La sera del 30 marzo, la Knesset ha approvato la legge sulla pena di morte per atti di terrorismo. Numerose sono state le critiche e le preoccupazioni di molti esponenti della comunità internazionale. Analizziamo la legge e quali sono le criticità.
La legge
Con 62 voti favorevoli, 48 contrari e un astenuto, la Knesset, il Parlamento israeliano, ha approvato nella sera del 30 marzo la nuova legge sulla pena di morte. Nonostante la proposta sia arrivata dal partito Otzma Yehudit (Potere Ebraico) del ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, hanno votato a favore anche numerosi esponenti dell’opposizione di Avigdar Lieberman.
Solo il partito ultraortodosso sembrerebbe aver votato contro. Il decreto, che entrerà in vigore entro 30 giorni dall’approvazione, prevede la pena di morte per coloro che compiono atti di terrorismo, identificati quali attacchi in cui muore almeno una persona; questa verrà adottata solo in caso di attentati compiuti con “l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele”.
La pena si eseguirà tramite l’impiccagione dopo 90 giorni dalla condanna, con possibilità di proroga fino a 180 – un tempo comunque irrisorio per poter ricorrere all’appello. Immediatamente dopo l’approvazione della legge il ministro Ben Gvir ha festeggiato la vittoria affermando: “abbiamo fatto la storia. Lo avevamo promesso e lo abbiamo mantenuto”.
Controversie
Molti esponenti e organizzazioni si sono mostrati preoccupati dopo l’approvazione della legge, in primo luogo per la differenza di trattamento a cui si sottoporrebbero i palestinesi rispetto ai cittadini israeliani. Infatti, i palestinesi in Cisgiordania, territorio occupato da Israele, non sono cittadini israeliani e dunque vengono processati da tribunali militari israeliani, a differenza dei cittadini ebrei che invece vengono sottoposti a processo da quelli civili.
Secondo la nuova legge, la pena di morte non si applicherà a tutti i cittadini indistintamente, ma ci saranno diverse procedure anche in base al tipo di tribunale che giudica. Da un lato, i tribunali militari dovranno applicare necessariamente per atti di terrorismo la pena di morte, mentre l’ergastolo verrà applicato solo in circostanze speciali; dall’altro, i tribunali civili avranno la possibilità di scegliere se applicare la pena di morte o l’ergastolo.
In quest’ultimo caso i cittadini israeliani difficilmente verranno condannati alla pena capitale, per esempio nei casi di attacchi da parte di coloni nei confronti dei palestinesi, perché questa verrà applicata, come spiegato sopra, solo in casi in cui emerge l’“intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele”. Inoltre, la giuria non approverà all’unanimità la pena capitale, ma soltanto a maggioranza semplice, rendendo dunque più facile l’applicazione di una pena tanto grave quanto irrevocabile.
La controversia, in più, emerge anche nel fatto che Israele colpirà con questa legge i cittadini palestinesi nei territori occupati, cioè Cisgiordania e più della metà della Striscia di Gaza, ma nella prima lo Stato di Netanyahu non ha alcuna sovranità per poter legiferare sul territorio e i suoi abitanti. La conferma della disparità di trattamento è inoltre arrivata anche dalle dichiarazioni di Amichai Cohen, ricercatore senior presso l’Israel Democracy Institute, il quale ha affermato: “gli ebrei non saranno incriminati sulla base di questa legge”.
Il parere della comunità internazionale
Sebbene la pena di morte in Israele fosse già contemplata anche prima dell’approvazione del decreto, essa non veniva applicata dal 1962, quando fu condannato a morte ed ucciso il criminale di guerra nazista Adolf Eichmann. Inoltre, in tutto il mondo sono più di 50 i Paesi che prevedono la pena capitale nei propri ordinamenti, tra cui Algeria, Libia, Giappone, Corea del Nord e anche gli Stati Uniti.
In generale, dalla maggior parte della comunità internazionale, soprattutto occidentale, l’approvazione della legge ha destato molte preoccupazioni. Già prima del voto favorevole i ministri degli Esteri di Francia, Germania, Italia e Regno Unito in un appello congiunto avevano dichiarato la propria “profonda preoccupazione per un disegno di legge che amplierebbe significativamente le possibilità di imporre la pena di morte in Israele”, esortando Netanyahu e la Knesset ad “abbandonare questi piani”.
Anche l’Egitto ha fermamente condannato il provvedimento, sostenendo che “questa legislazione illegittima sancisce un approccio sistematicamente discriminatorio e rafforza il sistema di apartheid, differenziando la sua applicazione tra palestinesi e non palestinesi, violando così i principi più fondamentali di giustizia e uguaglianza di fronte alla legge”.
La posizione interna a confronto con quella statunitense
Inoltre, numerosi esperti israeliani non hanno approvato la scelta del governo, tra cui l’Associazione per i diritti civili in Israele, che ha presentato una denuncia presso la Corte suprema, la quale dovrà valutare il decreto e valutarne la possibile abrogazione. Gli Stati Uniti, invece, hanno preso una posizione più cauta, affermando che Israele ha il diritto di determinare le proprie leggi, applicate, però, in un contesto di giusto processo.
L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha espresso il proprio dissenso, considerando la legge discriminatoria e contro il diritto internazionale. Infatti, secondo l’Onu questo provvedimento rappresenta non solo una violazione del diritto alla vita, ma anche del divieto di tortura.
Conclusione
Sono state raccolte già 580 mila firme da parte dei cittadini europei per la richiesta di sospensione totale dell’accordo Ue-Israele. Al raggiungimento di 1 milione di firme in almeno 7 Stati dell’Unione, la Commissione europea è tenuta a pubblicare una risposta formale, spiegando le proprie ragioni sulla volontà o meno di presentare una nuova normativa in merito.
Nonostante l’Unione europea abbia dichiarato la sua “grande preoccupazione” al riguardo, quale sarà il futuro degli accordi con Israele? Inoltre, un cambio di strategia con il Medio Oriente avrà conseguenze sul già fragile rapporto Usa-Europa?
20260126

