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    Voto ai giovani: abbassare l’età è la soluzione?

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    Quando il gioco si fa duro, occorre attrezzarsi al meglio per uscirne vittoriosi: questo l’inciso per commentare quanto recentemente deliberato in BelgioGermania. In vista delle elezioni europee dell’otto e nove giugno, i due Paesi del Nord Europa hanno deciso di abbassare la soglia per il voto rispettivamente a 16 e 17 anni. A questi vanno poi aggiunti anche l’Austria e Malta, che nel 2007 e nel 2018 avevano già provveduto all’adeguamento dell’età anagrafica. Annunciata quindi una svolta importante: secondo Eurostat la prossima tornata elettorale coinvolgerà, per la prima volta, più di 23 milioni di giovani cittadini

    Se è vero che è strategicamente possibile scegliere oggi chi essere domani, allora l’archetipo che l’Unione ha delineato per sé parte da una conoscenza esatta delle nuove generazioni. Di ciò che anima dentro un’intera classe che, a detta di molti, non gode di importanti valori e considerazioni elettorali. E da qui prosegue fieramente in nome di un’Europa più inclusiva, democratica e rappresentativa. 

    Belgio e Germania tendono le mani ai giovani

    Come spesso accade nelle riforme calzanti la vita quotidiana, il primato nordeuropeo è tornato a farsi sentire con prepotenza: dopo sanità, leadership femminile ma soprattutto welfare sociale, questa volta è la legge elettorale ad essere oggetto di interesse e discussione. L’obiettivo? Ambizioso quanto temibile: confermare nel 2024 il trend positivo registrato in occasione delle elezioni europee del 2019. Quelle in cui, proprio i giovani, avevano trainato l’intera affluenza – +14% tra gli under 25 e +12% nella fascia 2539 anni rispetto al 2014 – stabilendo inoltre il picco di partecipazione dal 1994

    Consapevoli dell’importanza del voto e della necessità di trovare soluzioni comuni per contrastare le numerose urgenze del presente, Belgio e Germania hanno deciso di  avvicinare maggiormente i giovani delle rispettive nazioni alla politica europea. A loro, dunque, pieni poteri per decidere chi o meno dovrà sedere a Bruxelles e Strasburgo. Impatto forte, quello qui causato, ma che in realtà non sorprende affatto: in molti dei 27 Paesi dell’Unione i giovani, una volta completato il ciclo di studi, lavorano, pagano le tasse e sono pienamente inseriti nel tessuto sociale già a 16 anni

    D’altro canto, quando entra in ballo la politica sorprendentemente tutto si fa più complicato: sebbene da più parti venga menzionatal’importanza della mobilitazione, sono ancora pochi i giovani eletti nelle istituzioni – nel 2019, ad esempio, appena sei deputati di età inferiore ai 30 anni. Condizione, quest’ultima, in parte legata al vincolo istituzionale dell’età minima per l’elettorato passivo: 21 anni in 9 Stati, 23 anni in Romania, 25 anni in Grecia e Italia. E lo stesso si può dire dell’estensione del diritto di voto su base anagrafica: più che visibili, infatti, le resistenze e i detrattori dell’efficacia e della lungimiranza di questa importante misura. 

    Capire a fondo per agire 

    La direzione tracciata da Belgio e Germania non esula da dubbi e punti critici, difatti anche in questo caso è individuabile un vero e proprio campo di battaglia i cui protagonisti si scontrano a suon di politiche pubbliche: da un lato sta la piena fiducia e speranza nel fatto che, con l’accesso delle nuove generazioni al dibattito politico, verrebbe automaticamente contemplato un netto cambio di prospettiva, capace di arricchire il processo decisionale di competenze eterogenee ed innovative. Dall’altro, invece, regna l’amara constatazione di inesperienza, scarsa preparazione e livelli pressoché contenuti di autonomia. Motivo per cui la responsabilità, quella del voto, risulterebbe per i giovani una sorta di macigno difficile da espellere. 

    Seppure alcuni di questi ultimi punti godano di basi quanto meno fondate, la colpa – usata qui come arma – pare essere ancora troppo giovani per la politica. Ancora fortemente suscettibili, dipendenti, estranei ai problemi degli adulti. Insomma, studenti che devono rimanere al proprio posto senza arrecare disturbo. “Crescendo capirete” la frase per commentare questi evidenti, ma ridondanti, toni paternalistici; come se ci fosse un tempo inviolabile per agire e uno per imparare, quando invece il tempo è l’unico prezzo che saremmo disposti a pagare per avere indietro e rimediare ai tanti errori fatti. 

