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    Il travagliato percorso verso l’aborto

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    Gli anni ’70 in Italia furono anni di profondi cambiamenti. Furono gli anni delle lotte femministe e delle grandi manifestazioni nelle principali città italiane. Anni di forti e profondi cambiamenti dal punto di vista sociale con la diffusione dei movimenti femministi. Anni di lotte che hanno consentito all’Italia, anche se solo parzialmente, di uscire da un buio – non solo legislativo – che la collocava fuori dal perimetro dei paesi europei e occidentali in tema di riconoscimento di diritti civili e sociali.

    L’aborto prima del ’78

    Prima del 1978, l’interruzione volontaria di gravidanza era considerata reato dal codice penale italiano. Era prevista la reclusione dai due ai cinque anni. Pena comminata sia alla donna che all’esecutore dell’aborto. Il codice penale, prima del 1978, prevedeva le fattispecie di reato agli artt. 545 e seguenti e in particolare era considerato reato: 

    Causare l’aborto di una donna non consenziente (o consenziente, ma minore di 14 anni). Era prevista la reclusione da 7 a 12 anni (articolo 545 cp);

    Causare l’aborto di una donna consenziente, punito con la reclusioneda 2 a 5 anni. Pena comminata sia all’esecutore dell’aborto che alla donna (articolo 546 cp);

    Procurarsi l’aborto era punito con la reclusioneda 1 a 4 anni (articolo 547 cp);

    Istigare all’aborto o fornire mezzi per procedere ad esso. Era punito con la reclusione da 6 mesi a 2 anni (articolo 548 cp).

    Nel caso di lesioni o di morte della donna le pene erano aumentate, ma stando alla disposizione dell’articolo 551 cp (pre-legge 194) era previsto che se uno dei fatti indicati dagli articoli precedenti (545-546-547-548-549-550 cp) “è stato commesso per salvare l’onore proprio o quello di un prossimo congiunto, le pene ivi stabilite sono diminuite dalla metà ai due terzi”.

    Il mancato referendum

    Il primo partito che avanzò una proposta di legge per la regolamentazione dell’aborto fu il Partito Socialista Italiano nel 1973 con la proposta del deputato Fortuna (lo stesso firmatario della legge sul divorzio). Due anni dopo, nel 1975, il tema della regolamentazione dell’aborto trovò spazio sui giornali e nei telegiornali, in particolar modo dopo gli arresti dell’allora segretario del Partito Radicale, Spadaccia, della segretaria del Centro di informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto (CISA), Faccio e della Bonino, militante radicale: il reato, autodenunciato, era quello di aver praticato più aborti. Il partito che fin da subito si schierò a favore di questa legge fu il Partito Radicale guidato allora da Marco Pannella ed Emma Bonino. Gli esponenti di questo partito furono i principali sostenitori della legge.

    Il 5 febbraio 1975 una delegazione composta da Pannella e Zanetti (allora direttore dell’Espresso) presentava presso la Corte di Cassazioneuna richiesta di referendum abrogativo degli articoli del codice penale 546-547-548-549, comma 2-550-551-552-553-554-555, relativi specificamente ai reati di aborto su donna consenziente, di istigazione all’aborto, di atti abortivi su donna ritenuta incinta, di sterilizzazione e di incitamento al ricorso a pratiche contro la procreazione. Fu indetto il referendum, successivamente alla raccolta firme. Referendum che non vide la luce perché l’allora Presidente della Repubblica Leone dovette procedere allo scioglimento delle Camere.

    La legge 194

    Come talvolta accade è la giurisprudenza ad ‘anticipare’ le mosse del legislatore e infatti la Corte Costituzionale nel 1975 si pronunciò con la sentenza n. 27, in base alla quale consentiva il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza per gravi motivi pur mantenendo l’impostazione secondo cui la tutela del concepito trova spazio nel testo costituzionale. La legge che oggi disciplina l’aborto cominciò a prendere vita nel 1976, quando le Commissioni permanenti Giustizia e Sanità presentarono un nuovo progetto unitario. La prima volta il progetto di legge fu approvato dalla Camera, ma bocciato al Senato. Il secondo tentativo portò nel 1978 alla approvazione definitiva della legge. Il 22 maggio 1978 veniva approvata la Legge n. 194, che introduceva “Norme per la tutela sociale della maternità e interruzione volontaria della gravidanza”. Una legge che consente alla donna, nei casi espressamente previsti, di poter ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) in una struttura pubblica (ospedale o poliambulatori convenzionati con la regione di appartenenza). La Chiesa, con l’allora Pontefice Paolo VI, condannò duramente l’adozione di questa legge. Una legge che stabiliva che l’interruzione volontaria della gravidanza non era un mezzo per il controllo delle nascite, ma la rendeva legittima l’IGV entro i primi novanta giorni in caso di serio pericolo per la salute fisica o psichica della donna, in relazione alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, alle circostanze in cui era avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del feto. L’approvazione della legge 194 non ‘chiuse’ la questione, perché nel 1981gli italiani furono chiamati ad esprimersi in un referendum con cinque quesiti sull’abrogazione della legge n. 194. Il Partito Radicale proponeva una liberalizzazione dell’aborto estendendolo anche alle case di cura private. Il Movimento per la vita chiedeva l’abrogazione della legge in questione. Gli italiani scelsero di mantener la legge ‘conquistata’ dopo anni di battaglie e manifestazioni.

    La Legge n. 194 attribuisce un ruolo centrale ai consultori familiari, cioè a strutture in cui operano medici, ostetriche, psicologi, assistenti sociali, volte assistere le donne e i bambini, ma anche gli adolescenti.

    La realtà, come noto, non è affatto idilliaca. Tale legge trova ostacoli tutt’ora ed è inaccettabile quanto ancora oggi numerose madri debbano ingiustamente soffrire. Ma il tema è eccessivamente vasto per proseguire, in questo approfondimento, con un’accurata analisi. 

    A cura di

    Giulia Cavallari

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