Dal 13 al 15 febbraio si è tenuta a Monaco la Conferenza sulla Sicurezza, aperta dal cancelliere tedesco Friedrich Merz. Al vertice hanno presenziato numerose delegazioni di diversi paesi, leader mondiali come Emmanuel Macron, Keith Starmer, la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il segretario NATO Mark Rutte.
A guidare la delegazione statunitense non è stato il vicepresidente JD Vance, che lo scorso anno si è scagliato con decisione contro il Vecchio continente, ma il segretario di Stato Marco Rubio.
I dossier sul tavolo
Il cancelliere tedesco ha evidenziato che si è davanti alla nascita di un nuovo ordine internazionale, con diverse potenze che competono per incrementare la propria influenza. Questa evoluzione però non deve portare a scontri e rivalità regionali tra gli stati europei, i quali devono rispondere alle minacce globali a livello collettivo.
Tra i diversi temi che sono stati trattati figurano il conflitto russo-ucraino, che si avvicina al quarto anniversario dall’inizio dei combattimenti, la complessa situazione di Gaza e l’agenda del Board of Peace, e le veementi proteste che si stanno consumando in Iran contro il regime dei pasdaran.
La crisi dell’asse euroatlantico
Al centro del dibattito vi è stata certamente anche la frattura tra Europa e Stati Uniti, un legame estremamente solido per decenni, che ora ha subito dei danneggiamenti difficilmente riparabili nel breve periodo. Il contrasto tra la visione politica del Vecchio Continente e quella della Casa Bianca è netto, e i leader e le delegazioni presenti a Monaco hanno lavorato per trovare soluzioni congiunte per garantire la stabilità internazionale.
Su questo punto è intervenuto anche il Presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron, il quale, rispondendo alle critiche mosse in precedenza da JD Vance, ha affermato che l’Unione europea necessita di credere di più in sé stessa e nelle proprie capacità, e che dovrebbe essere presa come modello anche dagli altri stati.
Con il discorso pronunciato sabato, Marco Rubio ha tentato di ridurre il clima di tensione creatosi dall’inizio del secondo mandato targato Donald Trump, tendendo la mano agli europei. Il segretario di Stato ha affermato che il legame tra USA ed il Vecchio Continente è indissolubile, e che porre fine alla cooperazione transatlantica non rientra tra gli obiettivi di questa presidenza. In aggiunta, considerando le dichiarazioni del tycoon di poche settimane fa, la celebrazione di Rubio della cooperazione tra alleati in Afghanistan assume un valore simbolico fondamentale.
Il rafforzamento dell’Europa
Nonostante le parole del segretario americano siano fonte di grande rassicurazione, la classe dirigente continentale sembra comunque aver compreso che in questo momento l’Europa non può fidarsi di nessuno, tranne che delle proprie capacità.
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha sottolineato la necessità di incrementare la competitività su più livelli. Per quanto concerne l’ambito economico-commerciale è stata annunciata una roadmap, che verrà presentata al prossimo vertice del Consiglio europeo, la quale prefigura l’obiettivo di ridurre la burocrazia e rendere più efficienti le strutture giuridiche ed economiche, in modo da facilitare la nascita di giganti finanziari ed industriali europei capaci di guadagnare ampie fette di mercato non solo nel continente, ma sul piano globale.
Da un punto di vista strategico, l’opinione maturata da questa Conferenza è che nonostante la cooperazione con gli Stati Uniti debba essere preservata, l’Europa necessita di raggiungere una propria indipendenza difensiva. Per la Presidente della Commissione le misure stanziate per il rafforzamento militare non sono sufficienti, ma è opportuno dare vita ad un sistema di difesa reciproca che possa permettere agli stati membri di difendersi collettivamente in caso di aggressione.
L’antagonismo russo
La principale minaccia alla sicurezza regionale viene individuata nella Russia di Vladimir Putin. Dopo quasi quattro anni di conflitto la fine dei combattimenti pare essere ancora lontana, e le future azioni del Cremlino in politica estera risultano imprevedibili.
L’Alto rappresentante Ue Kaja Kallas si è espressa su Mosca, evidenziando come gli scarsi risultati raggiunti sul piano tattico in Ucraina, così come le complesse condizioni economiche, diano sostegno alla tesi che non vede la Russia come una superpotenza, nonostante la velleitaria auto-percezione imperiale. Per quanto riguarda i negoziati, la strategia europea non cambia, l’obiettivo è quello di limitare i potenziali benefici che Mosca potrebbe ottenere, evitando che guadagni più di quanto effettivamente acquisito sul terreno, e il totale supporto politico-economico all’Ucraina.
Volodymyr Zelensky si è mostrato insoddisfatto dall’atteggiamento americano nella negoziazione con la Russia, a causa della tendenza a chiedere principalmente concessioni a Kiev piuttosto che a Mosca. Il colloquio con Rubio a Monaco è stato però positivo e ha contribuito a rafforzare l’intesa tra le parti, con il leader ucraino che in questa circostanza ha invece riconosciuto un approccio costruttivo degli statunitensi.
Da parte ucraina è stato richiesto espressamente che l’Europa non venga esclusa dal tavolo dei negoziati, ma che possa essere protagonista, visto il costante supporto fornito negli anni di guerra e la possibilità di far rispettare la sicurezza del Paese sul campo nel dopoguerra.
Sul Medio Oriente
Per quanto concerne la regione mediorientale sono emerse evidenti differenze rispetto alla visione europea e quella statunitense. Il Board of Peace trumpiano non viene considerato come una soluzione ideale da parte del Vecchio Continente.
L’inesistenza di una reale scadenza temporale che caratterizza questo piano è un fattore che desta forte preoccupazione, dato che potrebbe generare un’ingerenza straniera indefinita di Gaza. Inoltre, la mancanza di un coinvolgimento della popolazione locale a livello politico è uno degli aspetti che meno entusiasma gli europei. L’Alto rappresentante Kaja Kallas ha sottolineato come questo progetto non rispecchi gli obiettivi indicati dall’ONU nella risoluzione del Consiglio di Sicurezza.
La presenza a Monaco del figlio dell’ultimo Scià di PersiaReza Pahlavi, che ha manifestato insieme a 200 mila persone, è un chiaro segnale della vicinanza occidentale alla parte del popolo iraniano che si ribella contro il regime degli ayatollah, e della volontà di Pahlavi di guidare un’eventuale transizione democratica nel proprio Paese. Per far sì che ciò accada, è stato richiesto a gran voce un intervento armato e sanzioni più severe, visto che la pressione diplomatica non sembra essere in grado di portare a risultati positivi nel breve periodo.
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