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    Storiografia e giornalismo: un legame indissolubile

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    Storiografia e giornalismo sono due discipline profondamente diverse: l’una si serve del passato remoto per parlare al futuro, l’altra del passato prossimo per parlare al presente; l’una richiede un metodo preciso, fa capo ai fatti e al principio di imparzialità, l’altra è libera da “parametri asfissianti”; l’una tratta solo eventi di proporzioni colossali, di grande rilevanza storica, l’altra anche e soprattutto della vita di tutti i giorni, della quotidianità.

    Talvolta sono proprio queste loro strutturali differenze a porre le basi per un incontro tra le due materie: pensiamo alle fonti narrative – cronache, storie, biografie, diari, articoli di giornale – utili alla ricerca degli storici; a parti invertite, a quanto possa rivelarsi d’aiuto la ricca produzione storiografica di cui disponiamo attualmente nella stesura di un pezzo.

    Questa concezione del rapporto tra storia e cronaca è una novità dei giorni nostri: l’informazione per come la intendiamo oggi, in piena rivoluzione digitale, si sviluppa appena a partire dagli anni ’90 (in Italia il primo quotidiano ad andare online fu l’Unione Sarda, nel marzo del 1994). Prima dell’avvento di internet e dei computer, abbiamo lo sviluppo di altri mezzi di divulgazione, come la televisione; e prima della televisione, la radio; e prima della radio? La rapida diffusione di quotidiani e periodici come conseguenza di una prima fase del processo di globalizzazione.

    Prima che la Rivoluzione francese scardinasse il sistema feudale, le produzioni cartacee scarseggiavano ed erano perlopiù inaccessibili alla stragrande maggioranza delle persone. Con le scoperte e i progressi di fine XX secolo, cambia radicalmente e definitivamente il modello di società dominante, e con esso la fruibilità delle notizie: le masse si alfabetizzano, si arricchiscono, e cominciano a comprare e produrre cultura. È qui che ha inizio il giornalismo: non che prima non esistessero pubblicazioni – erano comunque poche, avevano scopi diversi e un’uscita a cadenza irregolare -, ma l’idea di “fornire e commentare notizie, cronache, informazioni, attraverso la stampa” nasce nella società di consumo, in età contemporanea, ed è dunque un’intuizione piuttosto recente.

    E la storiografia?

    La nascita della storiografia

    La volontà di tramandare la nostra storia, le nostre conquiste e le nostre tradizioni ha radici antichissime: nella preistoria, più precisamente nel paleolitico superiore, gli uomini, nomadi per natura, lasciavano tracce di sé, della loro cultura e dei loro spostamenti attraverso incisioni e pitture rupestri nelle grotte. Le caverne, utilizzate principalmente come luogo di riparo, vennero tappezzate di mani, animali e uomini stilizzati, riecheggianti scene di vita quotidiana e antiche usanze, tra credenze religiose e forme di linguaggio primitivo.

    Già a partire da oltre 40.000 anni fa, dunque, l’uomo manifesta la necessità di raccontarsi, anche se non si può certo dire che i graffiti dell’homo sapiens siano un valido esempio di opera storiografica, considerando come ancora nemmeno fosse stata inventata la scrittura.

    La concezione moderna di cronaca e studio dei fatti storici è da ricercare piuttosto nel mondo classico: è qui che nasce l’urgenza di opere che ripercorressero i primi passi dell’uomo, che intendessero il decorso della storia come un tuttuno, una concatenazione di eventi che sfocia nel presente, nell’oggi, e che porta nel domani, al futuro. Possiamo definire la storiografia greco-latina come un lungo filo narrativo cui contribuisce un autore per volta, riprendendo e “concludendo” opere, emulando o cambiando stile rispetto al contemporaneo o al predecessore, mantenendo sempre intatta però la continuità e la coerenza temporale.

