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    L’intervista all’On. Stefano Candiani

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    È oggi nostro ospite l’On. Stefano Candiani, deputato della Lega e già due volte senatore. A ciò è bene aggiungere il doppio mandato da sindaco di Tradate (VA) e il ruolo di Sottosegretario di Stato al Ministro dell’Interno ricoperto durante il governo Conte I. Numerosi i punti trattati nel corso dell’intervista: dall’omicidio di Giulia Cecchettin, passando per il conflitto Israele-palestinese, fino ad arrivare a questioni prettamente politiche. A seguire la versione integrale.

    Molto violento è stato e continua ad essere il dibattito relativo all’omicidio di Giulia Cecchettin. In questi giorni ognuno ha cercato di fornire la propria ricetta segreta per la risoluzione di un fenomeno di notevole portata: tanti i mostri indicati, poche le soluzioni concrete. Rispetto alla complessità della situazione, come pensa che lo Stato debba intervenire per generare un’inversione di rotta significativa?

    C’è indubbiamente una questione che difficilmente potremo sconfiggere che, molto semplicemente, è la lotta tra il bene e il male. È da Caino e Abele che l’uomo non fa pace con se stesso, commettendo omicidi e, più in generale, fatti di sangue. È chiaro che quello che è accaduto anche dopo tutti gli sforzi fatti dimostra, ancora una volta, una riconducibilità alla natura dell’uomo, fatta di atti d’amore e di odio estremi. Senza voler sollevare polemiche, un atto efferato è sempre un atto efferato per chi lo subisce e a non doverci essere sono gli atti di odio in generale. C’è, poi, indubbiamente una questione legata a un aspetto culturale, quello dell’ancora troppo frequente subordinazione della donna all’uomo. Il quadro penale è già a norma, ci sono numerosi strumenti a disposizione di chi subisce questo genere di reati. Credo, però, che questi fatti ricadano spesso nell’azione compiuta in maniera incontrollata, imprevedibile. Le parole della sorella di Giulia Cecchettin (Elena, ndr) fanno capire come non fosse un qualcosa di atteso, di agevole prevedibilità. È sicuramente necessario un ulteriore incremento delle opere di sensibilizzazione, tanto per chi subisce – nel saper riconoscere i segnali d’allarme – quanto per chi a tali atti potrebbe essere propenso o anche solo lontanamente tendente. È fondamentale far comprendere che nell’odio non c’è mai alcuna risposta accettabile. È una questione culturale ancor prima che giudiziaria.

    Il conflitto tra Israele e Palestina – d’immensa complessità per storia e situazione attuale – ha generato un dibattito da stadio, permeato da una spesso banalizzante e irragionevole polarizzazione. Come si pone rispetto a quest’ultima?

    Come premessa a qualsiasi affermazione o ragionamento, è necessario distinguere tra aggredito e aggressore. Il Medio Oriente è da sempre martoriato, ancor prima che vi arrivassero i romani. Siamo in un conflitto che, prima che identitario, è anzitutto politico. È difficile pensare a soluzioni brevi così come è difficile pensare, in questo momento, che l’utilizzo delle armi possa portare a una esito positivo. Del resto, sangue genera sangue. Più si va avanti e più diventerà difficile uscirne senza grave strazio. C’è un dibattito internazionale, poi, che tiene conto di uno scacchiere ben più ampio rispetto a quello del conflitto arabo-israeliano. La sensazione è che alla nascita del conflitto abbia contribuito anche il conflitto tra Russia e Ucraina, con la prima indubbiamente avvantaggiata dall’espansione del fronte per l’Occidente. È necessario che riprenda un’azione forte e coordinata delle Nazioni Unite, nonostante le molteplici contraddizioni che le investono, spesso responsabili di una paralisi. Temo che passerà ancora molto tempo: da un lato Israele non vuole che i propri confini vengano messi in discussione; dall’altro, i palestinesi hanno sicuramente diritto di vivere in Israele o accanto ad esso nei territori in cui sono stanziati. Urge l’instaurazione di un rapporto di normalizzazione tra Israele e i Paesi Arabi. Il quadro è estremamente complesso e va aldilà dei rapporti tra i principali protagonisti. 


    Passando a questioni prettamente politiche, è stato tra i fautori del cosiddetto ‘Decreto Aria’: perché lo ritene fondamentale e perché crede che la sinistra si sia dimostrata contraria al “progresso e allo sviluppo economico anche in questa situazione”?

