Con la disfatta di Zenica, la compagine azzurra si è ritrovata ancora una volta al centro di un vero e proprio processo nazionale, divenendo oggetto di sentenze e opinioni collettive che hanno finito per condannare indistintamente tutti coloro che gravitano attorno alla sfera calcistica del Paese.
L’obiettivo comunitario, a lungo invocato, sembra così aver trovato compimento: il Presidente della FIGC, Gabriele Gravina, al termine di un Consiglio federale straordinario tenutosi nei giorni seguenti alla sconfitta azzurra, ha scelto di farsi da parte, rimettendo il destino della Federazione al giudizio delle urne, con elezioni fissate per il prossimo 22 giugno.
Ma la Nazione ha davvero ottenuto la svolta di cui necessitava? Nei luoghi d’incontro collettivi ognuno esprime il proprio punto di vista: c’è chi chiede una riforma che limiti l’utilizzo degli stranieri all’interno del campionato; c’è chi chiede un intervento forte nei confronti dei settori giovanili; c’è chi pretende di vedere alla guida federale profili puramente tecnici d’alto rango.
“Il calcio è uno sport professionistico, gli altri sport sono dilettantistici”
Il preludio alla brusca conclusione della presidenza di Gabriele Gravina è stato il suo intervento in conferenza stampa, in cui, rispondendo sul divario prestazionale tra il calcio e altri sport italiani, affermava che “Il calcio è uno sport professionistico, gli altri sono dilettantistici. Facciamo rapporti su base di equità”.
Le parole hanno suscitato forti reazioni nell’opinione pubblica e tra gli atleti, anche in chiave ironica. Tuttavia, il concetto espresso trova un fondamento normativo preciso. Il 23 marzo 1981 entra in vigore la legge n. 91, che disciplina il professionismo sportivo e qualifica l’atleta professionista come lavoratore a tutti gli effetti.
L’attività sportiva diventa così una prestazione lavorativa continuativa e retribuita, regolata da un contratto scritto e depositato in federazione, con effetti giuridici vincolanti. Il rapporto presenta natura speciale: pur richiamando il lavoro subordinato, è caratterizzato da vincoli tecnici, regole sui trasferimenti e limiti alla libertà negoziale, compensati da tutele retributive, previdenziali e assicurative.
Accanto a questo modello permane il settore dilettantistico, in cui l’attività sportiva non è considerata rapporto di lavoro subordinato. Sono ammessi solo rimborsi o compensi limitati, senza pieno riconoscimento giuridico e senza le medesime tutele. Ne deriva una separazione strutturale tra professionismo e dilettantismo, con rilevanti differenze sul piano economico e giuridico.
Con il decreto legislativo n. 36 del 2021, tale impianto viene parzialmente superato attraverso la figura del “lavoratore sportivo”, che ricomprende chiunque svolga attività sportiva o tecnica a titolo oneroso e continuativo, inclusi tecnici e dirigenti. Vengono inoltre tipizzate le forme contrattuali e rafforzate le tutele previdenziali e assicurative, con un ampliamento della protezione giuridica rispetto al passato.
Il sistema si sposta così da una logica formale basata sul riconoscimento federale della disciplina a una logica sostanziale fondata sulla natura del rapporto di lavoro. Ne consegue che l’affermazione di Gravina, pur discutibile nel contesto comunicativo, è coerente con la distinzione normativa vigente tra sport professionistico e dilettantistico.
Resta tuttavia il dato sportivo: dal 1981 l’Italia ha comunque conseguito risultati di assoluto rilievo, tra cui due titoli mondiali e un titolo europeo, segno che la complessità del sistema non può essere assunta quale giustificazione esclusiva delle criticità attuali.
