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    Stufi del tifo da stadio: al conflitto urge oggettività

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    Il conflitto israelo-palestinese è materiale complesso, delicato, profondamente divisivo anche per chi, come noi, è molto lontano geograficamente e culturalmente dal Medio Oriente

    Nel mentre che dibattiamo, osserviamo due diverse chiavi di lettura della questione: realismo politico contro legittimità storica. Meglio dare una valutazione realista, sulla base del quadro politico attuale, delle necessità del proprio schieramento, oppure riavvolgere il nastro, tornare indietro nel tempo e giudicare sulla base della verità storica? Entrambe le proposte portano con sé pregi e difetti… proviamo a servirci della questione palestinese, senza entrare nel merito di chi ha ragione e chi ha torto, per cercare di comprendere il ragionamento alla base dell’uno e dell’altro approccio, e magari riflettere su come dovremmo affrontare il dibattito degli ultimi giorni.

    Realismo politico

    Il realismo politico trae le sue conclusioni sulla base delle circostanze attuali; non taglia completamente fuori dall’equazione la ricostruzione storica o la parte etico-morale, ma sicuramente le ridimensiona a tal punto dal renderle pressoché insignificanti: possiamo dire se ne serva esclusivamente in maniera strumentale. Il suo più grande pregio è che offre una soluzione immediata ed efficace; Hamas, organizzazione politico-terroristica in pieno controllo della striscia di Gaza dal 2006, vede nell’uso della violenza un modo per emanciparsi definitivamente da Israele e costituire uno Stato palestinese indipendente e sovrano: in molti dopo l’attacco a Israele, pur non apprezzandone i metodi, hanno giustificato Hamas, ritenendo, considerate le circostanze, non vi potesse essere altra soluzione. 

    Allo stesso modo tanti altri sostengono le ragioni di Israele, rimasto vittima dell’inaspettata offensiva di Hamas. L’idea alla base è: donne, uomini e bambini presi in ostaggio e/o brutalmente uccisi, bombardamenti aerei indiscriminati, invasione ed occupazione di diverse zone abitate del territorio israeliano…in che modo potrebbe agire Israele se non con una pesante, anche violenta se necessario controffensiva?

    In questi esempi se na fa ancora una questione morale, ma occhio: tra i difetti di questa interpretazione, c’è sicuramente una visione del tema che traspare come piuttosto cinica, noncurante delle conseguenze, che spesso sfocia in un inasprimento del dibattito pubblico e porta a un passo dall’utilitarismo, dove tutto è concesso per necessità politiche.

    Ricerca storica

    Conoscere il passato per comprendere il presente: tra i pregi di questo genere di approccio c’è sicuramente la volontà di indagare a fondo sulla legittimità dei reclami di una parte e dell’altra, facendo leva sul tema etico-morale e cercando di offrire una soluzione il più accurata possibile dal punto di vista storico. Il problema, paradossalmente, risiede proprio qui: la storia è tutt’altro che asettica, esistono centinaia di migliaia di interpretazioni differenti, gran parte di esse accurate, tutte diverse nei particolari o nell’intera sostanza, frutto della personalissima formazione dello storico. Tutto ciò rende difficile, se non impossibile, una lettura univoca.

    La questione israelo-palestinese è un continuo susseguirsi di fatti storici per niente di facile lettura, e ha inizio ben prima della proclamazione dello stato di Israele del 14 maggio 1948: i primi insediamenti ebrei “recenti” nell’area avvengono già a partire dal XIX secolo, incentivati dalle persecuzioni anti-ebraiche in Europa, e parliamo di insediamenti pacifici. Questo giustifica la creazione a tavolino di uno Stato ebraico in Palestina? I mussulmani sono sempre stati maggioritari nell’area: anche al momento della partizione, costituivano oltre il 60% della popolazione totale dell’area: 1.237.000su1.845.000; tuttavia, il restante 30% circa, erano ebrei. Israele poi, fin dalla nascita, dall’altra parte della cornetta ha a che fare con sostenitori del totale sterminio degli ebrei, oltre che dello smantellamento dello stato di Israele: è dal 1964, infatti, anno di fondazione dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), che Israele ha a che fare con attentati nei confronti della popolazione civile e militare, e prima ancora aveva combattuto due guerre contro tutti i Paesi arabi dell’area. Questo però giustifica le persecuzioni dei governi Netanyahu? Ci sono report su report redatti da associazioni indipendenti, in molti casi anche israeliane, a conferma delle barbarie nei confronti dei palestinesi inermi. Questo giochetto potrebbe andare avanti non stop, ma ci fermiamo qua, penso il concetto sia piuttosto chiaro.

    Prendete posizione

    In un clima socio-politico di questo tipo, il favore più grande che ci si possa fare è rimanere informati, avere consapevolezza della complessità del tema e valutare la situazione usando un approccio critico, coerenti con sé stessi, rispettosi della propria intelligenza e consci della realtà circostante. Non abbiate paura di formarvi un’opinione, di prendere ed esprimere una posizione: solo fatelo in maniera autonoma, senza fare troppo riferimento al politico di turno per poi magari rischiare di andare ad accorpare l’una o l’altra tifoseria. E se pensate le vostre idee siano giuste, non c’è bisogno di inventarsi o negare nulla per giustificarle: partite dai fatti, storici e attuali, e poi date la vostra personalissima interpretazione della questione. 

    A cura di

    Pablo De Ciantis

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