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    Una vita da precari: disillusione e non voto in Italia

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    Da tempo si parla del crescente disinteresse accumulatosi attorno alla sfera politica, sia essa locale, nazionale o europea, senza però ricercare la causa sottostante a questa tendenza: sarebbe in realtà sufficiente calarsi nella quotidianità che coinvolge l’Italia intera per prendere atto delle reali motivazioni. Come riportato da Edelman Trust Barometer 2022 – un’importante ricerca condotta annualmente in 28 Paesi per analizzare l’evoluzione del rapporto di fiducia tra i cittadini e alcune istituzioni a capo della vita pubblica (Governo, Business, Media, Organizzazioni Non Governative) – le persone tendono ormai a fidarsi molto più delle aziende, soprattutto quelle private, meno delle istituzioni politiche e del Governo.  Come se non bastasse, il calo demografico, di cui da tempo soffre la società italiana, emerge puntualmente in occasione della chiamata alle urne. Se a questo si aggiunge anche il fatto che, anno dopo anno, sopraggiungono tagli ai fondi destinati alla ricerca, alle Università, alla sanità pubblica e ai servizi essenziali sul territorio – gli stessi ambiti per i quali l’Italia con i suoi laureati vanta all’estero ottima reputazione, ma che spingono chi può ad emigrare -, possiamo chiaramente evidenziare le basi della sempre più accentuata distanza tra cittadini e mondo politico. Quali sono le implicazioni legate a doppio filo alla disillusione ormai caratterizzante le nuove generazioni e, più in generale, tutti i lavoratori? Una di queste, probabilmente non l’unica, è la precarietà nel mondo del lavoro

     

    Dati allarmanti

    Nelle ultime settimane il dibattito pubblico ha riacceso l’attenzione su uno dei principali problemi della nostra società, la precarietà lavorativa: sempre più costretti a sfidare lo scorrere incalzante del tempo, conciliando l’acquisizione di competenze con l’esperienza diretta sul campo, neolaureati e giovani adulti lavorano e si impegnano dimostrando grande abnegazione, nel silenzio più totale della quotidianità. Provando a tracciare un quadro realistico, nella maggior parte dei casi l’essere giovani oggi in Italia comporta paura del futuro, disoccupazione e instabilità economica; tre gravità che intaccano incessantemente la nostra società, e in particolare le nuove generazioni, le stesse per cui nel 2023 l’essere tali equivale troppo spesso a una condanna. Considerando i dati OCSE – secondo cui in Italia i salari non solo sono fra i più bassi in Europa, ma sono addirittura diminuiti tra il 1990 e il 2020 – appare ormai evidente la poca appetibilità del mercato del lavoro interno: sono infatti sempre più frequenti i casi in cui i lavoratori vengono sfruttati con contratti tali esclusivamente in termini di facciata. Avere oggi un impiego non rappresenta più un punto di arrivo, bensì di partenza: milioni di italiani sono costretti ad accettare contemporaneamente più impieghi per cercare di ammortizzare i costi esorbitanti della vita, spesso finendo per ignorare i propri diritti fondamentali in quanto lavoratori. Di conseguenza, anche la categoria dei cosiddetti working poor è aumentata e secondo le stime in Italia le persone che, nonostante abbiano un impiego, continuano a vivere sotto la soglia di povertà sono almeno tre milioni

     

    Il caso dei rider

    Il tipico esempio è quello dei rider, lavoratori impegnati quotidianamente nelle consegne alimentari (e non solo) metropolitane utilizzando la propria bicicletta: spesso sostano per ore nei luoghi di ritrovo, in qualsiasi stagione dell’anno e nei giorni festivi, sfidando qualsiasi tipo di calamità naturale, oltre che il temutissimo algoritmo, l’unica variabile in grado di determinarne il destino. Le chiamate arrivano quando arrivano, spesso anche a sera inoltrata e a chilometri di distanza l’una dall’altra: a quel punto l’unica urgenza è la rapidità, si deve correre a tutti i costi perché l’algoritmo non dà tregua, e chi è troppo flessibile viene contattato sempre meno frequentemente. L’unica soluzioneè, allora, quella di assecondare la logica capitalista, pena la retrocessione in ultima posizione e la perdita di quello che, purtroppo, si fa chiamare lavoro. Quello dei rider, infatti, è un lavoro vero e proprio, anzi un superlavoro, considerato l’impegno fisico che richiede: si tratta di un’attività incompatibile con qualsiasi altra mansione, anche part-time, per questo l’algoritmo premia chi si mostra costantemente disponibile e reperibile, oltre che puntuale e apprezzato dai clienti. Pur essendo considerato come lavoro a tutti gli effetti, i tanti rider di Deliveroo, Glovo e Just Eat, – peraltro impegnati tra le quaranta e le cinquanta ore settimanali – non godono degli inquadramenti contrattuali e dei diritti di un lavoratore dipendente: nella maggior parte dei casi si prevedono soltanto contratti di breve durata reiterati nel tempo, senza alcun tipo di tutela e copertura assicurativa, se non a carico degli stessi, e lo stesso vale per i contribuiti. In caso di malattia o infortunio l’azienda non si fa carico delle proprie responsabilità, le quali ricadono interamente sul singolo, costringendolo ad assentarsi anche per lunghi periodi senza ricevere alcun sussidio o indennità. 

