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    Gli Stati Uniti in Venezuela: cronaca di un’escalation e del dilemma euroatlantico

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    L’oro nero si è rivelato il vero pomo della discordia della controversia fra Washington e Caràcas. L’intervento americano risponde a diversi obiettivi: assumere il controllo del petrolio venezuelano, riaffermare l’egemonia americana, escludere al contempo potenze rivali dalla regione. Il tutto, dietro la fragile facciata della guerra al narcotraffico. Nel frattempo, emerge il dilemma della scelta fra solidarietà europea e solidarietà atlantica.

    La tensione fra gli Stati Uniti e il Venezuela affonda le sue radici molto prima della recente crisi che ha portato alla rimozione del Presidente Maduro. Già dall’elezione di Chavez, artefice della riforma dell’industria petrolifera venezuelana nel 2007, non scorreva buon sangue fra i due Paesi.

    Certamente non contribuì il passaggio di testimone a Maduro ad addolcire le relazioni fra i due stati. Quest’ultimo, con la sua retorica anti-imperialistica e con lo sguardo rivolto ai tradizionali nemici dell’occidente — Russia e Cina — non poteva che essere considerato agli occhi di Washington come un’appendice del suo predecessore.       

    Cronaca di un’escalation

    Sanzione dopo sanzione, si è poi arrivati al 2025, punto di svolta cruciale dell’escalation. Dietro la fragile facciata della guerra alla droga, Washington ha stretto la morsa su Caràcas affondando navi venezuelane, impedendone il transito e sequestrando le petroliere sanzionate. L’epilogo è quello che conosciamo: arresto e trasferimento del Presidente Maduro, ora atteso dalla giustizia degli Stati Uniti, dove dovrà rispondere di accuse legate al narcoterrorismo.

    L’arresto di Maduro, così come la pressione dei mesi precedenti sono state giustificate da Trump come manovre di guerra al narcotraffico. Per quanto ci si possa sforzare a considerare le accuse a carico di Maduro fondate, non esiste norma internazionale che ammetta una tale ingerenza negli affari interni di un paese sovrano. È vero che sotto l’ombrello degli interventi ONU diversi capi di stato sono stati deposti, ma almeno in precedenza ci si è avvalsi della copertura, forse più nobile ma non per questo meno strumentale, delle ragioni umanitarie

    A dire il vero, la narrazione della guerra alla droga non è mai stata così inconsistente. In primo luogo, per il ruolo tutto sommato marginale del Venezuela nella produzione ed esportazione di cocaina. In secondo luogo, per l’incoerenza dell’amministrazione americana

    Come può la grazia concessa a Hernández, ex presidente honduregno condannato a 50 anni per narcotraffico, convivere con la crociata ai cartelli millantata da Trump? Questa nuova crociata, più che un pretesto, si è rivelata un utile escamotage per eludere il congresso americano, nonché uno strumento per presentare all’opinione pubblica americana il golpe come funzionale alla sicurezza nazionale.

    Le motivazioni geopolitiche       

    Per quanto riguarda le reali ragioni dell’intervento, come già emerso, queste vanno rintracciate nella questione petrolifera, la cui importanza non è stata di certo celata. Trump ha infatti manifestato con disarmante chiarezza di intenti l’obiettivo di riassumere le redini del settore petrolifero venezuelano.

    La retorica del presidente si è poi colorita di toni revanchisti: l’intento è quello di rimediare al “furto” subito nel 2007, quando Chavez riorganizzò il settore. Tuttavia, i richiami storici invocati da Trump si pongono, in fin dei conti, sullo sfondo, rispetto alle considerazioni strategiche insite alla questione petrolifera. 

    Assumere le redini del settore implica il ridimensionamento nella regione del principale partner politico ed energetico del regime madurista: la Cina. Con il blocco alle navi ancora in vigore, gran parte del greggio diretto verso i porti cinesi rischia di non arrivare a destinazione, con Pechino che probabilmente sarà costretta a rivolgersi altrove per supplire alla carenza di petrolio venezuelano.

    Dalle sanzioni al controllo fisico del settore energetico venezuelano, l’impegno americano nella regione latinoamericana ha subito una notevole impennata. Il tutto, in linea con il nuovo vangelo dell’amministrazione, la National Security Strategy: l’emisfero occidentale come cortile di casa degli Stati Uniti, Trump come il Monroe del XXI secolo. 

    La protervia del Presidente è, del resto, cosa nota: da una parte aspira a passare alla storia come il paciere di turno, risolutore di controversie ancora accese. Dall’altra, incarna il ruolo del conquistatore moderno, costantemente alla ricerca di nuovi territori da incorporare nell’orbita americana. 

    Dilemma euroatlantico   

    Alla luce di quanto è emerso, la manovra americana ha dimostrato gli intenti egemonici dell’amministrazione Trump, che fa della politica di potenza il suo marchio di fabbrica. I richiami alla dottrina Monroe, del resto, sono ben noti. 

    La sfida con la Cina, forse il Paese che più rimpiangerà la situazione precedente, si svolge sul terreno delle risorse strategiche, in particolare degli idrocarburi.

    Mentre l’Europa cerca di compattarsi attorno ai principi del diritto internazionale, oggi più che mai calpestati, le reazioni all’intervento americano delle cancellerie europee oscillano dalle condanne più severe alle reazioni più circospette, come quella del governo Meloni.

    Quanto la fedeltà atlantica può ancora convivere con il rispetto di alcuni principi che da sempre hanno costituito il patrimonio ideale e politico dell’Unione europea? Con lo spettro della Groenlandia sullo sfondo, oggi più che mai emerge il dilemma della scelta fra solidarietà europea e solidarietà atlantica.     

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