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    Gli Stati Uniti contro tutti. L’Europa tace silente

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    Nonostante i pochi giorni che separano la fine del 2025 dall’inizio del 2026, sono numerosi gli interrogativi che affiorano. Di certo c’è il fatto che l’acclamato punto di svolta, bistrattato tanto dagli esecutivi nazionali quanto dalle politiche fiscali, non si è effettivamente concretizzato, ed è per questo che il panorama che ci circonda resta immutato. 

    Una moltitudine di giudici ma pochissimi arbitri. Una folla che, inesorabilmente, persevera a guardare il dito quando ciò che conta è la Luna. Non si tratta di semplici metafore, ma di paradigmi che – calati nella realtà – non faticano affatto a trovare interlocutori. 

    I rapporti di forza 

    Volendo provare a semplificare ai minimi termini lo scenario attuale, risultano essere tre gli epicentri “caldi”: il Venezuela, l’Iran e la Groenlandia. A turno, ciascuna di queste regioni domina la scena pubblica, forgiando in buona parte dell’opinione pubblica l’illusione di essere le uniche effettivamente meritevoli di attenzioni, complici anche le recenti incursioni statunitensi su Caracas e le dichiarazioni della Casa Bianca a proposito del regime iraniano. 

    Certo, ciò che può valere per Nuuk, la capitale della Groenlandia, può essere assolutamente irrilevante per Caracas o Tehran e viceversa. In tutti e tre i casi, il rapporto con gli Stati Uniti è sempre stato complesso, se non altalenante. 

    Resta comunque il fatto che lo scarto tra i tre Paesi è ampio: mentre da un lato si cerca con fatica di “galleggiare”, scontrandosi con un paradigma tale per cui il proprio territorio è “ingombrante” e dunque “da controllare”, dall’altro in più occasioni ci si è mossi in chiave autoritaria, anti-occidentale e, soprattutto, anti-statunitense

    La conseguenza peggiore di questa perenne altalena è sempre stata pagata dalla popolazione civile, che ha visto i propri diritti compromessi. Poco importa se esistono principi – il diritto internazionale e la sovranità statale  – che l’intera comunità considera inalienabili; ci sarà pur sempre, e il decorso cronologico lo spiega bene, una dicotomia tra aggressori e aggrediti. 

    Non c’è quindi da sorprendersi se Kirill Dmitriev, CEO del Fondo russo per gli investimenti all’estero, abbia pubblicato sulla propria pagina X una cartina geografica tripartita, così da mettere in evidenza le zone di diretta e indiretta influenza statunitense, russa e cinese

    Aggressori e aggrediti

    L’insofferenza per il regime di Maduro in Venezuela, così come il malcontento che pullula in sempre più numerose città iraniane, non nasce dal nulla. Era tale anche quando i riflettori internazionali erano interamente puntati sulla Libia, sull’Egitto, su Gaza e sull’Ucraina, e soltanto chi lo vive o lo ha vissuto quotidianamente può testimoniarlo nella sua interezza.

    Assodato il punto, è inspiegabilmente lunga la lista delle personalità occidentali che, in questi giorni, si sono esposte pubblicamente, alternandosi tra il banco della difesa e quello dell’accusa. L’ultimo a farlo è stato il presidente francese Emmanuel Macron, che criticando l’attacco statunitense sul Venezuela e rivolgendosi agli ambasciatori riuniti all’Eliseo ha detto di rifiutare “il nuovo colonialismo e il nuovo imperialismo”, così come “il vassallaggio e il disfattismo”. 

    Occorre ricordare che Parigi rappresenta uno dei tre attori principali della cosiddetta Coalizione dei Volenterosi, una sorta di enclave dell’Unione europea la cui voce è altisonante in merito al conflitto russo-ucraino, per poi latitare totalmente altrove. 

    Se è vero che, da quasi quattro anni, l’Ucraina vive un quotidiano stato di assedio, perché tacere sul fatto che il territorio artico attualmente sotto la corona danese è da tempo attenzionato da parte statunitense? Perché ignorare le imbarcazioni militari russe e cinesi che, da mesi, circondano le coste groenlandesi? Perché non sostenere il desiderio di piena autonomia dei nativi, relegando al dimenticatoio le dichiarazioni di Washington, che parla della Groenlandia come di un territorio strategico, “vitale” per la propria difesa e sicurezza? 

    Tensione in Medio Oriente

    Anche cambiando quadrante e spostandosi più ad est, in Medio Oriente, il risultato non cambia: il Vecchio continente fatica ad assumere una postura efficace. Basti ricordare l’estrema impopolarità di cui hanno goduto i colloqui sul nucleare iraniano capeggiati dal gruppo E3 – Francia, Germania e Regno Unito

    E mentre la tensione nella regione sembra acuirsi giorno dopo giorno, ci si indigna per i morti e la repressione violenta delle proteste scoppiate contro il regime iraniano, sorvolando bellamente sul fatto che – malgrado il ripristino delle sanzioni delle Nazioni Unite e gli attacchi statunitensi dello scorso giugno – lo stesso programma nucleare che i più credevano tramontato continua, invece, ad operare. 

    Prospettive future 

    Perché tutto questo? Principalmente per ragioni di convenienza, vuoi per i giacimenti petroliferi, vuoi perché – così facendo – si mantiene viva la propria predominanza a discapito della parte apparentemente più debole. Ecco spiegato perché, una volta completata l’operazione su Caracas, il presidente Donald Trump ha immediatamente messo le mani avanti parlando di una gestione statunitense del territorio sudamericano a lungo termine. 

    Tra i primi a capirlo c’è stato il presidente iraniano Massoud Pezeshkian, secondo cui Stati Uniti, Israele ed Europa vorrebbero mettere in ginocchio il regime dell’ayatollah Ali Khamenei, impedendo a quest’ultimo di reggersi “sulle proprie gambe”

    Colti nell’insieme, questi aspetti suggeriscono un mondo che, divenendo palcoscenico, ospita di volta in volta attori eterogenei, benché accomunati da copioni tra loro interscambiabili. Proseguendo su questa strada, l’idea di un mondo diviso in blocchi non verrà facilmente sgomberata.

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