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    La fine della Prima Repubblica

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    Trent’anni fa, con le elezioni del 27 marzo 1994, terminava la Prima Repubblica. Stagione controversa, segnata da cicatrici indelebili e slanci che fecero gridare al miracolo, a tre decenni dalla sua fine ancora si dibatte sul giudizio morale da attribuirle. Questo però non è il mestiere degli storici: è risaputo che la storia si fa coi fatti e non coi giudizi. Eppure, gli studiosi sono lungi dall’essere concordi. Giovanni Sartori la definì un «pluralismo polarizzato», bersagliando sia i partiti di maggioranza che quelli di opposizione. Non indifferente fu il ruolo del giornalismo, che trasformò Mani Pulite in un evento mediatico senza pari. A trent’anni dalla scomparsa di quel sistema, ne ripercorriamo le caratteristiche salienti. 

    La repubblica antidemocratica

    L’Italia era un sistema democratico bloccato, dominato da un pugno di partiti che a turno parteciparono alla grande giostra dei governi a guida democristiana. Il mantenimento del potere si basava sull’esclusione dei due partiti anti-sistema, il PCI e il MSI. I comunisti, individuati da tutti come principale nemico, furono isolati. Fu il cosiddetto “Fattore K” a decretare quarant’anni di egemonia democristiana sul Paese. Ma lo spauracchio del comunismo alle porte serviva a tutti: ai partiti per conservare la maggioranza e occupare le cariche nella burocrazia elefantiaca e nelle aziende a partecipazione statale (la cosiddetta lottizzazione); agli imprenditori per attrarre sempre più finanziamenti di stato e beneplaciti; agli americani per assicurarsi la fedeltà di un Paese strategico come l’Italia (che senza l’argine dei partiti sarebbe stato l’unico paese con un partito comunista al governo in tutto il blocco occidentale); al Vaticano per conservare la sua influenza. Ma servì anche ai comunisti, per affermare la presunta superiorità morale rispetto ad avversari eccessivamente potenti per essere battuti alle urne. Quando il Fattore K svanì sotto i colpi di martello dei berlinesi il 9 novembre 1989, svanirono anche la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista: nuovi soggetti poterono emergere dalle ceneri di quel sistema, con l’intento annunciato di rottamarlo. 

    Si stava meglio quando si stava in debito

    La storia della Repubblica è martoriata da episodi drammatici, controversi e da veri e propri misteri irrisolti. Il periodo delle stragi politiche, gli Anni di Piombo, il periodo delle contestazioni e poi quello delle stragi mafiose, devastarono l’opinione pubblica e sembrarono infierire colpi pesanti alla stessa tenuta democratica del Paese. Eppure, le condizioni socioeconomiche italiane ebbero un’ascesa notevole tra gli anni Cinquanta e la fine dei Settanta, nonostante il perdurare di una forte inflazione. Sul limitare degli anni Ottanta il PIL valeva più del doppio di oggi. In quegli anni l’Italia fu il Paese europeo con la crescita più alta in termini di prodotto interno lordo, superando la Gran Bretagna ma mai la Germania. Poco importa se poi quegli indicatori fossero falsati o meno dalla presenza di un debito pubblico abnorme, come sottolineò un giornale dal calibro dell’Economist. Tra il 1960 e il 1983 il rapporto debito pubblico/PIL raddoppiò, toccando la cifra esorbitante del 194% nel 1994

    Una crescita pompata, quella che sperimentò l’Italia durante la Prima Repubblica. Di fatto le concessioni, le omissioni d’intervento ad esempio in materia fiscale, le assunzioni nelle partecipate statali sempre in perdita, avevano drogato il Paese, precipitandolo in una bolla dal quale si sarebbe svegliato bruscamente.

    La crisi

    Nel 1992, per una serie complessa di fattori, quella bolla scoppiò. Il crollo del Muro e il processo di integrazione europea agirono da catalizzatori, portando la Prima Repubblica all’appuntamento con la storia. La classe politica non volle rassegnarsi, adottando misure di responsabilità troppo docili e in colpevole ritardo. 

