“Una imponente armata si sta dirigendo verso l’Iran”, con queste parole il Presidente Donald Trump ha aperto, su Truth Social, una delle dichiarazioni più dure delle ultime settimane sulla crisi iraniana. L’auspicio, ha scritto, è che Teheran “si sieda rapidamente al tavolo delle trattative e negozi un accordo giusto ed equo” escludendo però, in modo definitivo, qualsiasi sviluppo nucleare.
Così il Tycoon ha alzato ulteriormente il tono dello scontro lanciando un avvertimento esplicito: se non ci sarà un’intesa, “il prossimo attacco sarà molto peggiore”, riferendosi all’Operazione Martello di Mezzanotte condotta nel giugno scorso da bombardieri B2 e missili Tomahawk.
La risposta di Teheran
La risposta iraniana non si è fatta attendere: “siamo pronti al dialogo basato sul rispetto e sugli interessi reciproci ma se spinti ci difenderemo e risponderemo come mai prima d’ora”. Queste le parole apparse sulla pagina ufficiale di X accompagnate dal prezzo che gli Stati Uniti hanno pagato “l’ultima volta che si sono lanciati in guerre” nella regione, ricordando così alla Casa Bianca i miliardi di dollari e le oltre settemila vite americane perse in Afghanistan e in Iraq.
Il messaggio segna un confine altrettanto netto rispetto a quello lanciato da Donald Trump poche ore prima: ogni pressione esterna e ogni minaccia rischia di trasformarsi in un’escalation rapida e imprevedibile. Intanto, la pressione cresce.
La situazione in Iran tra repressione interna e pressione internazionale
Il messaggio di Washington è chiaro e arriva mentre la situazione iraniana continua a precipitare ora dopo ora. Secondo diverse fonti internazionali, la repressione da parte del regime iraniano avrebbe causato migliaia di morti anche se non è semplice avere dati certi; le stime variano sensibilmente proprio a causa dell’opacità informativa che scherma Teheran.
Prosegue, infatti, il buio digitale sull’Iran, ormai ininterrotto da venti giorni, nel tentativo di frenare le imponenti manifestazioni e impedendo quasi ogni forma di comunicazione all’interno del Paese e con il resto del mondo.
La dimensione interna e quella esterna, oggi, si alimentano a vicenda. Da una parte la crisi economica, la pressione sociale e l’isolamento diplomatico rendono l’Iran sempre più instabile; dall’altra, lo stesso contesto contribuisce a rafforzare la percezione di una minaccia regionale.
Su questo terreno si innesta il messaggio di Donald Trump che intende accelerare i tempi e negoziare ora. “Il tempo stringe, è davvero essenziale”, prosegue nel suo messaggio senza lasciare troppo spazio a libere interpretazioni.
Quali condizioni?
Resta però aperta la questione centrale: a quali condizioni la Casa Bianca intende trattare? Da una parte, ci si chiede se un regime che reprime in modo così brutale il dissenso interno possa davvero essere considerato un interlocutore affidabile sul piano diplomatico e, al stesso tempo, se una pressione militare imponente ed esplicita non rischi di rafforzare ulteriormente le frange più radicali del potere iraniano, riducendo ulteriormente lo spazio per un compromesso.
Quale sarà il prossimo passo ora che Teheran ha chiarito, ancora una volta, di non essere disposta a trattare sotto minaccia?
Intanto, attori regionali come Qatar, Egitto e Arabia Saudita starebbero tentando una mediazione per scongiurare proprio un’escalation incontrollata.
La crisi iraniana si muove sempre più su un crinale pericoloso. La finestra diplomatica sembra ormai essere quasi del tutto chiusa. L’unica cosa certa è che il tempo stringe davvero.
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