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    Università e pressione sociale: agire prima che sia troppo tardi

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    Catania, un’altra giovane vita spezzata: una studentessa tirocinante di Medicina si è recentemente tolta la vita lanciandosi dal settimo piano della Palazzina 1 del Policlinico cittadino. Ancora al vaglio delle autorità competenti le dinamiche e le cause del gesto; stando a quanto finora ricostruito, si tratterebbe comunque di un gesto volontario. Terribilmente facile immaginare cosa abbia motivato questa resa, o meglio, questa sconfitta per la società intera: l’ansia della competizione, la paura del fallimento, la solitudine e l’indifferenza. Tutte componenti nocive, corroborate dal modello dell’università – azienda e certamente sovrarappresentate in un percorso lungo e tortuoso come quello medico. Caratterizzato, più di altri, da enormi sacrifici e rinunce perpetuate nel tempo. Un atto terribile ed estremo, quello di Catania, destinato a passare in sordina nella quotidianità veloce ed individualista. In cui conta essere perennemente attivi e produttivi. Ultimo, ma non per importanza, fregiarsi del titolo di laurea – anteposto al proprio nome – pur di ricevere considerazione dagli adulti. Poco importa, dunque, se a vacillare è la tenuta fisica e psicologica. 


    I casi di suicidio tra i giovani

    La studentessa siciliana rappresenta, nostro malgrado, l’ennesima vittima di una lunga lista che, negli ultimi anni, si è fatta sempre più densa. Emblematico l’episodio che ha coinvolto una diciannovenne della IULM di Milano, ritrovata senza vita nei bagni della stessa università con accanto un biglietto, “ho fallito nella vita e negli studi”. Un fallimento, quello qui postulato, sopraggiunto alla soglia dei vent’anni, quando qualsiasi errore è tutt’altro che irrimediabile e la vita deve ancora essere definita; con molta probabilità, la punta di un iceberg latente da tempo.

    Casi drammatici come quest’ultimo scuotono le nostre giornate e ci costringono ad una riflessione, profonda e scevra da giudizi, sul malessere insito nelle nuove generazioni. Un disagio dilagante, visibile ad occhio nudo, alimentato talvolta dai media – validi strumenti di apprendimento e di interconnessione ma anche fonti malsane di competizione – e soffocato sul nascere dalle istituzioni. Secondo i dati ISTAT, sono proprio i giovani appartenenti alla fascia 20 – 34 anni ad evidenziare i livelli di benessere psicologico più bassi. Al di là della brutalità di queste statistiche, è pressoché evidente cosa si cela dietro: la paura dell’ignoto, un mercato del lavoro precario e spesso non allineato con gli studi compiuti, un futuro poco incoraggiante. Ma, soprattutto, l’impossibilità di rallentare e dare spazio a quello che dovrebbe essere un bisogno intrinsecamente umano: cadere ed imparare, per poi rialzarsi meglio attrezzati.

    Calati in una contemporaneità inquieta, priva di dialogo costruttivo e in cui il consumo di psicofarmaci sta aumentando a dismisura, questi ultimi vedono le proprie preoccupazioni svilite e strumentalizzate. Se è vero che quanto finora menzionato viene amplificato dai media, allora l’esistenza ridotta alla giornata di tutti questi tragici episodi, quanto meno nelle narrazioni collettive, non desta affatto scalpore. Come del resto accade agli slogan elettorali e, più in generale, a qualsiasi oggetto che ci affrettiamo, in massa, a comprare per restare al passo. Ma che, puntualmente, lasciamo cadere nel dimenticatoio quando scaduto o sorpassato. Benché l’intendere come interscambiabili la dignità della vita e la pura materialità degli oggetti di cui, tutti noi, possiamo dirci assuefatti non sorprenda del tutto, bensì faccia parte di quella post – modernità definita liquida e priva di ideologie, il problema vero qui è un altro: la cecità delle istituzioni e della politica. Che, di fatto, non fanno alcunché per invertire la rotta, ma tutto per legittimare la stessa. 
     

