Dopo il vuoto lasciato dall’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei e il dilemma che si era creato sulla sua successione, si era fatto largo il nome di Ali Larijani, capo del Supremo Consiglio per la Sicurezza nazionale dell’Iran (SNSC).
Dopo ore di incertezza sulla sua morte, già rivendicata da Israele, oggi 18 marzo, è arrivata la conferma del governo iraniano. La situazione attuale resta molto incerta e complessa, certamente la sua scomparsa resta una grave perdita per il neoeletto Mojtaba Khamenei.
Chi era Larijani?
Figura centrale dell’establishment iraniano per oltre due decenni, Larijani ha incarnato una declinazione peculiare del conservatorismo iraniano: non rigidamente ideologica, ma capace di adattarsi alle esigenze di governo e alle pressioni del contesto internazionale.
La sua scomparsa in un momento così teso si configura come un passaggio politico destinato a produrre effetti sistemici. Nato da una famiglia potentissima legata alla religione, ha sviluppato un profilo politico e intellettuale che lo ha reso uno degli attori più versatili del sistema iraniano.
Ha dimostrato notevoli capacità di mediazione tra le diverse esigenze del potere iraniano, mantenendo al contempo uno stretto rapporto con la Guida Suprema.
Il pragmatismo conservatore e il ruolo di mediazione
La sua visione pragmatica lo ha distinto nel panorama politico iraniano, soprattutto nell’ambiente conservatore. Pur rimanendo sempre fedele ai principi fondamentali del sistema, Larijani progressivamente ha sviluppato una politica orientata alla gestione concreta del potere più che alla rigidità ideologica.
Non va interpretato come una forma di apertura in senso riformista, bensì come una strategia di adattamento. Ha agito come “gestore degli equilibri”, rendendosi una risorsa preziosa nei momenti di crisi, ma anche un potenziale elemento di ambiguità in una fase in cui il sistema politico iraniano sembra privilegiare profili più nettamente ideologici.
La sua progressiva marginalizzazione negli ultimi anni, culminata nell’esclusione dalla competizione presidenziale del 2021, appare dunque come il riflesso di una trasformazione più ampia. Il ridimensionamento di figure come Larijani segnala infatti una contrazione degli spazi per il pragmatismo all’interno del campo conservatore, a vantaggio di una linea più rigida e meno incline al compromesso.
In questo senso, la traiettoria politica di Larijani anticipa, e al tempo stesso rende visibile, l’evoluzione del sistema iraniano verso assetti più polarizzati.
Le conseguenze politiche e gli scenari futuri
La scomparsa di Ali Larijani apre una fase di incertezza negli equilibri della Repubblica Islamica, incidendo su un sistema già segnato da tensioni interne e pressioni esterne. In un contesto in cui la stabilità è stata spesso garantita dalla presenza di figure capaci di mediazione, la sua assenza rischia di accentuare la competizione tra le diverse componenti del potere, in particolare tra apparati istituzionali e centri decisionali informali.
Anche gli Stati Uniti ed Israele risentiranno della sua morte, Larijani poteva rappresentare uno spiraglio di mediazione tra le parti e il venir meno di un attore pragmatico potrebbe favorire un rafforzamento delle correnti più ideologiche, con una conseguente riduzione degli spazi di compromesso politico.
Questo irrigidimento potrebbe riflettersi tanto nella gestione delle dinamiche interne quanto nella proiezione internazionale dell’Iran, soprattutto su dossier sensibili come quello nucleare e la guerra in corso. In una prospettiva più ampia, la morte di Larijani si inserisce nel processo di trasformazione della classe dirigente iraniana, contribuendo a delineare un sistema sempre più polarizzato e meno flessibile.

