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    La cittadinanza digitale come risposta all’apatia politica

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    Mentre in passato l’idea di democrazia diretta appariva per lo più utopistica, oggi, per mezzo della tecnologia, aumentano le probabilità di una maggiore realizzabilità; è infatti recente l’idea di democrazia diretta come soluzione per prendere decisioni politiche più vicine alle necessità dei cittadini. 

    Crisi e rivitalizzazione della democrazia 

    Cos’è successo alla democrazia? Questo l’interrogativo che, da anni, sta mettendo a dura prova campi di ricerca e di studio eterogenei. Tutt’oggi non è stata ancora formulata una risposta sufficientemente valida e stabile, difatti si continua a navigare a vista e, nel frattempo, i sintomi del “malessere” democratico si sono fatti piuttosto evidenti. Urne vuote e piazze piene, potremmo aggiungere. 

    Nell’inesorabile tentativo di contenere i danni, nel tempo si è giunti alla consapevolezza che, probabilmente, identificare una causa netta e limpida può risultare fuorviante. Più opportuno, invece, aprire gli occhi sulla nostra contemporaneità, prestando attenzione a tutto ciò che, nel vortice frenetico caratterizzante la vita sociale e politica, è divenuto nostro malgrado scontato. 

    A questo proposito, c’è chi sostiene il malessere democratico, meglio noto come demopatìa, sia frutto della transizione alla post-modernità, un’epoca segnata profondamente dall’individualizzazione e dalla perdita di senso sociale, ma anche dalla crisi del sapere, delle istituzioni e delle autorità. Allo stato attuale, infatti, a dominare la scena pubblica è quella logica consumistica che, se intesa nell’accezione “usa e getta”, ben si applica a qualsiasi ambito esistenziale

    Considerato questo scenario, si è fatta forte l’esigenza di superamento dei limiti posti dalla democrazia rappresentativa attraverso un maggiore coinvolgimento da parte delle istituzioni.

    Si è iniziato a pensare ad un rapporto più diretto, quando possibile totalmente privo di intermediazioni, grazie al quale far emergere maggiore collaborazione e possibilità di confronto e, soprattutto, porre rimedio all’alto tasso di astensionismo

    Con l’avvento del digitale, il dibattito pubblico ha quindi trovato un’importante opportunità di riscatto. Ed è questo il motivo per cui oggi parliamo di e-democracy: con questa espressione si intende l’utilizzo di piattaforme e l’implementazione di servizi tecnologici con l’obiettivo di incrementare la partecipazione democratica cittadina, coinvolgendola nel dibattito politico e nel processo decisionale. 

    Lo scopo è, quindi, quello di rendere la società consapevole ed attiva, nonché garantire a tutti piena possibilità di esercitare il proprio diritto di informazione e di scelta. Condizioni, peraltro, essenziali per definire un’opinione autonoma, libera ed indipendente circa i fatti. 

    Intesa in questa accezione, la rete è ora fonte dell’allargamento della sfera pubblica, teorizzata dal sociologo Jürgen Habermas nel 1971 come terreno fertile per lo sviluppo dell’opinione pubblica a partire da processi di divulgazione atti a regolare la circolazione delle informazioni, socialmente accettati e guidati anzitutto dalla stampa: non a caso, propria della contemporaneità è la disponibilità di “vie e luoghi di interazione, discussione e formazione delle opinioni indipendenti dal sistema dei mass media tradizionali”

    Con l’avvento della e – democracy, risulta essere centrale la dimensione reticolare – relazionale, la stessa in cui, presupponendo la comunicazione come sistema circolare, oggi non vige più un modello di causa – effetto, quanto piuttosto un’idea di reciproca interazione tra sistema politico, media, società ed opinione pubblica

    Non è, quindi, più possibile individuare un fattore “primario” scatenante: il comportarsi di un polo influenza l’altro all’interno di uno scenario sempre più eterogeneo e fluttuante.

    Tutto ciò porta alla ridefinizione del concetto di cittadinanza, chiamata in causa in quanto parte integrante del sistema politico non solo nel periodo di campagna elettorale, bensì durante tutto l’arco temporale compreso tra un’elezione e l’altra, il che ha peraltro promosso un rinato senso di appartenenza. 

