Casale Monferrato non è soltanto una città del Piemonte adagiata lungo il Po, crocevia di storia, cultura e tradizioni enogastronomiche. È, soprattutto, un luogo simbolo della più drammatica contraddizione del Novecento industriale italiano: quella tra sviluppo economico e tutela della vita umana.
Qui, più che altrove, il progresso ha mostrato il suo volto oscuro, lasciando in eredità un disastro sanitario e ambientale che continua a produrre effetti a distanza di decenni. La vicenda dello stabilimento Eternit di Casale Monferrato non può essere ridotta a una semplice pagina di cronaca giudiziaria. È una storia collettiva, che coinvolge un’intera comunità, e che interroga in profondità il rapporto tra impresa, responsabilità sociale, diritto e memoria. Un caso che ha assunto, nel tempo, una portata nazionale e internazionale, diventando un paradigma della criminalità d’impresa e dei suoi effetti sistemici.
L’ILLUSIONE DEL PROGRESSO: L’ARRIVO DELL’ETERNIT
Lo stabilimento Eternit viene inaugurato a Casale Monferrato nel 1907, in un contesto storico segnato dall’entusiasmo per l’industrializzazione e per le nuove tecnologie costruttive. Il cemento-amianto, materiale innovativo, economico e resistente, sembrava incarnare perfettamente le esigenze dell’epoca: durabilità, versatilità, basso costo. L’amianto, noto per le sue proprietà ignifughe e isolanti, veniva considerato una risorsa strategica.
Nel corso dei decenni, la fabbrica cresce fino a diventare il più grande stabilimento Eternit d’Europa. Offre lavoro a centinaia di operai e garantisce stabilità economica a molte famiglie. Per Casale Monferrato, l’Eternit non è solo un’azienda: è un pilastro dell’identità industriale cittadina, un simbolo di modernità, di sicurezza economica e di riscatto sociale.
Questa percezione positiva, tuttavia, contribuisce a rendere invisibili, o quantomeno accettabili, le condizioni di lavoro e i rischi sanitari. L’amianto viene maneggiato quotidianamente senza adeguate protezioni. Le polveri si disperdono negli ambienti di lavoro, ma anche all’esterno, contaminando strade, cortili, abitazioni.
UNA CONTAMINAZIONE SILENZIOSA E PERVASIVA
A rendere il caso di Casale Monferrato particolarmente grave è la diffusione capillare delle fibre di amianto ben oltre i confini dello stabilimento: non si tratta solo di esposizione professionale, il polverino di scarto viene utilizzato per livellare strade, cortili e campi sportivi; i lavoratori portano a casa le fibre sugli abiti, i manufatti in cemento-amianto diventano parte integrante dell’edilizia urbana e rurale.
La città intera diventa, progressivamente, un ambiente contaminato. Le prime avvisaglie del danno emergono già negli anni Sessanta e Settanta, quando iniziano a manifestarsi patologie polmonari tra gli operai. Ma il legame causale tra esposizione all’amianto e malattie come il mesotelioma pleurico resta a lungo sottovalutato o negato. La lunga latenza di queste patologie — che possono manifestarsi anche a distanza di 30 o 40 anni — contribuisce a ritardare la presa di coscienza collettiva.
Il mesotelioma diventa il simbolo della tragedia di Casale Monferrato. Una malattia rara, aggressiva, quasi sempre letale, la cui insorgenza è fortemente associata all’esposizione all’amianto. Nel corso degli anni, centinaia di casi vengono diagnosticati nella città e nei comuni limitrofi, con un’incidenza nettamente superiore alla media nazionale, tant’è che nel primo processo Eternit, in rappresentanza delle vittime, si costituiscono oltre 6000 parti civili.
Dietro le statistiche ci sono sempre storie individuali: operai, ma anche insegnanti, casalinghe, studenti. Una comunità che impara a convivere con il lutto, con la paura, con la consapevolezza che il nemico è stato invisibile e quotidiano. Casale diventa così una “città malata”, ma anche una città che reagisce: nascono comitati di cittadini, associazioni di vittime, forme di mobilitazione civile che chiedono verità, riconoscimento e giustizia.
LA CRIMINALITÀ D’IMPRESA E IL CASO ETERNIT
La riflessione sul caso Eternit va oltre il danno sanitario. Come evidenziato dagli studi di criminologia e vittimologia, ci si trova di fronte a una forma di criminalità d’impresa: una violazione sistematica dei diritti fondamentali che non si manifesta attraverso atti violenti immediati, ma tramite decisioni manageriali consapevoli, protratte nel tempo, e orientate al profitto.
