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    I popolar-populisti e il Carnevale infinito

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    Roma, XII secolo, dicembre, Saturnalia. Il mondo si capovolge, la stravaganza riempie l’ordinario, l’eccentrico erode qualunque forma di conformismo. È questo l’antico Carnevale romano, con ogni probabilità importato dagli egizi e rielaborato in una chiave per molti versi inedita. Il temporaneo abbattimento delle barriere sociali non concede esclusivamente una momentanea libertà agli schiavi e, in generale, un potenziale e, appunto, fittizio rovesciamento di status: esso, grazie all’utilizzo delle maschere, apre le porte agli eventi più scabrosi, dagli scherzi impietosi passando per i furti violenti fino ad arrivare agli accoltellamenti per strada, tutti comportamenti il più delle volte destinati a restare impuniti. Al contempo, nella Festa che, come dirà Goethe, “il popolo dà a se stesso”, sono presenti analogie significative con un fenomeno tutt’altro che favorevole alla crescita, al benessere, all’ispessimento morale del medesimo popolo. In questi tratti, emergono, più o meno vistosamente, alcuni dei possibili collegamenti con il meschino populismo dei giorni nostri. Cos’altro potrebbe essere, infatti, il populismo se non un mostro mascherato, multiforme e costantemente alimentato da prede ben contente di essere tali? E, soprattutto, in che modo questo ha trovato un’affermazione così solida da render difficile la prefigurazione di un’anche minima regressione? È bene procedere con l’ordine perennemente assente nell’esaltazione demagogica, senza incorrere in analisi pretenziose e già vastamente presenti nel panorama letterario odierno. 

    Un tenebroso scopo recondito

    Dal “Tante maschere, pochi volti” di Pirandello alla ben diversa figura di Proust, appare agevole la constatazione di una letteratura vastissima in tema di maschere. A tal proposito, risulta imprescindibile fugare qualunque parallelismo inappropriato e limitarsi al ricorso ad alcuni elementi che abbiano una pertinenza effettiva con questo approfondimento. Il primo quesito (non tanto retorico quanto potrebbe sembrare, ndr) intende porre l’attenzione sui protagonisti coinvolti e sul rapporto che tra questi intercorre. Da un lato il popolo, talvolta autore di autoassoluzioni aprioristiche e certamente in parte risultato di politiche inadeguate in molteplici ambiti; dall’altro i politicanti, parassiti difficilmente sradicabili che sembrano appartenere a un processo d’inesorabile moltiplicazione. Quest’ultimi, che sia anche per incompetenza o esclusivamente per mero interesse, sostengono di essere ciò che non sono. E, proprio come nel Carnevale romano, viene loro beatamente permesso. Ma permesso da chi? Da coloro che non ricordano, da coloro che non hanno lungimiranza, da chi è privo di coscienza morale ancor prima che politica, da chi tramuta il dibattito in banali schieramenti da stadio. Quel che è certo è che ogni mattina un numero considerevole di politicanti si sveglia, indossa la maschera del giorno e gioca a smuovere qualcosa nella pancia dell’elettorato con maggiore efficacia di quanto spera non riescano i suoi simili. Ancor più certo, è il perverso e costante scopo recondito che, contestualmente alla precedente strategia, indirizza il loro agire verso la plasmazione di una società sempre più asservita a una certa retorica. 

