Negli ultimi mesi, i curdi del Nord-Est della Siria hanno visto restringersi drasticamente lo spazio politico e militare conquistato durante la guerra civile. Dopo anni di autogoverno e di centralità nella lotta contro lo Stato Islamico, l’autonomia del Rojava appare oggi sempre più fragile, messa in discussione da nuovi equilibri politici e militari che ne minacciano la sicurezza.
Il lungo trauma curdo e l’esperimento dell’autogoverno
La storia curda porta con sé il peso di un passato difficile, spesso segnato da violenze brutali, discriminazioni e repressioni da parte da più attori statali e non statali. L’ attacco dell’ISIS al popolo yazida – una minoranza etno-religiosa cruda – del 2014 è stato riconosciuto dall’ ONU come genocidio. Questi eventi costituiscono il contesto traumatico da cui nasce l’attuale complessità nella gestione del Nord-Est della Siria.
Nel quadro della guerra civile siriana, dal 2012 le forze curde si sono iniziate a organizzare come un vero e proprio esercito, entrando quindi nel conflitto e avanzando nelle principali città della nascente regione autonoma curda del Rojava.
Storicamente marginalizzati e privati di diritti fondamentali, i curdi hanno rappresentato probabilmente l’unico attore militare capace di organizzare una resistenza efficace contro l’avanzata dello Stato Islamico, che si era esteso fino al Nord-Est della Siria, coinvolgendo città e villaggi abitati da curdi, arabi e diverse minoranze religiose.
Dall’incorporazione delle milizie curde YPG e YPJ in una coalizione più ampia nascono le SDF (Syrian Democratic Forces) che hanno costituiscono la forza armata dell’Amministrazione Autonoma Curda del Nord-Est della Siria (AANES).
Il ruolo decisivo svolto dalle SDF nel contenimento dell’avanzata dell’ISIS ha consentito ai curdi di consolidare la loro autonomia nel Rojava, ponendo contemporaneamente fine a decenni di discriminazioni e repressioni esercitate dal Partito Ba’th siriano che aveva persino negato la cittadinanza a una parte consistente della popolazione curda.
L’ingerenza turca
Gli sviluppi più recenti hanno messo in discussione il quadro precedentemente descritto.
In tentativi curdi di rafforzare le proprie istituzioni sono stati percepiti da Ankara come una minaccia alla sicurezza turca.
Il ministro degli esteri Hakan Fidan aveva ribadito che la Turchia non avrebbe permesso a “organizzazioni terroristiche” di trarre vantaggio dall’instabilità regionale e di compromettere la sovranità e l’integrità della Siria, in una lettura in cui YPG e SDF sono considerate estensione del PKK.
Dalla caduta di Bashar al-Assad, tali considerazioni si sono tradotte in operazioni militari ai danni dei curdi.L’ Esercito Nazionale Siriano (SNA), sostenuto dal governo turco, ha lanciato attacchi nel Rojava colpendo milizie e civili, accentuando la fragilità dell’intera Siria post-Assad.
Un cessate il fuoco fragile e l’arretramento curdo
L’inizio del nuovo anno ha visto i combattimenti intensificarsi. Il cessate il fuoco in vigore dal 20 gennaio non ha comportato, infatti, la reale cessazione delle ostilità. Nonostante l’accordo prevedesse grosse concessioni da parte curda – tra cui l’integrazione delle SDF nell’esercito siriano e la cessione di diversi territori – gli scontri non sono terminati, rilevando un’intesa molto debole.
Tali concessioni hanno alimentato la percezione di un progressivo arretramento nella posizione negoziale. Il venir meno del sostegno statunitense ha aggravato ancora di più l’isolamento curdo: Washington oggi sembra prediligere un rapporto di cooperazione con il nuovo governo di al-Shaara e di conseguenza con Erdogan. Sebbene al-Shaara abbia firmato un decreto volto a garantire alcuni diritti sociali alla popolazione curda, tali misure appaiono insufficienti a compensare sia la perdita di controllo politico e territoriale subita dall’AANES sia la minaccia turca.
Tali eventi sembrano segnare l’inizio del tramonto dell’autonomia curda siriana.
I campi dell’ISIS e il rischio di una nuova radicalizzazione
Nel territorio dell’AANES è presente un sistema detentivo multilivello costituito dai centri di Al-Hol, Roj, Sini e Panorama in cui sono detenuti molti ex combattenti dell’ISIS o sospetti affiliati. Si tratta di strutture caratterizzate da condizioni estremamente dure e prive di reali programmi di riabilitazione, che finiscono per creare un ecosistema ideale alla proliferazione dell’ideologia jihadista.
Molti detenuti, soprattutto nel campo di Al-Hol, sono minori che vivono in condizioni di grave privazione dei diritti fondamentali: igiene scarsa, malnutrizione, mancanza di accesso all’acqua potabile e abusi sistematici sono solo alcuni elementi di quotidianità nel campo.
In un contesto simile, segnato da brutalità sistematiche e privazione prolungata, si rafforzano narrazioni di odio, vendetta e vittimismo, che rappresentano la linfa della propaganda jihadista e contribuiscono alla creazione della “Next Generation ISIS” tramite reclutamento e indottrinamento di minori.
Il paradosso della sicurezza
Le forze curde hanno denunciato l’evasione di un migliaio di prigionieri affiliati all’ ISIS che hanno approfittato dell’instabilità seguita al passaggio del controllo della regione alle forze governative siriane. In risposta gli Usa si sono già impegnati in operazioni di trasferimento dei detenuti in Iraq.
Tuttavia, il ridimensionamento dell’autonomia curda rischia di produrre un paradosso: mentre si indebolisce uno degli attori che più efficacemente aveva contrastato lo Stato Islamico sul terreno, si crea uno spazio di manovra che l’ISIS potrebbe nuovamente sfruttare. In questo senso, il tramonto dell’esperienza autonoma curda non rappresenta solo una questione di diritti e autodeterminazione, ma anche un fattore di instabilità regionale con potenziali ripercussioni ben oltre i confini siriani.
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