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    L’incosciente demonizzazione contro Israele

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    Prima di proseguire con il seguente articolo è doveroso fare alcune importanti premesse. L’argomento è uno dei più spinosi che si possa affrontare oggi. Come spesso accade, il dibattito assume le forme più di un derby che di una discussione costruttiva. Nei paragrafi successivi non voglio prendere le parti di uno o dell’altro, vorrei piuttosto far luce su alcune incongruenze e ipocrisie che caratterizzano la narrazione sulla guerra. Non mi ritengo un filo-israeliano, sono piuttosto per due stati e due popoli. Israele ha le sue responsabilità, il suo governo dovrà risponderne in futuro di fronte ai suoi cittadini. Ma nulla può giustificare il massacro dei cittadini Israeliani da parte di terroristi anti-semiti. Questa guerra sarà un’altra inutile tragedia da inserire nella storia. Chi saranno le vittime? I civili, israeliani e palestinesi, come sempre. Buona lettura. 

    Vignette da propaganda

    Con molta probabilità vi sarete imbattuti in cartine come la seguente. In bianco lo stato di Israele, in verde la Palestina. Viene mostrata una progressiva espansione del primo ai danni di quest’ultima. Il messaggio sembra essere chiaro, Israele occupa illegalmente i territori che spetterebbero ai palestinesi, quindi l’aggressione di Hamas è giustificata. Naturalmente la realtà dei fatti è più complessa, ma andiamo con ordine. Nel 1947 viene approvato il piano di ripartizione dell’Onu, che tuttavia viene rifiutato dai palestinesi e non entrerà mai in vigore. È bene tenere a mente questo precedente, poiché fino al 1995 non esisterà alcuno stato palestinese. Proprio per l’assenza di una vera e propria autorità palestinese, nella guerra del 1948-1949 non è solo Israele ad espandersi (come molti vogliono far credere), ma anche Egitto e Giordania, i quali occupano rispettivamente Gaza e la Cisgiordania. All’epoca si trattava della spartizione di una ‘terra di nessuno’. Attenzione, è solo un’analisi storica, non un giudizio di valore. Comunque sia, ogni guerra combattuta in questa regione è stata scatenata dai paesi arabi, desiderosi di cancellare lo stato di Israele. Sappiamo poi com’è andata a finire. È solo grazie alla volontà della comunità internazionale e di Israele che nel 1995 nasce l’Autorità Nazionale Palestinese. In quell’occasione è stata affidata l’amministrazione di una parte della Cisgiordania proprio allo stato ebraico, come l’ultima foto mostra. Non si tratta di occupazione, ma di un mandato internazionale. Purtroppo le trattative sono rimaste in stallo a causa delle resistenze dei governi di Netanyahu

    Hamas non è la Palestina 

    Oggi chi manifesta attivamente per la Palestina ha difficoltà a condannare Hamas, un’organizzazione terroristica antisemita supportata dagli Ayatollah iraniani. Sembrano dimenticarsi degli orrori di cui si è macchiato il fondamentalismo islamico. È questo il grande limite di chi scende in piazza per chiedere libertà ai palestinesi. Da quando ha preso il potere nel 2006, nonostante ingenti aiuti umanitari (28 milioni di euro dalla sola UE nel 2023), Hamas non ha mai investito in infrastrutture civili, si è preoccupata piuttosto di procurarsi armi e utilizzare la popolazione civile per perseguire il suo obiettivo di cancellare lo stato di Israele. Se oggi a Gaza manca l’acqua non è necessariamente colpa di Israele. Difatti la falda acquifera costiera del mediterraneo sud-orientale attraversa anche questa regione. Perché in diciassette anni nessuno si è preoccupato di procurare alla popolazione un servizio tanto indispensabile? Probabilmente i miliziani di Hamas erano troppo impegnati ad utilizzare le tubature per fabbricare razzi. Intendiamoci, lo stop delle forniture idriche come punizione collettiva è un crimine. Sotto pressione internazionale Israele ha recentemente ripreso a mandare acqua a Gaza. Tuttavia, il concetto che è importante cogliere è che Hamas non ha minimamente interesse a perseguire il bene dei palestinesi. C’è un altro importante aspetto da tenere in considerazione. Vi sarà capitato spesso di imbattervi in terribili immagini di edifici rasi al suolo dai missili israeliani, come se l’IDF trovasse soddisfazione nel distruggere una casa. Tutto bene secondo la propaganda, peccato però che nella stragrande maggioranza dei casi Hamas piazzi le basi per il lancio dei razzi proprio in corrispondenza di strutture civili. A chi verrebbe in mente una simile follia? Esatto, a dei terroristi. Inoltre sono moltissimi i casi di video della guerra in Siria che vengono ‘riciclati’ e spacciati per documenti provenienti da Gaza, disinformazione pura.