Il punto centrale non è soltanto ciò che si sapeva sull’amianto, ma ciò che si è scelto di ignorare o minimizzare. Le evidenze scientifiche sui rischi dell’amianto erano disponibili già da decenni, eppure la produzione è continuata senza adeguate misure di sicurezza. In questo senso, il caso Eternit mette in discussione l’idea stessa di responsabilità penale nell’ambito economico-industriale.
IL PROCESSO ALL’ETERNIT
Il cosiddetto “Processo Eternit” assume fin da subito una portata storica. Avviato nel 2009, vede imputato, tra gli altri, lo svizzero Stephan Schmidheiny, ultimo proprietario del gruppo Eternit, accusato di disastro ambientale, omissione dolosa di cautele antinfortunistiche e di omicidio colposo in relazione alle morti per amianto.
Nel giugno del 2013 viene condannato a 18 anni di reclusione per disastro ambientale doloso, obbligato anche al risarcimento di migliaia di parti civili. La sentenza fu senza precedenti: per la prima volta vengono condannati i vertici di un’azienda multinazionale per disastro ambientale di lungo periodo.
Il percorso giudiziario è però complesso, segnato da sentenze, annullamenti, prescrizioni. Nel 2014, la Corte di Cassazione annulla la condanna in Appello e dichiara prescritto il reato di disastro ambientale, suscitando profonda indignazione tra le vittime e nella cittadinanza. La speranza dei presenti si infranse davanti alle parole del Sostituto Procuratore Generale Iacoviello, che invocò l’assoluzione per prescrizione con un’amara constatazione: “Il Diritto è più forte della Giustizia”.
Quella decisione viene percepita come una sconfitta del sistema giudiziario, incapace di rispondere adeguatamente a un crimine di dimensioni collettive. Tuttavia, le azioni legali non si arrestano. Con il cosiddetto “Eternit bis”, il focus si sposta sui singoli decessi.
Nel 2023 arriva una nuova condanna a nove anni e sei mesi per omicidio colposo, insieme al riconoscimento di risarcimenti per il Comune di Casale Monferrato, i familiari delle vittime e le associazioni costituite parte civile. Le vicende giudiziarie sono ancora in corso e pur tra limiti e ritardi, il processo rappresenta un precedente fondamentale nel diritto penale italiano e nel riconoscimento delle responsabilità d’impresa.
REPORT E L’IPOTESI DELLE MANI DEL MOSSAD SUL CASO ETERNIT
Il 4 gennaio, la trasmissione Rai Report ha dedicato un servizio alle presunte interferenze internazionali nei processi italiani legati al caso Eternit. Secondo il programma di inchieste, per proteggere il patron Schmidheiny dalle “patrie galere” sarebbero intervenuti ex agenti del servizio segreto israeliano Mossad e persino Jeffrey Epstein.
Sempre secondo la trasmissione, l’imprenditore svizzero avrebbe contattato un ex alto ufficiale del Mossad, dando avvio a una serie di scambi finalizzati a prevenire la condanna, la quale avrebbe costituito un precedente giurisprudenziale senza precedenti in Europa.
Nella vicenda, Report segnala anche il coinvolgimento di Ehud Barak, co-fondatore della società Paragon, ritenuto responsabile dello sviluppo del programma di spionaggio impiegato per monitorare giornalisti e attivisti sul territorio italiano legati alle vicende di Casale Monferrato.
BONIFICHE, MEMORIA E FUTURO
Parallelamente alla battaglia giudiziaria, Casale Monferrato ha intrapreso un vasto e complesso processo di bonifica ambientale. L’ex area Eternit è stata acquisita dal Comune e sottoposta a interventi di messa in sicurezza, demolizione e risanamento; dove un tempo sorgeva la fabbrica, oggi si apre un parco pubblico, simbolo di rinascita.
Le operazioni di bonifica proseguono ancora, perché l’amianto non si annulla facilmente, e la città continua a investire nella memoria: musei, iniziative culturali e progetti educativi trasformano il ricordo delle vittime in un monito per le generazioni future.
Il dramma dell’amianto a Casale Monferrato trascende i confini della città. Questa vicenda ha ridefinito il dibattito nazionale su sicurezza sul lavoro, responsabilità ambientale ed etica imprenditoriale, mostrando quanto possano essere devastanti le scelte economiche prive di scrupoli.
La città oggi
Oggi, Casale è un simbolo duplice: di dolore e di resistenza, di ingiustizia subita e di dignità collettiva. È la testimonianza vivente che una comunità può trasformare una ferita storica in memoria, consapevolezza e impegno civico. Una città che ha pagato un prezzo altissimo e che, con voce chiara e lucida, continua a ricordare al Paese intero che il progresso non può prescindere dall’umanità.
20260015

