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    Lavoro, giovani ed Europa intervista a Susanna Camusso

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    È oggi nostra ospite l’On. Susanna Camusso, senatrice del Partito Democratico e storica segretaria della CGIL dal 2010 al 2019. Un’intervista con al centro giovani, lavoro ed Europa in occasione del Primo maggio, Festa dei Lavoratori.

    Si è discusso molto sul salario minimo; oggi c’è chi crede che, questo, da solo non basti per arginare la disoccupazione e la povertà, bensì serva più lavoro di qualità. Secondo i dati raccolti dalle associazioni di categoria, con la stagione estiva alle porte per molte professioni – basti pensare al comparto del turismo e della ristorazione – è veramente difficile trovare aspiranti dipendenti. Lei come spiega questo forte differenziale?

    In genere, la difficoltà principale in certi settori a trovare manodopera è connessa alle condizioni di lavoro e alle condizioni retributive. Non si possono pretendere orari e turni particolarmente pesanti, situazioni magari anche di mobilità, senza contemporaneamente prevedere retribuzioni dignitose. Così come la possibilità di poter contare su un numero di dipendenti adeguato, tale da garantire il giusto monte ore
    giornaliero. I settori qui menzionati, il turismo e la ristorazione, sono invece solitamente quelli in cui o si lavorano troppe poche ore – e da qui nasce il lavoro povero – oppure se ne lavorano troppe. Forse sarebbe meglio intervenire positivamente. Questo perché, è vero, il salario minimo è uno strumento necessario ed essenziale per alzare le retribuzioni, ma se poi i contratti di lavoro sono a 10 – 20 euro la settimana, la situazione cambia. Si tratta di lavori che restano, comunque, poveri.

    La situazione generale, in ogni caso, è poco rosea: gli stipendi italiani non crescono, stanno addirittura diminuendo a causa dell’inflazione; il tasso dei dipendenti con contratti a termine è anch’esso lievitato negli ultimi trent’anni. Stando a questi dati, è molto difficile per le famiglie pensare al futuro. Come intervenire?

    Facendo esattamente l’opposto di quello che sta facendo il Governo con i suoi provvedimenti. Bisogna tornare ad una dimensione del contratto a termine determinata dalle causali, ossia dall’avere effettivamente delle buone ragioni per intenderlo a termine e non come modalità per avere continui processi di cambiamenti della manodopera, in modo da non assumersi delle responsabilità. Parimenti,
    servirebbe intervenire sul part – time involontario, una delle ragioni non solo del lavoro povero, ma anche della profonda precarietà. Rinnovare i contratti e, forse, usare quelle risorse – che si continuano a spendere per ritardare il tempo del pagamento dei contributi – per aumentare i salari. Oltre che indurre, come detto, il salario minimo.

    Parlando invece di giovani, negli ultimi mesi è partito un polverone sulla questione dei tirocini non retribuiti, una piaga tutta italiana. A gennaio la Commissione europea ha presentato una proposta di legge che mira a garantire ai tirocinanti un equo compenso, oltre che ferie retribuite e copertura sociale. Viene implicito chiedersi se, soprattutto nel nostro paese, oltre che una legge di regolazione, serva anzitutto un po’ di buonsenso e una certa cultura imprenditoriale, volta a
    mettere al centro la persona.

    Non c’è dubbio che questi ultimi due punti siano di fondamentale importanza. A tale proposito colpisce che la politica europea, negli ultimi anni, sia stata più attenta al sociale. Molto più del nostro Governo. Non ci si rende conto di quante, le scelte intraprese, rendano la nostra economia più debole, non più forte. In ogni caso poi i tirocini gratuiti andrebbero abrogati; il lavoro va sempre retribuito. Tutte quelle forme di lavoro non retribuito nascondo una scelta di sfruttamento. Ma sono anche indice di un tempo in cui al lavoro non si assegna il giusto valore.

