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    I motivi del vertiginoso crollo della RAI meloniana

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    Mamma RAI, almeno secondo i dati fornitici da Auditel, non sta sicuramente passando il suo periodo più florido. Il palinsesto autunnale sembra non star fornendo i risultati desiderati e la fredda statistica ci parla di un calo a picco dello share della quasi totalità dei programmi, campanello d’allarme che dovrebbe spingere il governo ad alcune considerazioni sicuramente tecniche e di scelte nel palinsesto, ma anche altre di natura più profonda e “intimamente politica”. I motivi della vertiginosa picchiata dello share risiedono in soluzioni vetuste e immobiliste dei palinsesti ma, questione più delicata, anche in scelte e interventi puramente politici ed epurativi verso conduttori e personalità che per anni hanno trainato le trasmissioni di punta. Ciò ha così svuotato d’identità e colore la rosa dei conduttori, abbattendo in modo quasi traumatico una fetta di pubblico fidelizzato a quei conduttori e ai loro rispettivi programmi. Per non parlare poi di un abbandono massiccio e costante del mezzo televisivo da parte di buona parte di popolazione (soprattutto giovane), a vantaggio di contenuti presenti sul web sicuramente più immediati e comunicativamente intriganti. Ma partiamo approfondendo la questione dell’organizzazione del palinsesto e dei contenuti presentati.

    Il palinsesto e la debolezza contenutistica

    Le scelte organizzative della nuova programmazione avevano il visionario intento di cambiare le cose e di rinfrescare dal punto di vista contenutistico il mondo RAI, ma a conti fatti non si è fatto altro che sbrogliare in modo confuso le carte in tavole senza fattualmente migliorare nulla, anzi. La televisione pubblica consegnataci dall’attuale governo è essenzialmente una confusa accozzaglia dei soliti “dinosauri” che da decenni occupano ormai quasi di diritto i palinsesti, senza mai apportare novità e riproponendo fino alla nausea sempre gli stessi identici format. Ne è un esempio lampante Pino Insegno (amico ventennale di Giorgia Meloni a suo dire) che col suo “Mercante in Fiera” non fa che collezionare flop. Il discorso non varia per “La volta buona” di Caterina Balivo, che insieme ai nuovi volti Roberto Inciocchi e Annalisa Bruchi con i loro rispettivi programmi effettuano una combo letale di fallimenti in termini di share. A evitare la dèbacle ci pensano Bruno Vespa, Marco Damilano e Alberto Matano, non proprio dei volti giovani e alla ribalta della televisione italiana. Per finire, vi è da porre l’attenzione sul preoccupante andazzo dei principali TG, che per anni hanno rappresentato i cavalli di battaglia RAI ma che adesso cedono il passo alla concorrenza dei telegiornali delle TV private, non certo splendenti per approfondimenti e contenuti.

    Le fallimentari esclusioni

    Come prima anticipato, a collaborare alla crisi degli ascolti RAI vi sono alcune scelte del governo basate puramente su fattori ideologici, su cui però non è stato minimamente calcolato il pesante contraccolpo. Parliamo, chiaramente, dell’epurazione di importanti personalità come Fabio Fazio, Roberto Saviano e Lucia Annunziata. Cardini indiscussi e traini del pesante carrozzone RAI, che per anni hanno rappresentato una fascia di popolazione significativa, quella di chi nel nostro Paese si rispecchia in ideali generalmente progressisti e che ha visto, in queste esclusioni, un vero e proprio atto di guerra verso la libertà d’espressione e la pluralità di idee nella TV di Stato. Ciò non rispecchia esattamente la realtà, anche perché i tre sopra citati una volta fuori dalla RAI sono comunque subito riusciti a ritagliarsi contratti e visibilità dello stesso valore (se non superiore), cogliendo giustamente l’occasione per attaccare il governo e cavalcare la retorica della censura di Stato con il pieno supporto di una larga platea di telespettatori e, soprattutto, votanti. La televisione non ha le stesse dinamiche della politica e condurre un approccio conservatore anche nell’ambito televisivo, significa essenzialmente firmare la propria condanna a morte (televisiva s’intenda).

    Una nuova frontiera

    Vi è, infine, l’ormai vecchio edelicato tema dell’abbandono lento ma inesorabile del mezzo televisivo a supporto invece dei media come Youtube o altre piattaforme in cui è possibile usufruire di intrattenimento e informazione in modo più istantaneo e meno meccanico. Soprattutto per le fasce d’età più giovani, la TV è divenuta ormai un mezzo obsoleto e superato e la nuova frontiera dell’infotainment risiede in Youtube, Twitch o Instagram, mezzi in grado di venire incontro alle esigenze degli utenti e di offrire contenuti molte volte superiori dal punto di vista contenutistico e qualitativo rispetto a quelli del Servizio Pubblico. Inoltre, i social hanno una caratteristica che la TV non potrà mai avere, neanche a fronte di investimenti plurimilionari: si adeguano alle caratteristiche di chi ne usufruisce ed offrono contenuti adatti ai loro interessi

    La crescita di piattaforme come Youtube nei contenuti offerti e nella qualità degli stessi, da anni pone delle problematiche molto serie a chi redige palinsesti e programmazioni televisive e il continuo tentativo dei governi europei di limitare i social Network ne è l’esempio lampante.

    L’andazzo balbettante del servizio Pubblico (non solo nell’era Meloni, ma da svariati decenni) è un questione complessa che, come detto, pone sul tavolo temi di vitale importanza. È giusto continuare a sostenere con ingenti fondi pubblici un sistema non più economicamente sostenibile e che non riesce più a camminare con le sue gambe? In che modo è possibile rivitalizzare il sistema televisivo senza scimmiottare i contenuti web e ricostruendo una propria identità? Vale la pena farlo? Domande a cui i dati di questi giorni dello share RAI può dare parzialmente delle risposte.

    A cura di

    Jacopo Dimagli

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