    Due pesi, due misure

    Verrebbe da chiedersi perché nel momento in cui i missili di Israele colpiscono Gaza e uccidono (involontariamente) dei civili, il mondo della sinistra radicale gridi al genocidio, mentre quando accade l’opposto rimane puntualmente in silenzio. Mentre scrivo, la bilancia dei morti è spaventosa: 2.600 a Gaza e più di 1.500 Israeliani. Un massacro inutile, che, tuttavia, per una certa fazione politica viene portato avanti solo da Israele. A chi manifesta per la Palestina sfugge un particolare. Mentre per Israele lo scopo è neutralizzare i terroristi, l’obiettivo di Hamas sono proprio i civili (la cui unica colpa è di essere ebrei). L’assalto al Rave Party e al Kibbutz sono un perfetto esempio, ma qualcuno fa finta di non vedere. Inoltre, è stata data prova più volte che Hamas ha tutto l’interesse a bloccare i palestinesi a Gaza per evitare che fuggano, così da mettere la loro vita in pericolo, così da sfruttare i morti per propaganda. In precedenza è stato già evidenziato come i terroristi piazzino obiettivi militari nel bel mezzo di strutture civili, nonostante Gaza non sia un territorio completamente urbanizzato. Nessuno vuole giustificare le azioni controverse di Israele, ma è necessario mettere in luce queste ipocrisie. 

    La democrazia in Israele

    È fondamentale osservare la ripartizione dei seggi alla Knesset, il parlamento Israeliano. Da notare la presenza dell’opposizione e di partiti che rappresentano la componente araba della popolazione, “Lista araba unita” e “Hadash-Ta’al”. È doveroso ribadirlo: Israele è pur sempre uno stato democratico, pur con tutti i suoi limiti. I palestinesi che vivono nello stato ebraico godono di libertà civili, politiche e religiose. Provate ad affermarlo per Gaza, dove non esiste una sola sinagoga e non c’è un solo ebreo. A Tel-Aviv si può manifestare contro il governo e le sue misure, provate a farlo a Gaza. Ma soprattutto è possibile l’alternanza dei partiti al governo. Un esempio: se è vero che Netanyahu ha incentivato lo spostamento di coloni in Cisgiordania, non bisogna dimenticare che durante il governo di Sharon (2001-2006) molti di questi insediamenti furono smantellati con la forza. Due linee politiche totalmente differenti. È improbabile che la destra torni al governo dopo la fine della guerra, molti in Israele chiedono le dimissioni di Netanyahu. Per fortuna, aggiungerei. Oltre all’esempio appena citato, i provvedimenti dell’attuale Primo Ministro sono stati tra i peggiori nella storia di Israele, e hanno contribuito ad esacerbare le tensioni tra ebrei ed arabi allontanando la soluzione dei due stati per due popoli. Tra questi, la riforma della Corte Suprema, una grave involuzione del sistema politico. Tuttavia, queste dinamiche rimangono all’interno del dibattito democratico, proprio come accade da noi in Europa

    A cura di

    Lorenzo Rossi

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