    Tante maschere, pochi volti

    Si giunge, dunque, al secondo quesito, indubbiamente più complesso e privo di una risposta pienamente corretta. Sarebbe estremamente agevole una riconduzione di tale diffusione all’ingresso delle televisioni private, a una specifica conformazione conferita ai media in generale da una parte di politica o, ancora, a un tendenziale impoverimento contenutistico della società a livello mondiale, non solo nel Belpaese. Eppure, in ogni caso, si incorrerebbe in una risposta neppure lontanamente esaustiva. Vi è, infatti, un altro elemento che non può in alcun modo essere ignorato: quello, appunto, carnevalesco. Il poc’anzi citato “impoverimento contenutistico” facilita l’emersione della tuttologia, oggi divenuta vera e propria scienza del non sapere. Ecco, in un’ottica di totale deresponsabilizzazione della politica nei confronti dei cittadini, ciò che rileva è il personaggio in sé, non certo formazione, competenza ed esperienza. È, ormai, sufficiente indossare l’una e l’altra maschera per essere tutto e niente, giorno e notte, luce e buio. È la maschera della distrazione, della retorica spicciola, della critica senza alternative, dell’opposizione fanciullesca, del governo appariscente più che funzionale. Succede, talvolta, che un utilizzo eccessivamente intenso finisca per consumare il vestito, svelando la reale identità di chi per anni se n’è serenamente servito. Ma, anche in questo caso, è possibile che un “distratto” elettorato riesca a rimettere in gioco chi fuori pista, in un altro contesto, ci sarebbe finito e rimasto da tempo e per sempre. Come detto, l’ambizione di questo editoriale non è una trattazione scientifica del fenomeno, bensì una puntuale delineazione di alcuni tratti fondamentali. Quest’ultima considerazione incanala il filo del discorso verso una nuova destinazione: quella della collocazione politica.

    Il partito del contrario

    Per molti anni, e in parte tutt’ora, si è attribuita tale povertà ai partiti di stampo nazionalista: non serve grande acutezza per comprendere l’inadeguatezza di una simile posizione. Senza scadere in ingenerose generalizzazioni, è impossibile negare una relativa omogeneità in termini di diffusione del fenomeno: magari questo fosse “di destra”, sarebbe quantomeno possibile circoscriverlo a un’area politica e combatterlo a colpi di argomentazioni oggettive. Diviene allora palese l’ennesimo ritorno al sopracitato Carnevale, dove tutti, e si badi bene, tutti, possono essere tutto. Ciò porta alla formazione di un unico, grande partito, quello del contrario. L’uno dice il contrario dell’altro, creando paradossi epici con piena inversione dei ruoli rispetto ad anni, o addirittura mesi, immediatamente precedenti. Gli spettatori, intanto, si lasciano trascinare dalla trama avvincente, pensando sempre alle sensazioni presenti e quasi mai al prima. Il passato ricorre esclusivamente per essere asservito a comodi e generalizzanti disfattismi. Una pozione magica, fatta d’ingredienti in costante intreccio, che non lascia scampo a serietà e onestà intellettuale. È la politica delle urla, delle accuse, delle giravolte. Chi pugnala alle spalle resta impunito perché la sua maschera è bellissima, convincente, capace di suscitare empatia: un gioco perverso dal quale in pochi sembrano voler realmente fuggire. Gli altri o ne traggono vantaggio o ne sono inconsapevolmente affascinati. Certo è che il populismo non ha colori politici.

    I popolar-populisti

    Con quest’espressione s’intende riassumere la forte contrapposizione che intercorre tra la fittizia ambizione e l’effettiva essenza dei politicanti. Quest’ultimi imbeccano la società di presunte visioni rivoluzionarie, di cambiamenti mirabolanti: la realtà è che, aldilà di un’indiscriminata critica all’operato delle altre fazioni, non fanno altro che arruffianarsi il popolo attraverso compiacenti osservazioni. Non vi sono soluzioni, ma solo faziose diagnosi. Si fa ricorso, in maniera vaga e talvolta pericolosa, a complessi valoriali indefiniti. Risolvere i problemi è talmente semplice da non necessitare delucidazioni. In conclusione, è la confusione a regnare sovrana ed è in questo clima di caos assoluto che trionfano i meschini, i trasformisti, i populisti. È come essere rimasti intrappolati in una festa senza limiti, ma si sa, il gioco è bello quando dura poco. E i danni che derivano da un ingiustificato prolungamento sono man mano più evidenti. In attesa di un’insperata inversione di rotta, una sana informazione e un’attenta analisi sembrano essere gli unici (ma significativi) strumenti nella disponibilità di ognuno. 

    Siamo ad agosto ed è ancora Carnevale.

    A cura di

    Valerio Antoniotti

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