    Da Erodoto, considerato da Cicerone “il padre della storia”, la narrazione non è più circoscritta alla sola Grecia, ma assume un carattere universale, arrivando a trattare nei minimi dettagli di ogni civiltà venuta a contatto con la realtà ellenica. Sempre l’originario di Alicarnasso poi, è il primo ad attuare una netta separazione tra le vicende mitiche e quelle oggetto di studio e analisi, pur tenendo in considerazione favole, leggende e poemi epici come fonti indirette, utili ad arricchire o a perfezionare l’indagine storica. 

    Il suo successore, Tucidide, sviluppa un metodo ancora più laico, scientifico, vicino ai giorni nostri: predilige l’utile al dilettevole, tipico dei libri di Erodoto; non prende in considerazione il ricorso al mito – roba per logografi – e si discosta dalla tendenza erodotea di equiparare versioni diverse di uno stesso tema (quando le testimonianze orali divergono, cerca di sintetizzarle e di giungere comunque a un giudizio).

    Tra le varie intuizioni dello storico-stratego, ricordiamo la riflessione sull’eziologia degli eventi storici, di grande attualità: da una parte le cause superficiali e occasionali, i pretesti – si pensi alla rinomata espressione “la goccia che ha fatto traboccare il vaso”, riportata in tutti i libri di storia – , dall’altra le cause più vere, radicate nel profondo.

    Tucidide fu filosofo nell’interrogarsi sulle regole e sul metodo che avrebbe dovuto adottare; fu un politico, attivo nella vita della Polis e coinvolto personalmente nella guerra del Peloponneso; e soprattutto, come scrive Canfora, “Tucidide è l’uomo ateniese cui dobbiamo l’invenzione della storiografia che tutt’ora pratichiamo

    La storiografia applicata al giornalismo

    Accennavamo in apertura alla complementarietà tra storiografia e giornalismo: è un’affinità, questa, che non riscontriamo in qualsiasi tipologia di pubblicazione, ma che riguarda principalmente il ramo politico, in tutte le sue innumerevoli sfaccettature. Nel raccontare le vicende del presente, il cronista deve conoscere anche i fatti antecedenti all’oggetto di cronaca, al fine di disporre di un quadro generale di ampio respiro che consenta una narrazione il più possibile storicamente accurata.  

    Chi si pone l’arduo obiettivo di riassumere in pochi caratteri controversie storiche di durata decennale, secolare o – in qualche caso – millenaria, è obbligato a ricorrere a metodi di rimando storiografico. Più un tema è macro, più è richiesta una preparazione adeguata. La ricerca di una verità storica comunque non deve privare il giornalismo del suo carattere autoreferenziale: il giornalista può e deve prendere posizione, schierarsi a difesa di un principio, di un’idea, di una parte in causa, basta solo non pieghi i fatti alla sua personale narrazione.

    Conclusione

    Quello dell’articolista è un mestiere accessibile a chiunque, ma non per tutti: da l’opportunità di esprimersi liberamente, senza filtri, secondo le proprie convinzioni, ma esige un’ampia preparazione su una vastità di temi.  L’informazione pulita, verificata, accertata e onesta, quella tipica del mondo libero e generalmente sotto attacco nei Paesi meno secolarizzati, è un bene da difendere a tutti i costi, espressione della società civile, baluardo della democrazia.

    Esiste poi l’altra faccia della medaglia: i propagandisti di professione, i diffusori di fake news, le notizie-spazzatura.

    Due consigli spassionati: per il lettore del 2024, la vera sfida risiede nel non farsi trasportare dal continuo scorrere di news, avere la capacità di fermarsi, distinguere tra testate affidabili e meno affidabili ed eventualmente, ove necessario, operare una verifica delle fonti. Un’operazione tanto scontata, quanto scarsamente praticata.

    Per i giornalisti, invece: essere parziali nell’interpretazione, imparziali nell’esposizione dei fatti. Se si è realmente convinti delle proprie idee, non serve distorcere la realtà per accreditare una già di per sé valida e legittima tesi.

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