Gli ultimi scossoni globali mostrano con chiarezza che il mondo resta ancorato alle logiche dello Stato di Natura, nonostante l’esistenza di presìdi di diritto internazionale e organizzazioni sovranazionali nate proprio per contenerle.
Dall’Ucraina al Venezuela, il teatro globale continua a mettere in scena un’opera che assomiglia sempre più a un dramma, in cui la forza precede il diritto. In questa cornice va letta la nuova portaerei Fujian, come un mezzo di rifinitura della politica marittima cinese e, insieme, un messaggio rivolto al mondo: l’impero è tornato.
Dalla “Go Out Policy” alla rinascita del dragone
Quella cinese non è soltanto la volontà di edificare nuove infrastrutture, di amplificare la ricchezza economica o di innalzare il livello di benessere — elemento, quest’ultimo, probabilmente non centrale nella gerarchia di Pechino. Da oltre quarant’anni, la Cina ambisce soprattutto a mostrarsi al mondo nel segno di un ritorno storico, potenzialmente in grande stile.
Le fondamenta di questa rinascita, come accaduto a tutti i grandi imperi della storia, affondano nel mare e nella sua capacità di proiettare potenza, commercio e strategia. Non è un caso che il progetto di modernizzazione avviato dalla Repubblica Popolare a partire dagli anni Ottanta — stagione della grande apertura al capitalismo globalizzato — abbia assunto fin dall’inizio una postura extraregionale, mai confinata al solo “giardino di casa”. Pechino ha guardato oltre, adottando una prospettiva continentale che rilegge le logiche stesse dell’imperialismo, mascherandole attraverso politiche cooperative e apparentemente “win-win”.
In questo processo, la Cina si è in parte secolarizzata dal comunismo maoista, lasciando spazio a una vasta costellazione globale di infrastrutture promosse dai suoi potenti attori economici domestici. La strategia della Go Out Policy, lanciata nel 1999, ha rappresentato un passaggio decisivo: essa ha favorito la costruzione di una rete di porti inizialmente commerciali e successivamente a valenza militare, disseminati lungo le proprie SLOC (Sea Lines of Communication), dall’Oceano Indiano al Pacifico.
Il fiore all’occhiello della Marina cinese: la portaerei Fujian
«Ciascuna delle navi che oggi operano nel Mediterraneo rappresenta centomila tonnellate di diplomazia internazionale». Con queste parole l’élite militare americana ha sintetizzato il significato politico dello spiegamento delle portaerei statunitensi nel bacino mediterraneo, in risposta alle manovre navali russe. Perché è consuetudine della geopolitica classica: i propri commerci vanno difesi, ad ogni costo.
Resta da chiedersi se a Taipei l’idea di doversi confrontare con un bestione di analoghe proporzioni susciti lo stesso entusiasmo. La Fujian, presentata il 5 novembre dello scorso anno dal presidente Xi Jinping in persona, non è soltanto una nave: è un messaggio. La cerimonia, tenutasi presso la base navale di Sanya, sull’isola omonima nel Mar Cinese Meridionale, alle porte di Taiwan, ha visto la partecipazione delle più alte cariche dello Stato, in un teatro di simbolismo e retorica che chiarisce sin da subito la traiettoria delle ambizioni cinesi.
Con una stazza di circa 80.000 tonnellate, una lunghezza di 320 metri e una larghezza di 76, la Fujian è equipaggiata con otto caldaie e quattro assi di eliche. Può imbarcare fino a quaranta caccia J-15B, velivoli avanzati per la ricognizione e un numero non dichiarato di elicotteri, racchiudendo oltre ottantamila tonnellate di tecnologia interamente cinese. È il fiore all’occhiello della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione, che si presenta al mondo e, al tempo stesso, mostra i muscoli ai propri vicini.
Le maggiori innovazioni della Fujian
L’elemento più rilevante è l’introduzione delle catapulte elettromagnetiche, una tecnologia che sostituisce il tradizionale sistema di lancio con ponte inclinato e che da tempo è già impiegata sulle portaerei statunitensi.
Questa innovazione — personalmente testata da Xi Jinping durante la cerimonia — consente ai caccia di nuova generazione di decollare con maggior carburante e carichi bellici più pesanti. Non solo: rende operativi anche velivoli più ingombranti per la sorveglianza e l’intelligence, ampliando in modo significativo il raggio d’azione strategico della flotta cinese.
Dottrina che si fa pratica
In mare aperto, la Fujian non è soltanto acciaio e motori: è dottrina che si fa pratica. È uno strumento di proiezione strategica e, al tempo stesso, un mirino puntato sulle aspirazioni di Pechino, capace di far tremare l’isola di Formosa e di ridisegnare gli equilibri regionali.
Resta da chiedersi se la riscrittura degli assetti diplomatici globali — accelerata dalla guerra in Ucraina e dall’interventismo statunitense in America Latina — non offra alla leadership cinese il pretesto definitivo per “riportare a casa” ciò che considera parte integrante della propria sovranità territoriale.
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