Negli ultimi anni la dipendenza da social media tra i giovani è uscita dal solo ambito sanitario per diventare anche una questione giuridica e giudiziaria. Sempre più studi segnalano effetti negativi sulla salute mentale degli adolescenti, mentre parallelamente cresce il contenzioso contro le grandi piattaforme digitali.
In diversi ordinamenti si stanno moltiplicando azioni legali che accusano i social network di progettare sistemi capaci di incentivare un uso compulsivo, con possibili ricadute su ansia, depressione e sviluppo emotivo dei minori. Non è più solo un tema di prevenzione o educazione digitale: sta diventando un terreno di scontro nei tribunali e nelle politiche pubbliche.
IL RUOLO DELLE PIATTAFORME DIETRO LA DIPENDENZA DIGITALE
La crescente attenzione verso la dipendenza da social media tra i giovani sta progressivamente spostando il focus dalla sola dimensione sanitaria a quella della responsabilità delle piattaforme digitali. Se per anni il fenomeno è stato letto prevalentemente come una questione educativa o familiare, oggi emerge con maggiore forza il tema del ruolo attivo svolto dalle piattaforme nella progettazione di ambienti digitali capaci di incentivare un utilizzo prolungato e ripetuto.
Algoritmi di raccomandazione, notifiche costanti, meccanismi di ricompensa intermittente e contenuti personalizzati rappresentano strumenti pensati per massimizzare il tempo di permanenza online, ma che, nel caso dei minori, possono contribuire allo sviluppo di dinamiche di dipendenza comportamentale.
In questo scenario si inserisce il dibattito giuridico sulla possibile responsabilità delle società tecnologiche, sempre più chiamate a rispondere non solo della gestione dei dati o dei contenuti, ma anche delle conseguenze sistemiche generate dal design delle proprie piattaforme.
La questione si concentra in particolare sull’eventuale esistenza di un dovere di protezione nei confronti degli utenti più vulnerabili, come i minori, aprendo la strada a un’evoluzione del concetto di responsabilità digitale e a nuove forme di tutela nel rapporto tra innovazione tecnologica e diritti fondamentali.
IL REGOLAMENTO EUROPEO SUI SERVIZI DIGITALI
Accanto al tema della responsabilità delle piattaforme sta emergendo con forza anche quello dei controlli pubblici e delle possibili sanzioni. Negli ultimi anni l’Unione europea ha iniziato a costruire un sistema più strutturato di regole per il mondo digitale, e il Digital Services Act (regolamento UE 2022/2065) rappresenta uno dei passaggi più importanti in questa direzione.
La normativa impone obblighi più chiari alle grandi piattaforme, soprattutto sul piano della trasparenza degli algoritmi, della gestione dei rischi legati ai contenuti e della tutela degli utenti più vulnerabili, in particolare i minori. Quando questi obblighi non vengono rispettati, le autorità nazionali e le istituzioni europee possono avviare controlli, chiedere accesso a dati e documenti interni e, nei casi più gravi, applicare sanzioni anche molto pesanti. In questo scenario cambia anche il rapporto tra piattaforme e autorità pubbliche: non si parla più solo di interventi successivi a una violazione, ma di un sistema di vigilanza continua, che punta a prevenire i rischi prima che producano effetti concreti.
Attraverso questo regolamento viene inoltre contrastata la diffusione di contenuti illegali online e i rischi per la società legati alla disinformazione o ad altri contenuti nocivi.
IL PROCESSO NEGLI USA E LE IMPLICAZIONI PER LA SALUTE MENTALE DEI GIOVANI
Negli Stati Uniti si sta seguendo un processo storico contro alcune grandi piattaforme social, come Meta e YouTube, accusate di aver progettato i loro prodotti in modo da creare dipendenza tra i giovani. Al centro della causa una ragazza di 19 anni che sostiene di essere stata fortemente influenzata dai social fin dall’adolescenza, con ripercussioni sulla sua salute mentale e sul suo benessere emotivo. La dipendenza è alimentata da meccanismi come lo scroll infinito, la riproduzione automatica dei video e gli algoritmi che suggeriscono contenuti sempre più personalizzati, che spingono gli adolescenti a passare sempre più tempo online.
Tutto questo li porta a confrontarsi costantemente con standard di bellezza irrealistici, creando ansia, insicurezza e problemi psicologici, fino a veri e propri episodi di depressione, perché percepiscono il proprio corpo come “non conforme” agli ideali imposti dai social.
Secondo l’accusa, le piattaforme avrebbero consapevolmente sfruttato questi meccanismi per mantenere gli utenti più a lungo online, generando un vero danno psicologico. Mentre alcune società hanno raggiunto accordi prima dell’inizio del processo, Meta e YouTube si preparano a difendersi in aula, aprendo la strada a un dibattito legale che potrebbe avere conseguenze su molte altre cause simili negli Stati Uniti.
