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    Stabilicum: la nuova legge elettorale tra dubbi e polemiche

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    Lo Stabilicum, il nuovo disegno di legge elettorale depositato lo scorso 26 febbraio dal centro-destra, ha iniziato l’iter in Parlamento qualche giorno fa in commissione Affari costituzionali.

    Come già anticipa il nome, la riforma promette di garantire una governabilità stabile: un vincitore certo alle elezioni, per evitare il rischio di pareggio ed eventuali governi tecnici.

    È l’occasione per la maggioranza di rimediare alle fratture dovute alle recenti dimissioni di alcuni membri della classe dirigente e alla “sconfitta” referendaria, anche per smentire l’ipotesi del voto anticipato.

    Cos’è e cosa prevede 

    La proposta si presenta in via testuale come una “fisiologica attività di revisione normativa” volta a porre l’accento sul “ rendere maggiormente capace di esprimere maggioranze parlamentari riconoscibili e stabili, nel rispetto del pluralismo politico”.

    A scriverlo sono quattro relatori, uno per ogni partito di maggioranza: Nazario Pagano di Forza Italia, che è anche presidente della commissione, Angelo Rossi di Fratelli d’Italia, Igor Iezzi della Lega e Alessandro Colucci di Noi Moderati.

    Si articola in diversi punti:

    • eliminazione della componente uninominale e dei collegi uninominali, ad eccezione della Valle d’Aosta e del Trentino-Alto Adige, dove sono previste regole specifiche per garantire la rappresentanza delle minoranze linguistiche; 

    • attribuzione dei seggi con metodo proporzionale, su base nazionale per la Camera dei deputati e su base regionale per il Senato della Repubblica;

    • introduzione di un premio di governabilità, pari a 70 seggi per la Camera dei deputati e 35 per il Senato della Repubblica, attribuito alla lista o coalizione che abbia conseguito la maggiore cifra elettorale e almeno il 40% dei voti validi;

    • previsione di un eventuale turno di ballottaggio, nel caso in cui le prime due liste o coalizioni di liste, pur non avendo raggiunto il 40% dei voti validi, abbiano conseguito almeno il 35% dei voti validi, con il fine di garantire una coerenza tra maggioranza parlamentare e consenso elettorale;

    • attribuzione dei seggi esclusivamente con metodo proporzionale qualora non ricorrano le condizioni previste per l’assegnazione del premio di governabilità;

    • previsione di una soglia di sbarramento al 3%; nelle coalizioni che ottengono almeno il 10%, ottiene seggi anche la prima lista che non ha ottenuto il 3%; 

    • indicazione obbligatoria del nominativo da proporre per l’incarico di Presidente del Consiglio in sede di presentazione delle liste, inteso come elemento di trasparenza dell’offerta politica.

    Invece, per quanto riguarda la scheda elettorale, non ci sarebbero grandi cambiamenti: al posto del nome del candidato nel collegio uninominale comparirebbero due o tre nomi indicati dalla coalizione per la circoscrizione, sotto i quali figurerebbero le liste collegate.

    Cosa cambia rispetto al Rosatellum

    Il sistema elettorale in vigore da 2017, il Rosatellum – redatto da Ettore Rosato – si basa su un sistema misto, dunque non consente agli elettori di esprimere preferenze sui candidati nelle liste plurinominali, e l’elezione avviene secondo l’ordine di presentazione stabilito dai partiti.

    D’altra parte, lo Stabilicum rovescia questa struttura con un sistema proporzionale, assieme ad altri elementi che creano una netta discontinuità rispetto a quello in atto: l’eventuale ballottaggio e il premio di maggioranza. Quest’ultimo è oggetto di critica da parte di alcuni autori come il giurista Gaetano Azzariti e l’ex deputato Stefano Ceccanti, in quanto al 57% – il massimo di seggi attribuiti a chi vince il premio – vanno aggiunti gli eletti all’estero e quelli delle minoranze linguistiche, dunque si arriverebbe circa al 60%. 

    Pertanto, si teme che il premio possa incorrere in tracce di incostituzionalità; per questo si pensa che andrebbe limitato almeno al 55%.

    Clima di tensione

    L’iter appena iniziato si prospetta un percorso in salita, date le reazioni dell’opposizione che gridano alla “trappola”: “hanno scritto una legge con un premio di maggioranza che è una supertruffa, non scherziamo”, dichiara Giuseppe Conte. “Non hanno imparato nulla dal recente voto al referendum”, aggiunge Filiberto Zaratti di Alleanza Verdi Sinistra

    E così, mentre l’opposizione alza un muro, la maggioranza si dice pronta al dialogo, come ribadisce Alberto Balboni di Fratelli d’Italia: “sulla legge elettorale bisogna coinvolgere tutte le forze politiche“; lo conferma il deputato Giovanni Donzelli: “in qualsiasi momento noi siamo pronti a dialogare con chiunque dell’opposizione per migliorare la legge elettorale“. 

    C’è davvero bisogno di un nuovo sistema di voto?

    Di fronte a uno scenario politico incerto, segnato da polemiche e dimissioni, una nuova legge elettorale non sembra la priorità, eppure il centrodestra è pronto a portare a casa la riforma entro la fine di quest’anno.

    Risulta curioso, però, come nel corso della storia repubblicana, chi ha cercato di cambiare le regole del voto ne sia stato sempre indebolito: basti pensare alla “legge truffa” del 1953 durante il governo De Gasperi, da cui la Democrazia cristiana ne uscì più fragile in quanto il premio di maggioranza, in quel caso del 50%, non era scattato

    Ciò vale anche nel caso del Mattarellum (1993), redatto in piena crisi della Prima repubblica, che ha favorito l’ascesa del governo di Silvio Berlusconi. 

    Allo stesso modo, con il Porcellum del 2005, voluto dall’allora coalizione di centrodestra, le elezioni l’anno seguente sono state vinte dal centrosinistra di Romano Prodi. Infine, il Rosatellum, votato da Renzi, Forza Italia e Lega, che ha visto prevalere il Movimento Cinque Stelle nel 2018.

    Tuttavia, sorgono delle questioni: cosa accade se in una Camera si supera il 40% dei voti ma non nell’altra? Questa è una delle riflessioni che potrebbero emergere durante il dibattito parlamentare. 

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