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    Quanto è probabile un nuovo shock petrolifero globale?

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    Il presagio di uno shock petrolifero (ed energetico) sta sempre più assumendo un significato concreto man mano che la guerra tra Stati Uniti, Israele ed Iran prosegue e la navigazione delle navi per lo stretto di Hormuz rimane sostanzialmente a singhiozzo. 

    Ed ecco che il sistema energetico internazionale appare nuovamente esposto a uno shock di natura sistemica che richiama — per intensità e implicazioni — gli shock petroliferi vissuti durante gli anni Settanta del secolo scorso.

    La genesi dello shock: la dipendenza dal Medio Oriente

    Alla base dell’attuale instabilità vi è una combinazione di fattori geopolitici e strutturali. Il conflitto odierno in Medio Oriente non ha risparmiato le infrastrutture energetiche e petrolifere con continui bombardamenti. 

    Danni per decine di miliardi di dollari e riduzione della produzione sono solo alcuni dei primi effetti. Inoltre, vi è il blocco parziale dello Stretto di Hormuz (attraversabile solo da navi non nemiche, quali cinesi ed indiane) di cui si è parlato quotidianamente, che costringe le compagnie a sottostare a costi assicurativi molto più elevati o, in alternativa, a solcare rotte più lunghe – con costi nettamente superiori.

    Una prima misura adottata da parte dei membri dell’Aie (Agenzia Internazionale per l’Energia), l’11 marzo, è stata quella di autorizzare il rilascio di riserve strategiche di petrolio utili a ridurre le pressioni sul lato dell’offerta. 

    Tuttavia, le recenti pronunce dei Paesi del G7, dei vari leader occidentali, unite alle immagini che testimoniano continui bombardamenti verso siti strategici del Medio Oriente, delineano uno scenario in cui il rischio di un nuovo shock non è più considerabile un’ipotesi remota.

    La fragile risposta europea

    Di fronte a questo avvicendarsi di eventi, come visto, il rilascio di scorte strategiche è una misura reattiva ma niente affatto risolutiva. La fortissima dipendenza energetica europea è sicuramente uno dei punti deboli dell’intera Unione. 

    La concentrazione geografica delle risorse e delle rotte di transito continua a rappresentare un fattore critico: la sicurezza energetica globale dipende ancora da nodi strategici altamente vulnerabili a shock geopolitici.

    Anche nel settore aereo il rischio contagio causato dalla delicata situazione internazionale è concreto. Gli aerei rischiano di rimanere a terra, senza carburanti. Il 40% degli stessi giunge dai paesi del Golfo e l’ultima grande petroliera che rifornisce tutto il traffico aereo europeo è in arrivo il 9 aprile nel porto di Rotterdam. Dopo quella data si navigherà a vista sperando che le tensioni in Medio-oriente possano affievolirsi.

    Unione Europea, Inghilterra, Australia, nonché tutti i Paesi asiatici fortemente dipendenti dal petrolio che transita per lo stretto sono costretti ad adottare misure per mitigare gli effetti di questo shock (riduzione dei consumi, smart working, utilizzo del carbone, rinnovabili).

    Inoltre, esponenti della Banca Centrale Europea hanno avvertito che, in caso di escalation e prezzi del petrolio superiori ai 150 dollari al barile, non si potrebbe escludere lo spettro di uno scenario recessivo. Si delinea dunque una tensione classica tra stabilità dei prezzi e sostegno alla crescita, che limita il margine di manovra delle politiche monetarie.

    Effetti macroeconomici: economia a rischio stagflazione

    Dal punto di vista economico, lo shock petrolifero agisce come una “tassa implicita” sull’economia reale rallentandone la corsa. L’aumento dei prezzi di trasporto ed energetici si trasferisce rapidamente sui costi di produzione e sui prezzi al consumo, comprimendo il reddito disponibile delle famiglie e gli utili delle imprese.

    Questa dinamica produce un duplice effetto: inflattivo e recessivo (per la riduzione dei consumi che un minore reddito reale a disposizione comporta). 

    Il rischio più insidioso è quello della stagflazione, già conosciuta negli anni 70, ovvero la coesistenza di crescita debole e inflazione elevata — un fenomeno emblematico degli anni Settanta, sebbene il contesto attuale presenti differenze rilevanti.

    I rischi per l’Italia

    Per l’Italia, a tutti gli effetti appena descritti, si somma un ulteriore grande problema: il Patto di Stabilità e le sue ferree e rigide regole.

    Se le stime preliminari per il deficit (rapporto tra entrate/uscite e pil) del 2026 vedevano finalmente una stima al di sotto del 3% dopo svariati anni in cui questo dato era stato superiore, l’acuirsi della guerra in Iran ed il conseguente rallentamento economico che ne deriva – sommato alle maggiori spese per sostenere i redditi delle famiglie – ha implicato un ricalcolo da parte dei tecnici del Mef che porta nuovamente la soglia oltre il famigerato 3%, seppur di pochi decimali. Non si tratta di dettagli, purtroppo.

    Avere un deficit all’interno dei parametri europei non implica solo affidabilità riconosciuta sul piano internazionale, come già accreditata negli ultimi mesi e testimoniata dallo spread che è stabilmente sotto i 100 punti, indice di un livello di rischio percepito sistemicamente inferiore, ma anche la possibilità di uscire dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo con l’accesso agevolato ad una serie di fondi europei che renderebbero l’ultima manovra del Governo Meloni non all’insegna dell’austerità, come le precedenti, consentendo all’esecutivo di disporre di una dote utile anche per le politiche del 2027.

    Concludendo

    L’attuale fase storica sembra segnare il ritorno della geopolitica del petrolio e dell’energia come fattore determinante per l’economia globale. Il possibile shock petrolifero del 2026 non rappresenta soltanto una crisi congiunturale, ma una prova atta a testare la resilienza dei sistemi economici moderni, oltre che la capacità di risposta degli stessi.

    Se gli anni Settanta insegnano che gli shock energetici possono ridefinire interi paradigmi economici, il presente suggerisce che un ripensamento del modello energetico — lungi dall’essere una scelta — si configura ormai come una necessità strategica.

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