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    La disparità tra Nord e Sud

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    L’Italia è un paese caratterizzato da profonde divisioni e fratture, ma la più evidente e storica è quella tra Nord e Sud, alla quale si è aggiunta successivamente la “questione meridionale“. Questa divisione ha plasmato gran parte della storia della nostra Nazione. Da un lato, si è assistito una narrazione costante che ha dipinto il Nord come il motore trainante e innovativo, responsabile del suo sviluppo economico e della soluzione ai problemi del Sud. Dall’altro lato, il Mezzogiorno ha vissuto una crisi senza precedenti negli ultimi decenni. Ha perso una parte significativa della sua popolazione (soprattutto i giovan)i, ha subìto un declino economico sempre più drammatico e ha visto peggiorare le sue condizioni sociali. Le divisioni interne si sono accentuate, creando disparità tra le regioni montane e le aree urbane, così come tra le diverse città del Sud. Inoltre, si è allontanato sempre di più dal Centro-Nord dell’Italia e dalle altre regioni europee.

    Timidi segnali

    Nonostante alcuni segnali positivi, spesso isolati e frammentati, le politiche pubbliche non sono state sufficienti ad affrontare il declino demografico e produttivo del Mezzogiorno in modo adeguato. La crisi economica del 2008 e la pandemia da Covid-19 hanno ulteriormente indebolito l’area, aumentando la vulnerabilità sociale ed economica. Attualmente,il Mezzogiorno è l’area italiana dove le disuguaglianze sono più acute e diffuse, come dimostrano gli ultimi studi condotti da enti come Svimez, Istat e Fondazione Gimbe. Il PNRR si è posto l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze regionali e territoriali, richiamando l’attenzione sulla questione. È una sfida che la politica e le istituzioni non possono ignorare. Queste disuguaglianze si riflettono in modo significativo nei servizi pubblici essenziali, come istruzione, salute e mobilità, che risultano non solo meno accessibili al Sud, ma anche di qualità inferiore rispetto al Nord.

    La sanità

    In primis la sanità, ormai è evidente analizzando i dati che l’aspettativa di vita è più alta al Nord rispetto che al Sud. Questo è dovuto principalmente alle carenze nel Sistema Sanitario
    del Sud, emerse durante la pandemia ma radicate da tempo. Nel Mezzogiorno, la mancanza di strutture adeguate costringe i malati a recarsi al Centro-Nord, generando costi personali
    elevati. Questa migrazione sanitaria porta a significativi trasferimenti di risorse finanziarie dal Sud al resto del Paese, indebolendo ulteriormente le strutture locali e rafforzando quelle settentrionali. Il rapporto della Fondazione Gimbe indica che le richieste di maggiore autonomia dalle regioni settentrionali accentuerebbe ulteriormente le disuguaglianze, specialmente riguardo gli adempimenti ai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e alla mobilità sanitaria. Nel decennio 2010-2019, nessuna regione del Sud ha raggiunto le prime 10 per l’adempimento dei LEA, mentre le regioni richiedenti più autonomia, come Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia, si sono posizionate tra le prime cinque. L’analisi della mobilità sanitaria conferma il divario tra Nord e Sud, con regioni del Centro-Sud che hanno registrato un saldo negativo di 14 miliardi di euro nel periodo 2010-2019, mentre il Nord ha avuto saldi positivi significativi. Nel 2020, quasi il 94% della mobilità sanitaria si è concentrata nel Nord, mentre l’83% del saldo negativo è ricaduto sul Sud. Questi dati evidenziano la persistenza delle disuguaglianze e sottolineano la necessità urgente di affrontare il divario strutturale tra le regioni italiane, al fine di garantire l’equità nell’accesso ai servizi sanitari e ridurre la migrazione sanitaria.

