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    Sánchez e Xi si incontrano: la Cina invita a “respingere il ritorno alla legge della giungla”

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    Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha incontrato oggi a Pechino Xi Jinping: non si tratta solo di una visita diplomatica. È il riflesso di qualcosa di più profondo: la progressiva ridefinizione degli equilibri internazionali in un contesto geopolitico altamente frammentato e critico.

    Le parole usate dai due leader lo raccontano chiaramente. Mentre quello cinese ha invitato a “respingere il ritorno alla legge della giungla” e a difendere un “autentico multilateralismo”, quello spagnolo, a sua volta, ha chiesto di rafforzare il diritto internazionale che oggi è “ripetutamente e pericolosamente minato”.
    Non è solo retorica diplomatica.

    È una presa di posizione chiara e il punto è il contesto in cui avviene.

    Nelle ultime settimane Madrid ha assunto toni netti nei confronti di Washington. In una fase in cui le relazioni transatlantiche attraversano tensioni crescenti e si fanno sempre più distanti – tra crisi mediorientali e divergenze strategiche – la visita a Pechino lancia un segnale politico forte.

    Un duplice obiettivo

    Da un lato, il rafforzamento delle relazioni politiche ed economiche. Dall’altro, il tentativo di Sánchez di ritagliarsi uno spazio tra le grandi potenze in una fase di evidente instabilità geopolitica. Quella odierna è, infatti, la quarta visita del premier spagnolo in Cina dal 2023. Quelle tra i due Paesi sono relazioni bilaterali che, come dichiarato in conferenza stampa nelle scorse ore dallo stesso Sánchez, “godono di ottima salute”. 

    Madrid ha annunciato la firma di 19 accordi con Pechino, oltre la metà dei quali in ambito economico.

    Il perché è da rintracciare nel grande deficit commerciale che c’è proprio tra Spagna e Cina; un deficit che si avvicina ai 50 miliardi di dollari. Madrid – e l’Europa in generale – importano molto più di quanto non riescano a esportare, e questo è un problema sulla bilancia economica. È qui che l’economia diventa politica.

    Un rapporto sbilanciato

    Sánchez ha parlato apertamente della necessità di riequilibrare il rapporto che altro non è che il riflesso di una relazione strutturalmente sbilanciata. Il premier ha fatto sapere di aver discusso della questione con Xi, il quale avrebbe dimostrato “comprensione e volontà di lavorare” per raggiungere un maggiore equilibrio e ridurre il divario. 

    Il segnale che arriva è dunque forte. Perché, come sempre accade, non si tratta solo di accordi tecnici o limitatamente economici, bensì politici.

    Per Pechino, la Spagna rappresenta sempre più un interlocutore politico all’interno dell’Unione europea. Per Madrid, invece, il rapporto con la Cina diventa uno strumento utile a ridefinire il proprio posizionamento internazionale e, forse, anche quello europeo.

    L’assetto geopolitico

    Non è un caso che Sánchez abbia chiesto a Pechino un ruolo più attivo nella gestione dei conflitti globali, dall’Ucraina all’Iran, passando per il Libano. In altre parole, una parte dell’Europa guarda alla Cina non più soltanto come partner economico, ma come attore politico necessario.

    Pechino, negli ultimi mesi, ha rafforzato proprio la propria postura internazionale, presentandosi come alternativa a un ordine percepito come instabile. Anche grazie ai vari assist che, paradossalmente, l’amministrazione di Donald Trump sta servendo al proprio rivale principale. L’insistenza su multilateralismo e diritto internazionale non è casuale: è il tentativo di occupare uno spazio che sta progressivamente rimanendo vuoto.

    Il nodo europeo

    E qui emerge, ancora una volta, il nodo europeo.

    Se gli equilibri globali stanno cambiando, l’Europa fatica ancora a definirsi come attore strategico autonomo e continua a muoversi più per adattamento che per strategia. È proprio qui che si inserisce l’iniziativa di Sánchez.

    Il rischio è che, come spesso accade, quanto evocato resti più linguaggio che pratica. In un contesto dove il diritto internazionale sembra non esistere più la risposta può essere proprio il multilateralismo. Il problema, però, non è solo evocare la difesa delle regole ma avere la capacità di sostenerle. E oggi, questa capacità resta incerta.

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