    Si innescò quella che Luciano Cafagna definì “crisi fiscale”, ossia uno squilibrio tra le entrate e le uscite, che collise con la necessità di rispettare i parametri di contenimento della spesa e del debito dettati dall’adesione al Trattato di Maastricht. La lira andò incontro ad una pesantissima svalutazione, che costrinse l’Italia a ritirarsi dal Sistema Economico Europeo. In questo scenario vulcanico, i partiti iniziarono ad essere bersagliati dagli avvisi di garanzia provenienti dall’inchiesta della Procura di Milano denominata Mani Pulite, che aveva scoperchiato il traffico di tangenti di un burocrate del Partito Socialista meneghino. Fu la prima goccia di una tempesta che travolse la classe politica, rivelando un consolidato sistema di finanziamento illecito ai partiti e coinvolgendo anche grandi attori industriali e finanziari del Paese. Fu in questo scenario che nuovi soggetti politici cavalcarono l’onda della rabbia popolare, cannoneggiando la classe politica definita “corrotta e parassitaria. La Lega, il MSI, il movimento di Mario Segni (promotore del referendum che avrebbe introdotto il sistema elettorale maggioritario e la fine del finanziamento pubblico ai partiti, decretando il termine della Prima Repubblica), La Rete di Leoluca Orlando, il vecchio PCI ridenominato Partito Democratico della Sinistra (progenitore del PD). 

    Il ruolo del giornalismo

    Un po’ dovunque sorsero club di intellettuali legati alla sinistra, che tramite riviste e pamphlet richiedevano un cambiamento morale della politica. Il vento della protesta soffiava sull’opinione pubblica in fiamme. I media descrissero una classe dirigente afflitta dalla corruzione, opposta ai magistrati-paladini e alla società civile, dando vita ad un vero proprio processo alla politica. Al fioccare degli avvisi di garanzia, i giornali non ci pensarono due volte a sbattere il mostro in prima pagina, in barba alla presunzione d’innocenza. Spesso le notizie secretate filtravano direttamente dalle procure. Nei talk show fu imbastita una sorta di gogna pubblica, nella quale deridere il politico di turno: le trasmissioni in cui tali modalità erano più diffuse, e di conseguenza le più seguite, erano Samarcanda di Michele Santoro, Mezzogiorno italiano di Gianfranco Funari, Milano, Italia di Gad Lerner, il TG4 di Emilio Fede, Un giorno in pretura con protagonista Antonio Di Pietro, volto principale del pool di Mani Pulite. Gli esiti della mediatizzazione di Tangentopoli furono disastrosi: 41 furono i sospettati che si suicidarono, a causa dello spregio che si faceva della loro vita privata, non risparmiando nemmeno le famiglie dal tiro al bersaglio. I due casi più tragici furono quelli di Renato Amorese e Sergio Moroni, rispettivamente segretario socialista di Lodi e deputato del PSI. I cittadini furono sospinti a farsi parte di un giudizio pubblico della politica, alimentando una ventata di giustizialismo e populismo irrefrenabile non ancora sopitasi. Soprattutto certe modalità perdurano ancora nel giornalismo italiano, che troppo spesso sembra essersi scordato della deontologia professionale: fino a che punto è corretto divulgare un documento secretato? Quando finisce il diritto di informare, e quando comincia il diritto all’oblio e all’anonimato? Il recente caso della ristoratrice di Sant’Angelo Lodigiano, suicida a causa della sovraesposizione mediatica, potrebbe aiutarci a riflettere sui confini del diritto all’informazione. Perché non esistono diritti senza responsabilità

    Così morì la Prima Repubblica, con un grande processo. Con un popolo infuriato che aveva trovato il capro espiatorio nella politica, forse incapace di rendersi conto che il presunto benessere di cui aveva goduto fino a quel momento era dovuto per la maggior parte alla mole di compromissioni che, come quando si chiude un rubinetto, ne avrebbe decretato la fine. O forse ne erano tutti fin troppo consapevoli, mossi dal pentimento di non essere stati in grado di fuggire da quella stessa prigionia che, nelle parole di chi l’ha vissuta, ad oggi è un po’ rimpianta. 

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