    C’è un tema che mi sembra abbastanza paradossale. Per esempio, c’è tutta quell’area di sinistra che almeno fino al 2018 era completamente opposta a qualunque politica agricola sugli OGM e che oggi, invece, è totalmente contrapposta a qualsiasi politica portata avanti dall’attuale governo che tuteli i rischi di deviazione rispetto a ciò che la natura produce. Un conto è la ricerca e un conto è non considerare i rischi che possono recare grave danno. Lo stesso vale più o meno per il Decreto Aria, all’interno del quale ho seguito particolarmente il riconoscimento di Malpensa come aeroporto internazionale. La verità è che lo sviluppo necessita la ricerca e la ricerca richiede scienza alla base. Non ci si muove per dogmi o per imposizioni. Bisogna individuare nuovi standard di evoluzione economica in una visione ecologica e innovativa. Attenzione a non cadere nell’errore di pensare esclusivamente all’ecologia e, conseguentemente, di lasciare i lavoratori senza impiego. Tutto questo senza considerare che non siamo gli unici al mondo e che la transizione ecologica deve essere quanto più coordinata possibile, pur potendo dare un buon esempio. Condizionare le grandi potenze è fondamentale, altrimenti si “importa” povertà senza risolvere il problema globale dell’inquinamento. La sinistra, anche in questo caso, ha dimostrato di avere un approccio eccessivamente ideologico


    Sempre sul tema ambientale, la Lega si è detta a più riprese favorevole all’introduzione del nucleare in Italia. Perché ritenete fattibile e necessario tale percorso e quali margini di manovra rinviene nello scenario attuale?

    Quello del nucleare è un tema che non può essere oggi scantonato. Nel senso che noi oggi abbiamo subito – anche in funzione del conflitto tra Russia e Ucraina – una crisi energetica che ci ha segnato. È ovvio che bisogna pensare sempre che stiamo parlando di qualcosa che si può sviluppare in futuro: non è un tema su cui si decide oggi e diventa domani mattina attuativo. Si tratta di un piano d’investimento che supera i dieci anni. Aver sottovalutato il problema d’indipendenza energetica, ha reso il Paese molto fragile rispetto a conflitti come quello appena citato. Abbiamo investito molto in passato sull’eolico e sul fotovoltaico, energie importantissime, che, però, come ampiamente documentato, non coprono affatto la quantità di energia necessaria per divenire pienamente autonomi ed ecologicamente sostenibili. La Francia è un vero esempio sotto questo punto di vista, essendo quasi totalmente indipendente. Il nucleare deve essere una fonte di produzione di energia pulita, con costi ambientali ed economici più bassi del combustibile fossile. L’Unione Europa nasce con la CECA, mettendo al centro, appunto, le fonti di energia. Non ci si può muovere senza considerare cosa l’altro sta facendo e l’UE sembra andare in questa direzione. Per quanto concerne i rischi, dinanzi a un problema di un reattore in Francia, per esempio, non ne usciremmo certo immuni. Bisogna inoltre considerare che i rischi, rispetto a Chernobyl, sono di tutt’altra dimensione e non vi è ragione di temere il nucleare. Dunque, parlare di nucleare è inevitabile se si vuole parlare di energia pulita, è necessario se si vuole parlare di autonomia energetica e se si vuole ridurre pienamente la produzione di energia fossile. 


    Siamo a meno di un anno dalle prossime elezioni europee. Molto semplicemente, che Europa sogna e a quale modello, al contrario, spera questa non si rifaccia mai? E sul voto all’unanimità? 

    Partendo dal voto all’unanimità, bisogna sempre considerare che il bene comune non è la sommatoria dei singoli interessi. L’UE oggi tende a essere incapace di prendere decisioni poiché non esiste realmente un’unità politica e non esiste neppure una visione politica. Sarebbe più corretto a mio avviso che tutto fosse impostato in termini confederali, piuttosto che in termini unionali. La Confederazione Elvetica comprende moltissime diversità, ne garantisce la coesistenza pacifica da oltre 700 anni e fa un ricorso costante allo strumento referendario. È una dimostrazione di democrazia compiuta che coinvolge costantemente i propri cittadini. Ci si trova, invece, di fronte a un’evoluzione dell’Unione Europea che tende a essere sempre più dirigista e standardizzante in termini normativi, a prescindere da chi poi deve applicare queste normative e, soprattutto, a prescindere dai cittadini. Non vorrei mai – e in realtà credo stia già avvenendo – che l’Europa continuasse a parlare non del cittadino, ma del consumatore. Dove non si parla dei popoli che la compongono, ma del mercato in cui questi si muovono. L’obiettivo, a mio avviso, deve essere quello di contemperare l’interesse generale con l’interesse particolare: questo equilibrio sembra oggi mancare, soprattutto per l’assenza di molti strumenti democratici a favore dei cittadini – vedasi, per esempio, l’assente voce in capitolo rispetto all’elezione della Commissione Europea. Prima di richiedere il rafforzamento dei poteri dell’UE, bisognerebbe pretendere da quest’ultima maggiore rispetto per i cittadini e la loro volontà. L’Europa che sogno non è fatta di standard, ma di rispetto per singolarità e differenze. Sul modello, magari, della Confederazione Elvetica. A essere assente, al momento, è una reale coscienza europea. 

    A cura di

    Valerio Antoniotti

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