Lo Stretto di Hormuz, nodo fondamentale del commercio petrolifero mondiale, è stato bloccato dalle forze iraniane in seguito all’escalation di violenza nell’area. Si prospetta un innalzamento importante dei prezzi per petrolio e gas. Cina ed Europa corrono ai ripari.
Perché è importante Hormuz
Lo Stretto di Hormuz, che separa il Golfo Persico e il Golfo dell’Oman, è un punto chiave per il commercio mondiale del petrolio. Attraverso le sue acque, infatti, transita il 20-30% del petrolio mondiale, assumendo, dunque, un ruolo strategico per i mercati esteri e per la geopolitica internazionale.
Nel territorio sono presenti alcuni dei maggiori esportatori di petrolio, tra cui Arabia Saudita, Iraq e Qatar. Dal momento in cui il Corpo delle guardie della Rivoluzione islamica (i cosiddetti Pasdaran) ha deciso di chiudere lo stretto, più di 150 petroliere sono rimaste bloccate.
Se infatti la Marina della Repubblica Islamica ne ha assunto il controllo, vietando l’accesso e il transito a qualsiasi imbarcazione e minacciando di aprire il fuoco su ogni nave di passaggio, il presidente statunitense Trump ha invece risposto: “Con effetto immediato, ho ordinato alla United States Development Finance Corporation (Dfc) di fornire, a un prezzo molto ragionevole, un’assicurazione contro i rischi politici e garanzie per la sicurezza finanziaria di tutto il commercio marittimo, in particolare energetico, che attraversa il Golfo. Questo sarà disponibile per tutte le compagnie di navigazione”.
Inoltre, ha aggiunto: “Se necessario, la Marina degli Stati Uniti inizierà a scortare le petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz il prima possibile. In ogni caso, gli Stati Uniti garantiranno il libero flusso di energia al mondo”. Se, dunque, questa decisione sembra non aver minimamente influito sull’aumento della tensione tra le parti in conflitto, altri stati cominciano a preoccuparsi per il futuro del commercio, ma soprattutto per i costi che si prospettano sulle materie prime ed energetiche.
Prospettive per Asia ed Europa
L’Europa è sicuramente uno dei territori che è maggiormente dipendente dai principali produttori di petrolio all’interno del Golfo Persico, non solo per quanto riguarda il greggio, ma anche per la capacità di raffinazione. Infatti, in seguito alla chiusura dello stretto, ci si aspetta un aumento non solo del primo, ma anche dei prodotti raffinati. Tutto questo desta non poche preoccupazioni in seno ai leader europei.
Il bollettino Unem, l’Unione Energie per la Mobilità, pubblicato il 3 marzo, ha definito le prospettive e gli effetti della crisi iraniana. Quello che ne emerge è sicuramente un innalzamento generale sia del Brent, che del gasolio (che si attesta a +17,5%) e della benzina (+7%).
Fortunatamente, nonostante “negli ultimi anni sia l’Italia che molti altri paesi europei hanno aumentato gli arrivi dalle raffinerie che si affacciano sul Golfo Persico e che devono necessariamente passare attraverso lo Stretto di Hormuz”, è da considerare che in realtà per quanto riguarda il gasolio, solo il 6% passa per lo stretto di Hormuz, a causa di una lungimirante diversificazione delle rotte e di fornitori messa in atto recentemente.
Infatti, il presidente Unem Gianni Murano spiega: “Nonostante la complessità dello scenario internazionale l’Italia può contare su una filiera energetica solida, su forniture sempre più diversificate e su operatori in grado di reagire rapidamente anche nei momenti di maggiore tensione. Le esperienze accumulate negli ultimi anni hanno reso il sistema più resiliente, più flessibile e meglio preparato a fronteggiare eventuali shock”.
La posizione cinese
Per quanto riguarda la Cina, la situazione si fa sicuramente più complessa. È stata avanzata da molti la possibilità, che per certi aspetti sembrerebbe fondata, che il piano mediorientale di Trump sia strettamente collegato a quello recente venezuelano. Infatti, facendo un passo indietro, anche l’Asia è grande importatore di petrolio dall’Iran.
Nel 2025 Pechino ha acquistato 520 milioni di barili di petrolio da Tehran, di cui una parte importante passa proprio per Hormuz. La strategia di Trump, in visione anti-cinese, tenderebbe quindi a danneggiare il rivale asiatico indirettamente, andando a colpire i suoi due maggiori fornitori: Venezuela ed Iran. La soluzione che potrebbe essere ideale per Xi Jinping potrebbe essere lo spostamento verso la produzione russa, scelta che, però, sembra già stata essere messa in atto in questi primi mesi del 2026, proprio in vista di ammortizzare eventuali shock petroliferi.
In conclusione
Problematico sarà sicuramente il futuro anche per quanto riguarda le compagnie di navigazione, tra cui la svizzera Msc e il colosso danese della logistica Maersk, le quali hanno sospeso tutti i transiti: “Come misura precauzionale, Msc ha ordinato a tutte le navi attualmente operative nella regione del Golfo, nonché a quelle in rotta verso la zona, di dirigersi verso aree di rifugio sicure designate fino a nuovo avviso”.
In conclusione, è consolidato che ci saranno grosse ripercussioni sull’economia globale, ma le prospettive potrebbero essere trasformate se la tensione tra i due paesi dovesse farsi più o meno intensa. Come reagirà l’Unione europea per mettersi al riparo dall’innalzamento dei prezzi? Riuscirà la Cina ad adottare nuove misure più vicine alla Russia?
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