    Proprio dai giovani è recentemente partito un appello indirizzato al Comune di Roma – “Una vita più smart” – volto a sensibilizzare sull’importanza e sulla necessità dello smart working. Una svolta in questo senso potrà mai concretizzarsi sull’intero territorio nazionale oppure lo smart working continuerà ad essere demonizzato?

    Io credo che noi facciamo ancora troppo telelavoro e poco smart working. Anche questo è un segno di regressione e di arretratezza. Si cede continuamente a quell’idea tale per cui il lavoratore deve essere continuamente controllato; se non lo si vede fisicamente non ci si fida. Né tantomeno si pensa possa fornire la produttività necessaria e richiesta. In realtà tutti i dati dimostrano il contrario: cresce la produttività e, soprattutto, c’è un maggiore benessere delle persone, che possono ad esempio utilizzare luoghi differenti dall’ufficio. C’è stato un primo passo avanti, rispetto alla possibilità di definire periodi di smart working, con il protocollo tra le organizzazioni confederali e il Governo precedente. Oggi, invece, un grande ritorno indietro. Tutto questo è, sempre e comunque, legato al fatto che il controllo è l’elemento fondamentale. Segno, peraltro, di un arretramento dal punto di vista del rapporto con il lavoro e con le sue possibilità di sviluppo. Nel nostro Paese lo smart working sarebbe una risorsa non solo per le grandi città, ma anche per le aree interne, per non spopolarle. Per
    permettere ai giovani di non avere problemi abitativi e difficoltà di spostamento. Ci sarebbero tante risposte che potrebbero essere date attraverso una maggiore libertà dei lavoratori di decidere dove prestare il proprio lavoro.

    Con le elezioni europee alle porte, un’indagine svolta dal centro di ricerca Ipsos mostra che ambiente e sostenibilità saranno le due priorità che incideranno sul futuro dell’Unione. Crede siano queste le istanze su cui Bruxelles e Strasburgo dovranno lavorare nei prossimi anni, mettendo in agenda strategie di comune intervento?

    Non c’è dubbio. Anche in questo caso, purtroppo, abbiamo registrato degli arretramenti nell’intendere l’ambiente e la sostenibilità il vero centro fondamentale. Sappiamo tutti molto bene che un processo di cambiamento ambientale, anche radicale, deve comunque essere accompagnato da un intervento simile a livello sociale. Non possiamo considerare improvvisamente vecchi ed obsolete le persone, bisogna metterle in condizioni di poter apprezzare le caratteristiche di un nuovo ambiente. Nonché di potersi esercitare attraverso i giusti percorsi di sostegno e di formazione.

    Concludiamo cercando di ragionare su quel progetto – Stati Uniti d’Europa – recentemente presentato. Dal suo punto di vista, la visione qui sottesa, vale a dire una confederazione unitaria come modalità per tenere testa alla concorrenza asiatica ed essere competitivi, può essere effettivamente realtà o rimarrà un’utopia, a causa delle molti differenze economiche, sociali e
    culturali che da sempre attanagliano l’intera impalcatura europea e i suoi vari Stati membri?

    Io penso sia essenziale far fare un salto di qualità all’Unione europea. Bisogna, come detto, costruire un sistema effettivamente federale. Poi ovviamente Stati Uniti d’Europa vuol dire anche proporre un processo di miglioramento delle condizioni per i Paesi che hanno maggiori difficoltà; in questo momento pare davvero come una politica assolutamente necessaria. C’è bisogno di un’Europa coesa, solidale, che sappia decidere di fronte alle cose. Purtroppo, però, vedo nel dibattito del nostro Paese una voglia di tornare ai nazionalismi, che sono esattamente l’opposto di ciò di cui avremmo bisogno. Forieri, in genere, più delle guerre che non delle politiche di sviluppo e di sostenibilità. Le elezioni che abbiamo davanti sono davvero un crocevia per le scelte che si dovranno fare in Europa.

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