    L’accusa all’università

    Posto sul banco degli imputati è il mondo universitario, italiano ma non solo, la cui frequenza – fugace ma positiva – è ormai d’obbligo per chiunque voglia definirsi meritevole di valore. Quello che idolatra chi, dallo scontro a fuoco con il sistema neo – liberale del successo e del profitto, esce vittorioso. Chi taglia il nastro al tanto agognato traguardo, possibilmente con una manciata di mesi di anticipo rispetto ad altri colleghi. 
    Perché accade tutto questo? La risposta è intuitiva: fare l’università, oggi, è una vera e propria gara. Una corsa di velocità a cui si accede privi di orientamenti e direzioni già tracciate. Una competizione che viene vissuta, in molti casi, in solitaria, a decine di migliaia di chilometri di lontananza dalla propria famiglia; inseguendo un sogno che si spera diventare, presto, realtà. E che, soprattutto, va vinta nel più breve tempo possibile e con un risultato a dir poco degno di nota. 

    Ma non basta: in questo modello malsano serve anche fare esperienza all’estero, svolgere tirocini, studiare le lingue, ottimizzando il poco tempo a disposizione. Insomma, stare sempre un passo avanti a tanti altri coetanei. Terminare un ciclo di studi per poi iniziarne immediatamente dopo un altro, con le stesse modalità. Non ammessi ripensamenti, dubbi o aspetti critici, pena l’apparire debole e tradire le aspettative che puntualmente ricadono sul singolo. Difficile trovare un modo efficace per sottrarsi a tanta pressione sociale; più che visibili ed attestabili, invece, le conseguenze: dal senso di inadeguatezza alla sindrome dell’impostore, per arrivare perfino a crisi di panico, ansia generalizzata e disturbi di carattere psicosomatico. Questo perché la retorica dell’eccellenza ad ogni costo è incompatibile con l’incompletezza e la fallibilità di ciascuno di noi. 


    C’è dunque chi sceglie di optare per la rinuncia agli studi, considerato l’enorme macigno sulle proprie spalle, oppure chi vede scemare quel motore che dovrebbe azionare ogni giornata passata sui libri: la passione. La stessa che, mortificata e ridotta ai minimi termini, pare allontanare dalle aule persino i cosiddetti eccellenti – vale a dire studenti particolarmente dotati, iscritti ad atenei sovra finanziati – che come altri avrebbero soltanto voglia di imparare. Senza eccessive corse contro il tempo
    Questo, in sintesi, quanto sostenuto da Emma Ruzzon, presidente del consiglio degli studenti dell’Università di Padova. Il cui appello, prendendo spunto dai casi giunti recentemente alla cronaca, cerca invano di fare riflettere sul fatto che i casi di suicidio rappresentano quella goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo di problematicità. Ignorato né, tantomeno, posto all’attenzione di chi avrebbe tutti gli strumenti per poterlo accogliere – i consultori psicologici, ad esempio. 

    Serve un cambiamento sistemico

    La realtà è che l’università è un’esperienza personale. Un percorso che andrebbe vissuto senza limiti rigidi ed interpretato, anche nei momenti più difficili, come fonte di arricchimento. A cui, peraltro, si dovrebbe accedere avendo ben chiare le proprie aspirazioni e i propri desideri, evitando di fare scelte di comodo o di ripiego. Perché se è vero che è importante fare esperienze durante gli studi, nonché allenare quelle competenze trasversali tanto oggi ricercate nel mondo del lavoro, allora è altrettanto possibile che scelte di questo tipo vengano apprezzate, non ostacolate; prese in considerazione nel caso in cui, la propria carriera di studi, sfori il limite temporalmente previsto. Non esiste insomma un tempo universale: esiste soltanto la maturità con cui si perseguono o meno certe strade. Così come ciò che, nel frattempo, viene appreso.


    Il problema non è la mancanza di amore per la cultura o la disaffezione al sacrificio, bensì il modo in cui queste sfide vengono introiettate e perpetuate anzitutto a livello sociale. In quella quotidianità in cui l’introspezione e la logica lenta e rigorosa sono divenuti veri e propri privilegi che, pochi, possono concedersi. Quale spazio, dunque, per la riflessione, i legami umani e le passioni? 
    Correre veloce come vorrebbe la società non solo è dannoso, bensì addirittura contro natura. Ma, soprattutto, che valore ha tagliare traguardi a tempi record, arrivare laddove tutti si aspettano, senza avere neppure goduto quanto di buono la vita, con le sue sorprendenti sfaccettature, ha da offrire.

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