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    La guerra tecnologica secondo la Commissione Europea

    Pubblicato il

    La Commissione Europea ha presentato questa settimana un elenco preliminare di quattro aree tecnologiche che presentano il rischio più elevato di essere utilizzate in modo improprio per sostenere regimi autocratici e violare i diritti umani.

    Microchip di ultima generazione, sistemi basati su algoritmi di intelligenza artificiale, calcolo quantistico e ingegneria genetica saranno osservati speciali per determinare se le loro esportazioni dal mercato europeo e importazioni all’interno dell’Unione rappresentano e/o potranno rappresentare un pericolo per la tutela dei diritti dell’uomo e per la sicurezza dell’Unione europea nel suo insieme. Il lavoro di analisi interna includerà intense consultazioni con esperti di tutti e 27 gli Stati membri, anche tramite il coinvolgimento del settore privato, al fine di presentare un elenco finale delle tecnologie ad alto rischio, previsto per la primavera 2024. La definizione e presentazione di questo elenco potrebbe aprire la porta a potenziali restrizioni, tra cui divieti commerciali e controlli sugli investimenti sensibili, anche se qualsiasi passo del genere incontrerà sicuramente la contestazione di paesi riluttanti a lasciare che Bruxelles interferisca in questioni di sicurezza nazionale. La selezione presentata martedì è il primo risultato tangibile della strategia di “de-risking” lanciata dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen con l’obiettivo di diminuire vulnerabilità e dipendenze che l’Unione ha accumulato in diversi decenni di libero mercato. 

    Il ruolo della Cina

    Particolare attenzione merita il ruolo della Cina che, pur non menzionata nel documento di della Commissione, sembra essere l’obiettivo primario di questo esercizio senza precedenti di revisione delle tecnologie ai fini di sicurezza nazionale ed economica. L’UE infatti, insieme ai suoi alleati del G7, ha accusato Pechino in più occasioni di intensificare la repressione nei confronti dei propri cittadini ricorrendo spesso alla coercizione, alla ritorsione e alla disinformazione, anche tramite l’ausilio di nuove tecnologie altamente invasive (vedi il riconoscimento facciale ma non solo). 

    Eppure, un’opposizione frontale alla Cina rappresenterebbe ancora oggi una strada molto difficile da percorrere in quanto il gigante asiatico controlla quote cruciali nella produzione di materie prime che si rivelano indispensabili per attuare la transizione ecologica (in primis con la realizzazione di nuovi pannelli solari, batterie e auto elettriche). Bruxelles vuole quindi creare le condizioni per prevenire ed evitare possibili ritorsioni da parte di partner internazionali. “Questo non è contro nessun paese. Facciamo quello che crediamo sia nell’interesse generale dei nostri concittadini“, ha detto Thierry Breton, il commissario europeo per il mercato interno. “Quando vediamo che c’è il rischio di un’eccessiva dipendenza, il rischio di rompere una catena di approvvigionamento che potrebbe essere fondamentale per noi, agiamo, non aspettiamo.

    Le valutazioni dei rischi lanciate martedì hanno lo scopo di raccogliere maggiori informazioni su quattro aree tecnologiche chiave, che sono state selezionate per la loro natura in continua evoluzione e per il loro potenziale “imminente” di essere utilizzate in modo improprio per scopi militari e violazioni dei diritti umani. Nel dettaglio, queste sono:

    • Semiconduttori avanzati, tra cui microelettronica, fotonica, chip ad alta frequenza e apparecchiature per la produzione di semiconduttori.
    • Intelligenza artificiale, compreso il calcolo ad alte prestazioni, il cloud e l’edge computing, l’analisi dei dati, la visione artificiale, l’elaborazione del linguaggio e il riconoscimento degli oggetti.
    • Tecnologia quantistica, inclusi calcolo quantistico, crittografia quantistica, comunicazioni quantistiche, rilevamento e radar quantistici.
    • Biotecnologie, comprese le tecniche di modificazione genetica, nuove tecniche genomiche, gene-drive e biologia di sintesi.

    Parallelamente si discuterà di altri sei campi tecnologici “critici” che in futuro, ma non immediatamente, potrebbero essere oggetto di una valutazione dei rischi. Tra queste, la realtà virtuale, la sicurezza informatica, i sensori, la navigazione spaziale, i reattori nucleari, l’idrogeno, le batterie, i droni e la robotica. “State certi che continueremo, puntando a tutto il resto“, ha detto Breton.

    A seguito della presentazione dell’elenco di tecnologie “a rischio”, gli alti funzionari della Commissione hanno ventilato tre possibilità di azione: promuovere alternative locali, collaborare con paesi che condividono la stessa visione europea e proteggersi dalle minacce economiche. Su questo ultimo fronte, i Paesi Bassi hanno cominciato a posizionarsi all’inizio di quest’anno bloccando le esportazioni di tecnologia avanzata di microchip destinate alla Cina, sostenendo che potrebbero essere utilizzate per scopi “indesiderabili”. 

    L’esecutivo europeo sta anche lavorando a un meccanismo per schermare i flussi di investimenti in uscita, ovvero i progetti di investimento che le aziende dell’UE realizzano al di fuori dei confini del blocco. Lo strumento, che sarà presentato entro la fine dell’anno, si applicherà solo agli investimenti ad alto rischio di perdita di know-how e minacce alla sicurezza. Entrambe le strade – controlli più severi sulle esportazioni e screening degli investimenti in uscita – sono indispensabili per affrontare la resistenza di alcuni Stati membri ad alienare Pechino per paura di perdere l’accesso al redditizio mercato cinese.

    Nel complesso, queste politiche rigorose dimostrano come i paesi occidentali siano disposti a imporre misure invasive che erano impensabili solo pochi anni fa“, ha affermato Agathe Demarais, senior policy fellow presso il Consiglio europeo per le relazioni estere. “Tuttavia, coinvolgere le aziende negli sforzi di riduzione del rischio si rivelerà probabilmente difficile. Nonostante la campagna pubblicitaria sulla riduzione del rischio, due terzi delle aziende dell’UE non hanno intenzione di allontanarsi dalla Cina”.

    A cura di

    Lorenzo Minio Paluello

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