Negli ultimi giorni la tensione tra Washington e Tehran ha raggiunto un punto molto critico che può trasformare il Golfo Persico in un nuovo epicentro di una crisi che potrebbe smuovere i già precari equilibri della regione.
Mentre entrambe le parti alzano i toni dello scontro con una retorica sempre più aggressiva e bellica, Tehran si trova a dover bilanciare la necessità di mostrare “i muscoli” con la fragilità del fronte politico interno, logorato dal dissenso e dalle sanzioni.
La trappola della guerra regionale
Il monito lanciato da Ali Khamenei non è una semplice minaccia verbale, ma il pilastro della dottrina difensiva iraniana. Teheran è consapevole che un conflitto diretto con gli Stati Uniti sarebbe insostenibile sul lungo periodo, pertanto punta sulla regionalizzazione dello scontro per alzare il prezzo di qualsiasi attacco americano.
L’obiettivo è colpire gli interessi degli alleati di Washington, rendendo il costo politico ed economico di un’aggressione troppo alto per la Casa Bianca. In questo senso, la minaccia di Khamenei serve a creare una “paralisi decisionale” negli avversari, paventando un coinvolgimento a catena dei suoi alleati regionali, dai ribelli Houthi in Yemen alle milizie in Iraq e Libano.
Il fronte interno sotto pressione
Dietro la facciata della fermezza militare si cela una realtà di profonda instabilità domestica. Il regime iraniano sta affrontando una delle fasi più buie della sua storia recente, con un bilancio di vittime nelle repressioni interne che ha superato le 30.000 unità.
La paura principale di Teheran non è solo l’aviazione americana, ma che un conflitto esterno possa fungere da catalizzatore per un’insurrezione definitiva delle masse popolari già stremate.
La leadership iraniana deve quindi calibrare ogni mossa per evitare che la mobilitazione patriottica si trasformi in una rivolta contro il sistema stesso, mentre l’opposizione interna guarda con speranza a un indebolimento del potere centrale.
Economia e mercati in bilico
Le ripercussioni di questo braccio di ferro si riflettono già violentemente sui mercati globali.
Il prezzo del petrolio, oscillante intorno ai 70 dollari, è il termometro della paura internazionale correlato ad un eventuale blocco dello Stretto di Hormuz, punto di passaggio nevralgico per il greggio mondiale.
Mentre Donald Trump utilizza la pressione economica come leva negoziale per forzare l’Iran a un nuovo accordo nucleare, Teheran risponde tentando di rendere insostenibile il costo dell’energia per l’Occidente.
Questa guerra asimmetrica non si combatte solo con i droni e le portaerei, come la USS Abraham Lincoln schierata nel Golfo, ma con l’inflazione e l’incertezza dei flussi commerciali.
Il ruolo dei partner regionali
In questo scacchiere, attori come l’Arabia Saudita giocano una partita estremamente rischiosa.
Riad teme che un’eccessiva aggressività americana possa esporre i propri impianti petroliferi a ritorsioni devastanti da parte dei Pasdaran, come già accaduto in passato. Allo stesso tempo, le monarchie del Golfo riconoscono che un Iran dotato di armamento nucleare rappresenterebbe una minaccia esistenziale alla loro egemonia.
La diplomazia araba è dunque impegnata in un difficile esercizio di equilibrismo, cercando di mediare tra la necessità di contenere l’Iran e l’imperativo di evitare un conflitto aperto che distruggerebbe i piani di sviluppo economico della regione.
Uno scontro davvero evitabile?
La strategia della tensione estrema sembra aver esaurito i margini di manovra diplomatica tradizionale.
Se da un lato Washington cerca una resa politica senza costi bellici eccessivi, dall’altro Teheran non può cedere senza rischiare la propria sopravvivenza ideologica di fronte ai falchi del regime.
Resta da capire se esista ancora una via d’uscita onorevole per entrambi i contendenti o se il punto di non ritorno sia già stato superato, trascinando l’intera regione verso un’ignota e pericolosa oscurità.
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