    Il problema, quello della lontananza dal mondo – quello vero e crudo, lontano dai libri di scuola – quanto meno in Italia, non si pone affatto quando, ad esempio, a 14 anni si è costretti a scegliere una scuola superiore, letteralmente a scatola chiusa ed affidandosi al passaparola tra coetanei. A 16 anni, quando è possibile ottenere la patente A1, quella che consente di guidare un veicolo a due ruote fino a 125 cc. A 18 anni, quando diventa possibile acquistare alcolici persino nei supermercati. Con tutto quello che, ciascuna delle misure fin qui menzionate, sappiamo spesso portare tristemente con sé. Eppure, come detto, il dilemma esistenziale rimane la politica. 

    A dispetto di quanto si possa superficialmente considerare, l’estensione del voto a chi non ha ancora compiuto 18 anni rappresenta un passaggio fondamentale, che in Italia permetterebbe l’accesso alle urne a 1,1 milioni di persone di età compresa tra i 16 e i 18 anni. Ma non solo: darebbe voce a chi è nato e cresciuto con il progetto europeo e che, oggi, dimostra molto più di altri soggetti, considerati adulti, di volerlo tutelare. A chi non vuole più essere oggetto di slogan scritti in virtù dell’”uno vale uno”, ma soggetto di un futuro che non può e non deve essere ancorato nelle mani di pochi. 

    Questo il motivo per cui, da oltre un decennio, il Forum europeo della gioventù – Eyf – si batte per il rafforzamento della democrazia. “Quando i giovani iniziano a votare in giovane età, hanno maggiori probabilità di votare in seguito […] abbiamo l’opportunità, attraverso gli insegnanti e gli educatori, di guidarli nel processo elettorale, di insegnare loro come funziona la democrazia e di incoraggiarli ad andare alle urne”. Queste le parole di Maria Rodriguez Alcazar, presidentessa del Eyf. 

    La questione dei giovani in Italia 

    Al momento, comunque, nel nostro Paese l’età di voto resta fissa ai 18 anni. La discussione in merito, in realtà, è aperta da molto tempo e come sempre le varie forze politiche si dividono tra favorevoli e contrari all’abbassamento della soglia. Nessuno o quasi, invece, sembra ragionare su quella componente considerata fondamentale al di fuori dai nostri confini: la scuola. Quella che dovrebbe fornire strumenti concettuali e logiciper comprendere un mondo sempre più complesso. Preparare al confronto e, perché no, anche alla politica. La stessa che, vale la pena ricordarlo, in Italia viene puntualmente bandita dagli edifici scolatici di ogni ordine e grado. Talvolta persino dalle università quando assume tratti troppo radicali. 

    Considerato il fatto che i vari comparti pubblici italiani sono spesso a rilento nell’espletare le rispettive funzioni, nonché nel digitalizzare e rinnovare molti aspetti fondanti l’ordine pubblico, il fatto che la scuola faccia acqua da tutte le parti e che sia molto distante da quella tedesca non desta affatto scalpore. Qui, però, pare proprio sia sistemico il disagio sul quale intervenire. Anziché depotenziare e lasciar cadere sempre più verso il baratro il pilastro dell’istruzione, quest’ultimo andrebbe svecchiato e finanziato in misura massiccia, consentendo l’insegnamento della scienza politica e del diritto indipendentemente dall’istituto frequentato. Così come delle lingue straniere, andando ben al di là delle canoniche diatribe tra francese, spagnolo, tedesco e inglese. 

    Impossibile, ad ora, dire quando e come l’Italia deciderà, finalmente, di tendere le mani ai tanti giovani disposti a comprendere meglio il presente. Quello che, per chi non se ne fosse già accorto, questi ultimi hanno, da tempo, iniziato a modellare secondo le proprie necessità. Dimostrando a tutti gli effetti di poter incidere sull’agenda politica tanto quanto i più esperti in materia. 

    Qualora l’abbassamento dell’età valida per l’elettorato attivo e passivo dovesse arrivare in Parlamento, la speranza è che tutto ciò non divenga un motivo, seppur valido, per infangare ancora una volta il confronto politico di inutili lotte intestine. Che, alla fine, non fanno nient’altro che rallentare l’accesso dei giovani alla politica.

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