontato nella sua durezza durante gli anni ’70 del secolo scorso.

    Conclusioni

    Un conflitto prolungato tra Stati Uniti, Israele e Iran rischia di avere effetti macroeconomici ampi e duraturi: un’impennata del settore energetico e delle materie prime che, a sua volta, si traduce in pressioni inflazionistiche e riduzione di consumi da parte delle economie più esposte, in primis quella europea. 

    In questo contesto la politica monetaria assume un valore importante nel bilanciare un approccio restrittivo volto al contrasto dell’inflazione ed uno più espansivo teso ad evitare un rallentamento troppo eccessivo dell’economia.

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