“Limitiamo l’impiego degli stranieri all’interno delle squadre”…
Dopo le critiche rivolte a Gravina, il dibattito si sposta sui club di vertice, accusati di schierare troppi stranieri. In questo contesto riemerge spesso una posizione nostalgica, sintetizzata nell’idea di limitare il numero di giocatori stranieri in campo. Tuttavia, una simile affermazione oggi non è applicabile, perché entra in contrasto diretto con i principi del diritto dell’Unione europea. Il punto centrale è che non è più possibile distinguere i calciatori sulla base della nazionalità per limitarne l’impiego all’interno di una squadra professionistica
Il passaggio decisivo avviene il 15 dicembre 1995, quando la Corte di Giustizia delle Comunità Europee si pronuncia sul caso di Jean Marc Bosman. Il contenzioso nasce dal mancato trasferimento del centrocampista dal Royal Football Club de Liège all’Union Sportive du Littoral de Dunkerque, nonostante il contratto fosse in scadenza. Il club d’appartenenza, infatti, ostacola l’operazione e mantiene il giocatore fuori rosa, limitandone anche la retribuzione.
Bosman ricorre alla Corte, sostenendo che tali restrizioni violano i suoi diritti fondamentali, in quanto lavoratore europeo. La questione giuridica non riguarda solo il singolo caso, ma il principio generale della libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione. L’UEFA e la federazione belga difendono il sistema allora vigente, che consentiva vincoli sia sui trasferimenti sia sul numero di stranieri schierabili, ma la Corte accoglie la posizione del calciatore.
…Ma non può davvero funzionare così
Il nesso logico introdotto dalla sentenza è decisivo. La Corte stabilisce che il calciatore professionista è un lavoratore a tutti gli effetti e, in quanto cittadino di uno Stato membro, ha diritto a esercitare liberamente la propria attività in qualsiasi altro Stato dell’Unione.
Da questo principio discende una conseguenza diretta: qualsiasi regola che limiti l’impiego di un giocatore sulla base della sua nazionalità costituisce una discriminazione incompatibile con il diritto europeo. Di conseguenza, un tetto massimo di stranieri in campo non è più ammissibile, perché non distingue tra lavoratori per ragioni oggettive legate al lavoro, ma solo in base alla cittadinanza.
Sul piano giuridico, la sentenza produce quindi due effetti fondamentali: elimina i vincoli numerici basati sulla nazionalità per i cittadini comunitari e abolisce l’indennità di trasferimento per i giocatori in scadenza di contratto, rafforzando il principio della piena libertà di circolazione.
Sul piano economico, si afferma il modello dei trasferimenti a parametro zero e cresce sensibilmente il potere contrattuale dei calciatori. Allo stesso tempo, però, si producono effetti strutturali sul sistema calcistico: i club più ricchi tendono a concentrarsi su giocatori già formati e internazionali, riducendo gli investimenti nei settori giovanili nazionali e ampliando il divario competitivo con le realtà minori.
E adesso?
Nei corridoi della sede di via Allegri si respira un clima turbolento, mentre si apre la ricerca del possibile successore alla presidenza. Il dibattito pubblico invoca una figura tecnica come Paolo Maldini, mentre i club di Serie A manifestano il proprio sostegno a Giovanni Malagò, reduce dalla conclusione del suo mandato al CONI e dall’organizzazione di Olimpiadi invernali giudicate positive.
La realtà, però, è una sola: chiunque assumerà la presidenza, a partire dal 22 giugno, si troverà di fronte a una sfida complessa. Sarà necessario costruire un clima di collaborazione tra leghe, club e componenti federali, superando logiche conflittuali e frammentazioni interne.
Un punto centrale dovrà riguardare lo sviluppo dei settori giovanili, non soltanto sul piano delle strutture ma soprattutto su quello delle risorse umane. È fondamentale investire su tecnici preparati, non solo dal punto di vista tattico, ma anche sotto il profilo umano, affinché i giovani calciatori possano crescere in un contesto sereno e formativo: troppi talenti, infatti, abbandonano l’attività tra i sedici e i diciassette anni a causa di pressioni eccessive o della perdita del piacere di giocare.
L’intervento deve quindi concentrarsi sulla tutela dell’entusiasmo, sia nei più giovani sia nei professionisti, perché non esistono soluzioni immediate o miracolose.
Tuttavia, questo approccio può rappresentare un punto di partenza significativo. La prospettiva è chiara: il percorso non sarà semplice, ma attraverso una visione condivisa sarà possibile ricostruire equilibrio e riportare risultati nel medio periodo.
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