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    La propaganda nella Prima Guerra Mondiale

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    Premessa: non esiste, in Germania, Francia, Austria-Ungheria e realtà simili, un fronte compatto contro lo scoppio della guerra, anzi… dalle masse alle élite, sono quasi tutti ben contenti di partecipare, ognuno con le sue motivazioni, più o meno legittime, più o meno comprensibili. Anche i partiti socialisti di tutta Europa, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, abbracciano in pieno l’ideale della guerra, salvo qualche eccezione, tra cui figura anche il PSI.

    Al netto di un quadro generale che racconta di diffuso entusiasmo e condiviso, oltre che percepito, ottimismo, è nozione scolastica piuttosto nota l’Italia rimanga neutrale all’inizio delle ostilità; in effetti, il nostro è un caso piuttosto anomalo: il fronte interno è diviso tra neutralisti e interventisti. Oggi parleremmo di pacifisti e bellicisti, anche se concretamente, di pacifisti, ai tempi non ce n’erano proprio: c’era, semmai, tra socialisti e cattolici, lieve scetticismo tendente all’irenismo, e tra i liberali giolittiani la convinzione che il Regno potesse ottenere di più in sede diplomatica. 

    La storia la conosciamo: il 23 maggio 1915, dopo un estenuante sforzo negoziale con Regno Unito, Francia e Russia, l’Italia dichiara guerra all’Austria-Ungheria ed entra ufficialmente nel conflitto mondiale come parte guerreggiante. Ma com’è possibile che un Paese profondamente spaccato, dove inizialmente i neutralisti sembravano essere in netta maggioranza rispetto agli interventisti, neanche un anno più tardi abbia cambiato completamente idea -o quasi – sul conflitto? 

    La risposta è semplice: propaganda. E i suoi mezzi naturalmente: governo, stampa, arte, intellettuali…

    Il ruolo della stampa

    La stampa era in larga parte, se non tutta, a favore della guerra: lo era talora implicitamente, altre volte esplicitamente; il processo di estremizzazione del popolo italiano segue un processo graduale, che prima rispecchia i sentimenti condivisi dai più, e poi ne instilla di nuovi, sulle orme del sentiero tracciato dagli interventisti, che vedono nello scontro un’opportunità per completare il processo di unificazione, con la conquista delle terre cosiddette “irredenti”.

    Il 26 luglio 1914 compare su L‘Avanti!, quotidiano del partito socialista italiano, un articolo redatto dall’allora direttore Benito Mussolini: “Abbasso la guerra” il titolo. La linea editoriale, e dunque di partito, è quella della “neutralità assoluta”. Nonostante questa chiara presa di posizione, dal pezzo traspare un volutamente malcelato sentimento antiaustriaco e una più o meno manifesta simpatia nei confronti della Triplice Intesa:

    Il Partito militare austriaco voleva la guerra: ecco la realtà

    E ancora:

    Il proletariato italiano straccerà i patti della Triplice se essi lo costringessero a versare una sola goccia di sangue per una causa che non è sua

    Insomma, imparziali sì, ma senza esagerare. Di lì a poco, complice un repentino cambio di direzione sul tema, il poi dittatore sarebbe stato cacciato dalla direzione del giornale di partito, e portato a fondare un quotidiano da zero, Il Popolo d’Italia, per dare voce all’ala interventista dei socialisti.

    Prima dell’epurazione, Mussolini scrive della necessità di passare “dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva e operante, aprendo le porte a un possibile ingresso dell’Italia in guerra a fatti in corso. Alcuni giornali, come l’inserto settimanale del Corriere della Sera, la Domenica del Corriere, di cui sono arcinote le copertine propagandistiche di Achille Beltrame, ragionano proprio su questi binari. Quest’ultimo, in particolare, nelle primissime fasi della guerra glorifica la resistenza belga contro l’invasore, esalta le gesta inglesi e francesi, demonizza l’aggressore austro-ungarico, racconta, ingigantendole, delle atrocità tedesche. 