    Disillusione e incertezza lavorativa 

    L’intesa tra giovani e lavoro appare quindi fortemente in crisi, tant’è vero che anno dopo anno si è tristemente fatta strada un’amara quanto perpetua realtà: le nuove generazioni sanno di essere condannate al precariato, motivo per cui il binomio appena visto sembra essere destinato a far parlare di sé soltanto in negativo, nelle statistiche sulla disoccupazione. Si sa, l’Italia da tempo è terra di disuguaglianze, sociali, generazionali, etniche: tra queste compare il generational wealth gap, la differenza nella quantità di ricchezza accumulata tra una generazione e l’altra. Pur non trattandosi di un fatto inedito, il declino economico subito a partire dagli anni 2000 dalle nuove generazioni non ha eguali: oggi, infatti, chi è nato negli anni Novanta intravede all’orizzonte prospettive salariali più basse di quelle dei propri genitori. Sono ormai lontani i tempi in cui, una volta ottenuto un impiego, vi era la possibilità di gettare rapidamente le fondamenta della propria vita, ma anche intravedere concrete opportunità di carriera e ottenere scatti d’anzianità in busta paga, forti del fatto che quel lavoro sarebbe stato fisso e stabile. Chi oggi si affaccia sul mondo del lavoro sa bene che molto probabilmente andrà in pensione soltanto dopo aver svolte tante mansioni distinte tra loro, talvolta anche al di fuori delle proprie competenze primarie. A fronte dell’accentuarsi delle richieste di lavoro all’estero e dell’arrestarsi del cosiddetto “ascensore sociale”, si può agevolmente constatare che l’Italia non è un Paese per giovani: diventa sempre più difficile farsi strada nel mondo del lavoro e ottenere la tanto desiderata indipendenza economica;  glia, nonostante sia occupato, non possiede le risorse necessarie per continuare la propria vita in autonomia. Per chi è giovane, futuro è sinonimo di incertezza o minaccia, non più promessa, per questo cala drasticamente la motivazione e la perseveranza nello studio e nel lavoro, così come la volontà di mettersi in gioco in politica, nonché di prendere parte alla vita dei partiti. Non a caso, l’istituto di ricerca SWG ha analizzato i flussi di voto all’indomani della recente tornata elettorale: stando ai dati ottenuti, il livello di astensione toccato presso la Generazione Z  è poco sotto la media nazionale, vale a dire circa il 35%, addirittura superiore a quella toccata presso i boomer (30%); molto maggiore, invece, la percentuale di chi ha optato per l’astensione tra Millennials e Generazione X, ossia rispettivamente il 45% e il 40%. Come si può constatare, da tempo l’Italia ignora i giovani e i giovani ignorano l’Italia: vi sono sempre più problemi di coordinamento nella rispettiva relazione; la capacità di ascolto, la stessa che dovrebbe essere sfruttata strategicamente per intercettare bisogni ed aspettative anche implicite, è completamente venuta meno. Così facendo entrambi i poli, nonostante siano per ragioni di ordine pubblico legati inscindibilmente, in realtà non conversano effettivamente tra loro, poiché appunto nessuno ascolta l’altro, motivo per cui si alimenta sempre più la conflittualità. Esiste certamente un problema di fondo e questo riguarda proprio i giovani: intesi come macigno sulle spalle di chi ha maggiore esperienza e non come risorsa, la loro voce spesso non viene ascoltata e in più occasioni la realtà italiana diventa la loro gabbia. 

    Condannati al precariato i giovani italiani non possono spiccare il volo, come invece accade in molti altri Paesi europei, nonostante il loro attivismo e le loro idee possano essere concrete e utili per tutta la comunità. 

    Giovani e politica: un’intesa da rilanciare

    In passato i giovani sono sempre stati in prima linea nel partecipare al dibattito pubblico, manifestando il proprio dissenso alle tante ingiustizie del tempo (un caso tra tutti, la parentesi del Sessantotto), ottenendo in tal modo molteplici vantaggi per la propria condizione. Ad un certo punto, però, questo meccanismo si è inceppato, ed è così che da una relazione di presupposizione reciproca tra politica e giovani si è giunti oggi ad un’indifferenza reciproca tra i due poli, di cui soltanto i secondi sono effettivamente consapevoli, mentre i primi evidenziano disimpegno, se non a tratti disgusto: ai giovani si attribuiscono continuamente etichette molto pesanti, nella maggior parte dei casi senza reale ancoraggio alla realtà, bensì semplicemente per “sentito dire”. L’unica soluzione sta quindi nel ripensare totalmente il rapporto tra politica e giovani, anzitutto ponendo i partiti stessi nella condizione di dover candidare tra le proprie fila esponenti delle nuove generazioni, pena il perpetuarsi dell’incompatibilità tra i due mondi e la scarsa rappresentanza, oggi tanto criticata. 

    In realtà, questo fine è oggi puramente utopistico, almeno in Italia, dove la politica e le istituzioni mostrano percentuali ancora molto elevate di arretratezza; permane infatti un generale senso di diffidenza verso ciò che è nuovo e diverso, appunto giovane, inteso come minaccia alla stabilità cui da tempo si è abituati, la stessa che però oggi avverte gravi lacune. Considerando tale scenario di perenne ed indisturbata immobilità, il rischio che l’affluenza futura alle urne risulti ancora più in decrescita è tutt’altro che astratto e lontano.

    A cura di 

    Fiammetta Freggiaro

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