    La sfera pubblica digitale 

    Enormi dunque i vantaggi garantiti dall’applicazione del digitale al piano politico: anzitutto, sono state sensibilmente limitate le varie barriere relazionali esistenti tra attori politici ed elettori, ma è stata anche velocizzata la comunicazione tra i due soggetti

    Inoltre, è stata concessa visibilità e possibilità d’interazione a chi, prima dell’avvento della rete, sentiva di non averne, attivando un rapporto sempre più basato sulla fiducia reciproca, tant’è che sempre più persone oggi vivono con naturalezza l’ubiquità della politica. Infine, in virtù dell’immediatezza garantita dai like e dai click, si sono perfino annullati i confini geografici

    La relazione tra la sfera politica e la sfera pubblica è così cambiata molto velocemente: dapprima topdown secondo un processo lineare, unidirezionale e monologico, cui seguiva un certo tipo di effetto pressoché indistinto data la concezione del pubblico come massa, eterodiretta politicamente. Successivamente bottomupcom, con l’introduzione dei media e dunque una logica comunicativa multi direzionale; infine, addirittura pear to pear, con il pieno attivismo degli utenti, le numerose possibilità d’interazione e la creazione di vere e proprie community.

    Oggi più che mai l’ecosistema dei media si fonda su presupposti quali l’eterogeneità e la flessibilità, principi che guidano l’attivismo degli utenti sempre più nell’ottica del libero arbitrio, motivo per cui gli elettori sono intesi come parte integrante del teatro politico attraverso la possibilità di esprimere assiduamente la propria opinione. 

    Le nuove tecnologie sono democratiche? 

    Parallelamente, occorre prendere in considerazione gli aspetti critici del paradigma supportato dalla cittadinanza digitale. 

    Nonostante la massiccia evoluzione registrata dal digitale negli ultimi anni, allo stato attuale l’e-democracy non riscontra frequente applicazione, rimanendo pressoché formale anziché effettiva e arrivando alla popolarità soltanto con una minima parte della popolazione, già attiva in rete e fortemente scolarizzata. 

    Peraltro, si tratta di una prospettiva che non decollerà completamente fino a quando le istituzioni inizieranno ad investire su fondamenti culturali, dunque nuove professionalità e competenze attraverso cui superare i tanti limiti irrisolti del digitaldivide

    A ciò si può anche aggiungere che la rivoluzione digitale ha contribuito a generare all’interno del sistema mediale un processo definito di narrowcasting , ossia quello che si attiva ogni volta che navigando in rete si va alla ricerca di informazioni e contenuti modellati in modo da enfatizzare e dare rilievo alla propria visione circa la contemporaneità. 

    Da qui nasce una dinamica tale per cui, all’opinione pubblica tradizionale, gradualmente si sostituiscono vari sottoinsiemi di opinioni differenti, ma comunque legati ai contenuti veicolati dai mezzi di comunicazione; il risultato finale è dunque il rafforzamento delle posizioni già in essere, anziché il confronto tra orientamenti divergenti.

    Infine, nonostante per mezzo del digitale dilaghi la disintermediazione, prestando attenzione allo scenario in cui siamo calati, l’impressione è che tendano a passare in sordina alcuni dei rischi correlati alla stessa disintermediazione, peraltro contrapposti ad ogni fondamento democratico: le echo – chambers e le filter bubble. Quest’ultime a indicare la polarizzazione del dibattito pubblico entro aree omogenee, circoscritte e iper – personalizzate, oltre che la creazione di nuovi monopoli di poteri e l’implemento delle disuguaglianze esistenti.

    Non resta altro che dare voce alle diverse realtà politiche esistenti, adottando perciò un approccio inclusivo circa l’espressione delle singole posizioni, così come educare alla comprensione della natura plurivalente della contemporaneità, promuovendo dunque la coscienza critica

    Questi ultimi punti risultano essere difficilmente attuabili e perseguibili proprio perché calati sul sistema dei media che, per sua natura, non sempre segue logiche dettate dall’obiettività e dalla neutralità rispetto alle forze politiche in campo, bensì ne subisce diverse pulsioni, limitando la propria sfera d’azione.

    A cura di

    Fiammetta Freggiaro

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