PRIMA CLASS ACTION IN ITALIA CONTRO META PER LA TUTELA DEI MINORI
Anche in Italia la questione della dipendenza da social sta entrando nei tribunali. Un gruppo di genitori, coordinato dal Movimento Italiano Genitori (Moige), ha avviato al Tribunale di Milano la prima class action contro Meta e TikTok, chiedendo alle piattaforme di proteggere meglio bambini e adolescenti dai rischi legati all’uso eccessivo dei social.
Nel ricorso si richiede, tra le altre cose, che venga controllata l’età degli utenti, impedendo l’accesso ai minori di 14 anni, che vengano eliminati i meccanismi che favoriscono la dipendenza – come algoritmi di raccomandazione e scroll infinito – e che le piattaforme forniscano informazioni chiare sui rischi legati all’uso eccessivo dei social.
I genitori sottolineano come queste richieste siano supportate da studi che collegano l’uso intensivo dei social a problemi psicologici e comportamentali nei giovani, e vedono nel ricorso un passo importante per rendere le piattaforme responsabili e garantire la tutela della salute dei minori. La causa, la cui udienza è fissata al 12 febbraio 2026, è stata avviata insieme al Moige: «con l’obiettivo di proteggere bambini e adolescenti da pratiche ritenute dannose e illegali da parte delle piattaforme social».
LE MISURE PIÙ RECENTI POSTE A TUTELA DEI MINORI
Anche in Europa si sta discutendo molto sull’età minima per usare i social media. Il Parlamento europeo ha recentemente approvato una risoluzione non vincolante per proporre soluzioni ai problemi legati alla dipendenza dai social e alla manipolazione dei minori online. Tra le misure suggerite, c’è il divieto di utilizzo dei social media per chi ha meno di 16 anni, lasciando però ai ragazzi tra i 13 e i 16 anni la possibilità di accedere con il consenso dei genitori.
La risoluzione propone anche di intervenire su strumenti e pratiche considerate dannose, come gli annunci mirati o le pubblicità legate all’attività degli influencer. A livello globale, l’Australia è stata la prima a introdurre un divieto simile, entrato in vigore lo scorso 10 dicembre, che vieta l’accesso ai social media agli under 16, mostrando come sempre più Paesi stiano cercando di tutelare i giovani dai rischi dei social e delle nuove tecnologie digitali.
L’obiettivo è proteggere i ragazzi dai rischi legati alla dipendenza dai social e da contenuti potenzialmente dannosi. Anche singoli Paesi stanno prendendo provvedimenti simili. In Francia, ad esempio, è stata approvata una legge che vieta l’accesso ai social ai minori di 15 anni, con l’obiettivo di tutelare la salute mentale dei più giovani e ridurre fenomeni come il cyberbullismo.
Queste iniziative mostrano come la protezione dei minori online stia diventando una priorità politica in tutta Europa, con legislatori sempre più attenti a trovare strumenti concreti per rendere i social media più sicuri per bambini e adolescenti.
CONCLUSIONI
Oggi gli adolescenti trascorrono gran parte del loro tempo sui social, spesso a causa di una progressiva deprivazione del contatto diretto con gli altri. La realtà virtuale diventa uno spazio “protetto” ma artificiale, dove stimoli continui e meccanismi di gratificazione immediata intrappolano i ragazzi, riducendo il valore e l’attrattiva delle relazioni reali. Questo interferisce con un compito evolutivo fondamentale: sviluppare appartenenza a un gruppo e capacità di interazione sociale.
Mentre un tempo ci si confrontava sui problemi quotidiani faccia a faccia, oggi queste interazioni avvengono prevalentemente all’interno di una realtà virtuale, bisognerebbe dunque interrogarsi sull’uso che ne facciamo e sulla nostra capacità di gestire e frammentare l’attenzione.
Come sottolinea Jonathan Haidt nel suo saggio “la generazione ansiosa”, l’uso intenso dei social e degli smartphone ha profondamente modificato lo sviluppo sociale e psicologico dei giovani, contribuendo a un aumento significativo di ansia, depressione e altri disturbi mentali.
La riflessione finale riguarda più che altro il nostro rapporto con gli altri e le modalità di condivisione: strumenti digitali sempre più sofisticati rischiano di sostituire esperienze reali, indebolendo la crescita emotiva e sociale dei giovani. Riprendendo il tema accennato, Haidt suggerisce di contrastare la tendenza al “safetyism”, all’iper-protezione, promuovendo nelle nuove generazioni una maggiore connessione alla vita reale, offline.
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