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    Il declino del giornalismo (italiano)

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    Il declino del giornalismo è ormai cosa ben nota. Nell’analisi di questo, però, risulterebbe alquanto fuorviante una delimitazione al Belpaese, che pur con tutti i suoi tratti caratteristici, resta in fin dei conti una delle infinite dimore di tale declino. In sostanza, non può esserne negata la globalità. Partendo dall’ultimo assunto, diviene possibile scandagliare il contesto in cui si erge il mostro, sia in termini generali che a livello nazionale. Questo, come ovvio, senza la velleitaria e – in questa sede – soverchia pretesa di condurre una trattazione scientifica. E, soprattutto, considerando che la sconfinatezza degli elementi che concorrono alla determinazione dell’attuale situazione rende pressoché impossibile una ricostruzione unitaria

    Impoverimento e istantaneità

    Impoverimento e istantaneità, due elementi apparentemente slegati, nella realtà strettamente connessi. Il tendenziale impoverimento culturale cui l’odierna società sembra acriticamente assoggettarsi, infatti, coincide, e non collide, con la superficialità dell’immediato, dell’istantaneo. Si badi bene, che non si riconduca in toto tale regresso allo sterminato sviluppo tecnologico dell’ultimo trentennio. Lo sbarco di web e social nella quotidianità (e delle annesse instant news), sebbene continui a rappresentare un amplificatore di notevole portata, non costituisce in sé la genesi regressiva. È la vita ad andare più veloce, è il tempo per se stessi a diminuire inesorabilmente. Del resto, l’approfondimento è anzitutto tempo per se stessi: tempo per comprendere, per immedesimarsi, persino per sentirsi parte. Ma parte di cosa?

    Tra coscienza e individualizzazione

    Ed è qui che si arriva al primo snodo cruciale. Si è passati dalla società delle idee alla società delle persone (spesso senza idee). Questa forte tendenza all’individualizzazione, causa e sintomo contemporaneamente, coabita con lo smarrimento di coscienza, civile prima, politica poi. A sua volta, è proprio tale smarrimento a scoraggiare spesso qualunque forma di approfondita conoscenza, salvo che questa possa favorire positivi risvolti individuali, il più delle volte di carattere chiaramente professionale. Ecco, allora, il ruolo del giornalismo. Già preda per troppo tempo di un progressivo disinteresse, è dunque divenuto predatore. Ma predatore di chi? Senza voler fare di tutta l’erba un fascio, esso si è adattato, snaturato, per molti versi piegato alle istanze della società: stufo di essere preda di un ingrato mercato, è divenuto predatore degli ingenui, dei superficiali, dei gossippari. Contribuendo colpevolmente al caos attuale, s’intenda. 

    Un dibattito scadente

    È di agevole intuizione che un notevole ridimensionamento del mercato di uno specifico settore determini su quest’ultimo una significativa menomazione delle componenti qualitative. Si pensi alla prosa degli articoli, sempre più scadente e in piena linea con il generale arretramento e, ancor più, con gli improponibili trattamenti morali ed economici riservati alla categoria. Altrettanto semplice, è, poi, la comprensione del fatto che una superficiale narrazione della realtà contribuisca a produrre un dibattito altrettanto superficiale. E viceversa. Questo perché nella plasmazione della società concorrono un’infinità di fattori, ma il ruolo politico non può certo essere ignorato: dunque, colpevoli tutti e nessuno. È un gioco infinito in cui ognuno punta il dito contro l’altro, spesso con scarsissima onestà intellettuale. Faziosità, fondamentalmente. Eppure, c’è chi al gioco adora starci, lo fomenta, ne rimpolpa la tendenza.

    Ma arrampicatori sociali e abili politicanti ci sono sempre stati. Oggi questi, forti di strumenti di tutt’altra portata rispetto al passato, urlano, additano, inveiscono brutalmente e riescono in ciò con un’incisività per molti versi inedita. L’urlatore seriale è passato dall’emarginazione automatica a una centralizzazione assoluta: il dibattito, senza la barocca verve del sopracitato urlatore, sembra perdere l’intero senso. Ed è proprio in un simile e paradossale contesto che affondano le radici populismo, bigottismo, terrorismo informativo, giustizialismo e molti altri nemici del sano giornalismo.

    Sentenze senza processo

    In un clima di confusione e disorientamento, figurano poi gli avvoltoi. Si è passati dal principio per cui “il condizionale è d’obbligo” alla necessità di delineare, sin da subito, vittime e colpevoli. L’accusa diviene sentenza, il processo mera formalità. I capisaldi del garantismo sembrano lasciare sempre più spazio al fare giustizialista di chi ricerca la viralità prima ancora della verità. E questo non solo per gli episodi di cronaca nera, dove si dipingono malamente intere categorie con riferimento al presunto crimine di un loro singolo componente. A essere bersagliati sono anche uomini e donne di rilievo, inseriti sempre con maggiore frequenza in improbabili liste dalle fonti ignote. Tali liste, rispetto alle quali dovrebbe vigere un atteggiamento di assoluta incertezza, vengono spesso annunciate come sentenze, appunto. La realtà è che fa più notizia una lista accusatoria che una sentenza di assoluzione: a farne le spese, ancora una volta, gli innocenti e i distratti lettori. 

    Alla ricerca di soluzioni

    La realtà è complessa ed è questo il primo dato che giornalismo e politica odierni spesso ignorano (o meglio, che preferiscono ignorare). L’intensità di attacchi e prese di posizione dovrebbe sempre essere commisurata alla complessità della questione che si sta trattando: la banalizzazione non porta mai a soluzioni, il puntuale riconoscimento dei molteplici ostacoli, al contrario, rappresenta un primo passo d’indubbia rilevanza. La pozione magica per una simile degenerazione non esiste. Esistono le tendenze e queste non si stabilizzano certo per un soffio di vento. È necessario lavorare, compattamente, per una completa emersione della realtà, in chiara contrapposizione con l’effimerità delle sue distorsioni

    Ed ecco i giovani e la loro voce. Tanto dai fruitori quanto dai fautori del giornalismo odierno è bene non aspettarsi esclusivamente pretese, ritrite invettive, sconsolati vittimismi: non si merita un mondo migliore, ancor prima di un migliore dibattito, per il solo fatto di esser giovani. L’approccio che si pretende per la gestione delle attuali sfide deve coincidere con l’approccio che in primis si attua nel sottolineare eventuali inadempimenti. Il rispetto di competenze, storia e istituzioni deve trovare sostanziali, e non solo formali, riscontri. 

    Quel che è certo è che fin quando la narrazione della realtà stessa resterà subordinata alla convenienza che v’inerisce, il giornalismo rimarrà ancorato al buio dei giorni nostri. Dunque, contrastare il mostro che sta distruggendo il giornalismo appare ben più sensato del provare a cavalcarlo. Perché, come un cowboy nel rodeo, si è, prima o poi, destinati a cadere. E, prima o poi, tale caduta genererà danni irreversibili. Salvo inversioni di rotta.

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