    Gli altri servizi

    Le disuguaglianze si riflettono anche sulla mobilità, in particolare sul sistema ferroviario italiano, una componente cruciale dell’infrastruttura del paese. L’Unione Europea, nel pianificare i fondi del PNRR, ha riconosciuto il valore del trasporto ferroviario nell’obiettivo di ridurre l’impatto ambientale rispetto ai mezzi di trasporto più inquinanti. Tuttavia, al Sud, la situazione ferroviaria è meno favorevole rispetto al Nord. Le ferrovie settentrionali sono più estese e veloci, spesso all’altezza o superiori a quelle delle regioni europee più avanzate. Dall’Istat emergono dati che evidenziano treni più vecchi, una minore quantità di corse e linee meno sicure e non elettrificate nel Sud. Ad esempio, in Sicilia, si contano solo 486 corse al giorno di treni regionali, mentre in Lombardia sono ben 2.560, nonostante la Sicilia abbia una popolazione inferiore. Altri esempi mostrano disparità simili, come il numero di corse in Provincia di Bolzano rispetto alla Regione Sardegna. Un’altra fotografia che attesta la disparità fra Nord e Sud la fornisce l’ultimo rapporto Svimez, dove, anche qui, emerge un divario significativo tra il Centro-nord e il Mezzogiorno del paese. Nel Centro-nord, il tasso di abbandono scolastico si attesta al 10,4%, mentre nel Mezzogiorno tale cifra sale al 16,6%. Sorprendentemente, a Napoli, questo tasso sfiora addirittura il 23%. Queste disuguaglianze non sono limitate al settore scolastico, ma si estendono a tutti i servizi correlati, quali mense e strutture sportive a tempo pieno. In pratica, assistiamo a una sorta di dicotomia educativa in Italia, caratterizzata da due mondi a sé stanti. Il Pnrr, pur destinando notevoli risorse all’ambito dell’istruzione, non ha ancora raggiunto l’obiettivo di colmare queste disparità.

    Scuola e giovani

    La priorità attuale dovrebbe essere quella di potenziare il sistema educativo, soprattutto nelle regioni più svantaggiate, garantendo l’accesso agli asili nido, ampliando l’offerta di orari a tempo pieno e potenziando le strutture sportive. Sempre il rapporto Svimez evidenzia l’investimento per alunno nel settore educativo del Pnrr (escludendo gli asili nido) ammonta a 903 euro nella provincia di Milano, dove il tempo pieno è garantito per il 75% degli studenti delle scuole primarie. In contrasto, a Palermo, con solo il 10% di copertura a tempo pieno, l’investimento si ferma a soli 725 euro per alunno. Infine, persiste, come dice il Prof. Domenico Cersosimo, una disuguaglianza di opportunità. Le persone che vivono nel Sud dell’Italia, specialmente nelle zone interne, hanno poche opportunità per avere una vita dignitosa. Questo accade principalmente perché trovare un lavoro stabile e ben remunerato è molto difficile, specialmente per i giovani. Molti giovani del Sud non hanno la possibilità di scegliere se rimanere o partire, a causa della mancanza di opportunità di lavoro adeguate o di condizioni di vita sostenibili. Di conseguenza, sono costretti a lasciare le loro città natali, impoverendo quelle comunità e allo stesso tempo contribuendo a arricchire con nuove risorse e competenze le città di destinazione, senza aver sostenuto i costi di formazione di queste ultime. Queste disuguaglianze profonde e persistenti stanno mettendo in pericolo il progresso dell’intero paese, creando una potenziale trappola di declino. Il Mezzogiorno non va considerato come una remota e sottosviluppata area geografica, bensì come una vasta regione europea strettamente intrecciata nei tessuti umani, economici e sociali dell’Italia. Non è una realtà “diversa”, ma un componente cruciale dell’identità di uno Stato.

    La forza dell’Italia dovrebbe risiedere nella connessione delle sue molteplici sfaccettature, non nell’omologazione e nella separazione. Il Mezzogiorno e il Nord, nonostante le loro evidenti differenze socioeconomiche, rappresentano risorse complementari per la crescita e lo sviluppo nazionale. Ignorare questa complementarità significa infliggere un danno all’intero paese.

    A cura di

    Antonio Bianchino

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