    Una narrazione, questa, via via sempre più violenta ed esplicita, sostenuta, accompagnata e alimentata da intellettuali e movimenti culturali vari; così, ad esempio, la pensava la direzione del movimento futurista, in un estratto di un loro manifesto, “la sintesi futurista della guerra”, pubblicato nel settembre del 1914: “Glorifichiamo la Guerra, che per noi è la sola igiene del mondo mentre per i tedeschi rappresenta una grossa spanciata da corvi e da iene. Le vecchie cattedrali non c’interessano; ma neghiamo alla Germania medievale, plagiaria, balorda e priva di genio creatore il diritto futurista di distruggere opere d’arte. Questo diritto appartiene soltanto al Genio creatore italiano, capace di creare una nuova bellezza più grande sulle rovine della bellezza antica”.

    La propaganda sul fronte, interno ed esterno

    Il 24 maggio 1915 l’Italia dichiara guerra all’Austria-Ungheria; iniziano le ostilità sul confine orientale, e parallelamente si mette in moto la macchina della propaganda: giornalisti e vignettisti, attraverso pubblicazioni cartacee e filmati, tra storie inventate e bugie bianche, cominciano un processo di mistificazione della vita al fronte.

    Per la società civile, lo Stato filtra meticolosamente ogni notizia, assicurandosi di far trapelare solo novità positive: giungono news di atti eroici del regio esercito, nascono veri e propri miti della guerra. Si pensi a Enrico Toti, soldato che combatte tra le fila italiane da irregolare, in quanto non arruolabile poiché privo di una gamba. Morirà in battaglia il 6 agosto del 1916: in un successivo supplemento settimanale del Corriere, viene raffigurato in prima linea, vulnerabile al fuoco nemico, a guidare l’assalto con il solo fucile a sorreggerlo e con in mano la stampella. Una situazione totalmente inventata di cui non vi è traccia alcuna nei racconti pervenutici, utile però a tenere alta la fiducia.

    Poco dopo la disfatta di Caporetto, contemporaneamente all’arrivo di Armando Diaz, aumentano i fondi per la propaganda, e all’inizio del 1918 viene introdotto il servizio P, ovvero un’organizzazione costituita in seno al Regio Esercito per la propaganda al fronte nei confronti delle truppe, con lo scopo di migliorare le condizioni morali e materiali dei soldati.  Nelle trincee giungono giornali illustrati – si pensi a “la Ghirba” – contenenti barzellette, sfottò al nemico, filastrocche… hanno natura “ricreativa”, più che informativa. Questo tipo di approccio, più morbido rispetto alla “rigida disciplina” del modello Cadorna, si rivelerà fondamentale nell’ottica della controffensiva italiana.

    Dall’altra parte del confine orientale, sponda austro-ungarica, la struttura propagandistica agisce allo stesso modo: manifesti, volantini e cartoline promuovono un’identità collettiva, patriottismo, esaltano la leadership dei comandanti, e contemporaneamente dipingono caricaturalmente i nemici.

    La propaganda tra ieri e oggi

    La propaganda moderna ricalca molti aspetti di quella guerresca del XX secolo: oggi come allora, tutto nasce dalla necessità di “convogliare in un’unica direzione la volontà del popolo, perché segua le direttive e le decisioni dei capi; entrambe tendono a rivolgersi all’inconscio, forti di una profonda conoscenza della psicologia delle masse.

    Nel 2024 i mezzi di comunicazione sono profondamente diversi rispetto agli equivalenti di oltre cent’anni addietro, eppure il linguaggio, gli scopi generali e i destinatari sono gli stessi.

    Domanda: è possibile porre sullo stesso piano due distinte propagande nazionali, l’una sprezzante nei confronti dell’altra, l’una tanto patriottica quanto l’altra? Nell’Europa del 1914, la verifica dei fatti non era certo al centro dell’agenda propagandistica, tutt’altro; in tempi recenti, con l’avvento di internet e la possibilità di verificare accuratamente ogni tipo di fonte, la ricerca della verità fa da contrappeso alla disinformazione e diventa arma propagandistica anch’essa.

    I populisti si servono della propaganda per spargere fake news, e in tal senso il termine ha accezione negativa. Ma, come ovvio, non tutta la propaganda è di per sé “negativa”.

    Alla luce di tutto ciò, esiste una propaganda giustificabile, condivisibile, o quantomeno comprensibile più dell’altra? Non avremmo problemi a rispondere stessimo parlando della Grande Guerra, ma se ci spostiamo su Russia e Ucraina, Israele e Palestina… vacilliamo un po’. Tutte sullo stesso piano? A voi la conclusione.

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