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    Patto di Stabilità: dalle proposte di sospensione agli scenari economici possibili

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    Con i pochi progressi sul panorama internazionale, il Governo italiano è uno dei primi a proporre la possibilità di una sospensione – come già accaduto durante la pandemia da covid-19 – dei vincoli del Patto di Stabilità. Per ora Bruxelles frena, ma è proprio la presidente Meloni a ribadire che non si tratterebbe di irresponsabilità fiscale ma “di prevenzione di una crisi in una fase di mutamento geopolitico vorticoso”.

    La breve tregua in medio-oriente sta per scadere e il mondo intero guarda all’Iran e dopo il fallimento del primo round di colloqui in Pakistan l’attenzione è massima. Ma è chiaro che se il conflitto dovesse riprendere, gli effetti negativi sui prezzi, sull’inflazione e sull’intero commercio internazionale sarebbero forti e a quel punto potrebbero prefigurarsi i presupposti per una sospensione del Patto di Stabilità.

    Ricordiamo la possibilità di sospensione solo in uno scenario recessivo che impatti l’intera UE: durante la pandemia – per esempio – l’attivazione della clausola di salvaguardia ha permesso di congelare il Patto di Stabilità così garantendo più ampi margini fiscali.

    Quali i possibili scenari

    Oggi gli esperti delineano principalmente 3 scenari sulla base della durata del conflitto, dal meno al più grave, e per ognuno di essi è previsto un ipotetico impatto positivo di ciò che l’allentamento dei parametri sul deficit porterebbe ai saldi di finanza pubblica. Unimpresa, per il 2026, prevede un indebitamento netto al 2,8% con un Pil nominale pari a circa 2.320 miliardi di euro.

    Nel primo scenario, più prudente e realistico, si prevede la possibilità di raggiungere il 3% del deficit, appena sopra il sentiero tracciato. Questo piccolo ritocco contabile permetterebbe di liberare risorse aggiuntive per circa 4,5 miliardi di euro, utili a contrastare principalmente l’inflazione con misure più o meno emergenziali.

    Con una crisi energetica di media intensità, nel secondo scenario si permetterebbe di portare il deficit al pari del 2024, ovvero al 3,4% del Pil, con risorse aggiuntive nell’ordine dei 13-14 miliardi di euro: una dote ben più consistente capace di garantire sostegno alla liquidità, sterilizzare parte degli aumenti energetici ed investimenti produttivi.

    Il terzo scenario, più nefasto, potrebbe prevedere di raggiungere il 4% di deficit il che si tradurrebbe in una dote aggiuntiva vicina ai 28 miliardi, utili a fronteggiare una crisi energetica severa e più duratura. Liquidità, inflazione ed investimenti produttivi sarebbero le direttrici su cui si orienterebbero le misure da varare.

    “Non ci sono le condizioni”

    Mentre dall’Italia le richieste si fanno sempre più insistenti, per ora secondo la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, non vi sarebbero quelle condizioni economiche che richiederebbero tale sospensione. 

    Tuttavia, la Commissione resterebbe impegnata in un monitoraggio costante del quadro economico per agire con tempestività laddove fosse necessario. Sulla stessa corrente di pensiero il Commissario all’economia Dombrovskis, secondo cui saremmo davanti ad un rallentamento economico (dunque non ancora recessione) non generalizzato. 

    Fanno eco anche le dichiarazioni dell’economista Carlo Cottarelli che, citando i dati di Ocse e Bankitalia, non prevederebbero ancora una recessione: una crescita allo 0,3% piuttosto che dello 0,8% non sarebbe un grosso problema per la nostra economia. In sostanza un approccio prudenziale e parsimonioso dei conti pubblici per minimizzare il deficit, il debito e gli interessi a carico dello Stato.

    Cosa prevede il patto di stabilità?

    Il Patto di Stabilità e Crescita, concepito nel 1997 e integrato dal Fiscal Compact nel 2012, poggia storicamente su 2 pilastri fondamentali derivanti dal Trattato di Maastricht: il limite del 3% nel rapporto tra deficit pubblico (differenza tra entrate ed uscite di un anno) e Prodotto Interno Lordo (PIL); il limite del 60% nel rapporto tra debito pubblico (l’ammontare totale dei deficit annuali) e PIL.

    Tuttavia, la natura pro-ciclica di queste regole – che impongono tagli e restrizioni durante le recessioni, approccio opposto rispetto ad uno più di stampo interventista/keynesiano – è stata spesso criticata per aver soffocato la crescita europea nell’ultimo decennio.

    La clausola è rimasta attiva fino al 31 dicembre 2023. Negli ultimi anni, la consapevolezza che le vecchie regole fossero inapplicabili e per certi versi anacronistiche (tenendo conto che esistono paesi con debiti post-pandemici oltre il 140% del PIL), ha portato all’approvazione del Nuovo Patto di Stabilità, entrato in vigore nella primavera del 2024.

    Le principali novità della riforma includono:

    • Piani strutturali-fiscali nazionali personalizzati: piani a 4 o 7 anni basati sulla traiettoria della spesa netta;
    • Target deficit/Pil: obiettivo all’1,5% così da creare un cuscinetto di liquidità per situazioni di crisi;
    • Salvaguardie minime: L’obbligo di ridurre il debito di almeno un punto percentuale annuo per i paesi ad alto debito (con debito maggiore al 90% del pil);
    • Clausole di salvaguardia: regole meno rigide per investimenti in difesa e transizione verde e digitale.

    Cosa implica la sospensione?

    Se anche il patto di stabilità fosse sospeso in tutta Europa, gli effetti non sarebbero simmetrici, ma colpirebbero a seconda della vulnerabilità economica di ciascuno stato.

    Per i paesi ad alto debito come l’Italia, l’incertezza sulle regole fiscali potrebbe essere interpretato dai mercati come un segnale di eccessivo lassismo allarmando le agenzie di rating e allargando gli spread.

    Capitolo separato meriterebbe il coordinamento di una politica fiscale espansiva, con una monetaria non ancora espansiva (portata avanti dalla BCE ancora cauta nel taglio dei tassi per timore di fiammate inflattive).

    L’Europa è consapevole dell’enorme sforzo economico necessario, ma deve contemperare ciò con i limiti di un bilancio privo di un’unione fiscale piena. Il compresso che emergerà determinerà le sorti del progetto europeo stesso.

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